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  • Immagine del redattoreMaria Elena Cristiano

Festa da Ballo - racconto




Marta non era mai stata invitata alle feste organizzate dai suoi compagni. Vincere quella borsa di studio si era dimostrata la sventura più immane della sua giovane vita. Gli adolescenti sanno essere crudeli, specialmente se sono nel pieno della ribellione puberale, vivono protetti dalla ricchezza dei loro genitori e trascorrono le giornate soffocati da una noia che solo la malvagità riesce a placare. Così, quella ragazzina magrolina, con i jeans troppo vecchi e il quoziente intellettivo troppo alto, si era trovata a fronteggiare una sfida impari contro un gruppo coeso che la vedeva come l’intrusa da sbeffeggiare e da perseguitare. Loro, il branco di figli di papà, cresciuti all’ombra dei maestosi pini del parco della Rimembranza, nel cuore del quartiere Parioli, culla della Roma bene, non potevano certo accogliere nella loro ristretta élite di scansafatiche una proletaria nata e cresciuta sotto i raggi obliqui della luce malsana che filtra fra i cumuli di spazzatura che adornano Forte Prenestino, e il fatto che la ragazzina in questione fosse una sorta di genio, con brufoli, capelli ispidi e denti sporgenti, capace di tradurre le Catilinarie senza l’ausilio del vocabolario di latino, non aveva che acuito l’immotivato astio nei suoi confronti. Però, il 28 di ottobre era successa una cosa a dir poco singolare. Durante la lezione di educazione fisica, che tutti trascorrevano barricati nello spogliatoio fumando e chiacchierando del più e del meno, l’emarginata che nessuno tollerava aveva attirato l’attenzione del gruppo. I bellocci della classe, maschi metrosexual con sopracciglia rasate e ciuffi sbionditi, parlottavano insieme alle ragazzine anoressiche con extensions colorate che pendevano come gatti morti sulle spalle minute, di organizzare una memorabile festa per Halloween. Le ipotesi, tutte piuttosto noiose, si erano susseguite senza enfasi e, in un momento di silenzio, Marta, seduta su una delle panche di legno vicino ai bagni, aveva preso la parola: “Si potrebbe mettere in scena una rievocazione di Samhain basata sulla leggenda di Tir nan Oge.”

Trenta paia di occhi diffidenti si erano puntati dritti sul suo viso smunto.

“Ma che cazzo dice?”, chiese ridendo Roberta, la più ambita fra le baby ninfomani del liceo classico gestito dal compunto ordine dei Lasalliani, prelati tristi dediti all’insegnamento ed alla presunta castità.

“Sta’ zitta, puttanella”, la redarguì Marco. “Continua”, aggiunse rivolto a Marta, che avvampò di rossore fino alla radice dei capelli color topo.

“Il nome arcaico di Halloween è Samhain”, mugugnò. “La festa ha origine nell’antica Britannia, agli albori del culto druidico”, disse tentando di darsi un contegno. “Il 31 ottobre i Celti celebravano il Capodanno, e credevano che in quella notte gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, chiamassero a sé i vivi, unendosi a loro in una sorta di baccanale, causando la momentanea abolizione delle leggi che governano il tempo e lo spazio. In origine Halloween era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte all’allegria dei festeggiamenti per la fine dell’anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi, durante i quali si accendeva il Fuoco Sacro, si beveva e si faceva all’amore invocando il ritorno dei cari estinti”, spiegò tutto d’un fiato. “Si potrebbe organizzare una festa da ballo in cui tutti i partecipanti indossino costumi celti, tipo vichinghi, per intenderci…”, concluse abbassando gli occhi e il tono di voce.

“Per poi fare bagordi attorno a un bel fuoco invocando Samhain e richiamando i cari estinti dall’aldilà”, aggiunse Marco entusiasta.

Un brusio sempre più insistente si levò dai presenti e, fra battute di cattivo gusto e sguardi ammiccanti, l’idea di Marta fu accolta quasi all’unanimità.

Ed ora eccola lì, vestita con una tunica scarlatta che le lambiva gli stinchi infreddoliti, una parrucca rosso fuoco tutta boccoli e foglie di alloro e un bustino che le spingeva in fuori il seno minuto millantando curve che non aveva. La villa scelta per la festa di Samhain era quella di Marco, l’unico che l’aveva sempre trattata con complicità. Escluso come lei dal branco per la sola colpa di essere colto, curioso, timido e introverso. Una magione sfacciata e barocca, con due torrioni laterali in stile romanico che facevano da ali ad un palazzo di tre piani con finestre ogivali ornate di capitelli, che si affacciavano su un giardino con piscina e boschetto. Proprio dall’ombra dei pioppi della macchia verde provenivano le grida sguaiate dei suoi adorati compagni di classe. Era arrivata per ultima, i festeggiamenti erano già iniziati. Si avvicinò ad uno dei bracieri che contornavano il lungo tavolo da giardino imbandito con tonnellate di cibo spazzatura e fiumi di birra. I ragazzi erano quasi tutti vestiti con tuniche, cappucci o elmi e portavano lunghe barbe sintetiche. Le dame indossavano miniabiti di seta color pastello, e molte di loro erano già sbronze, discinte e appoggiate al tronco di qualche albero, intente a farsi sollazzare da brufolosi avvinazzati che imprecavano contro i costumi scomodi da tirare su in fretta e furia. Marco sorprese Marta alle spalle, facendola sobbalzare.

“Bello spettacolo, vero?”, disse indicando l’orgia che si stava consumando nel suo giardino.

“Disgustoso.”

“Cominciamo?”

Marta acconsentì con un cenno del capo.

“Posso avere la vostra attenzione?”, gridò il padrone di casa. Nessuno gli prestò ascolto. “Silenzio, cazzoni!”, urlò attirando, finalmente, l’attenzione dei suoi ospiti. “Sono felice che vi stiate divertendo, ma ora smettetela di fornicare…”

“Di che?”, chiese una voce in lontananza.

“Di scopare”, rispose una ragazzina stridula, facendo sollevare un refolo di risate.

“…e prendetevi per mano formando un cerchio. E’ ora di evocare i morti.”

Un po’ spaesati, i ragazzi si riallacciarono i pantaloni, le giovincelle si infilarono le tuniche e, ridacchiando per dissimulare l’ansia, si strinsero in una sorta di girotondo al centro del quale Marta si ergeva, ritta e autoritaria, con il volto animato da una sicurezza che nessuno le aveva mai attribuito.

“When witches abound and ghosts are seen, your fate you‘ll learn on Samhain”, scandì con voce stentorea la giovane. I suoi compagni si fissarono per un attimo, poi, come spinti da una volontà arcana, ripeterono in coro la litania con cadenzato rispetto. Il mantra salì alto nel cielo, sfiorando le nuvole e giocando con il riflesso della Luna che li fissava più limpida e vicina che mai. Dalle mani di Marta si sprigionò una luce argentea, prima flebile, poi pulsante. Sul prato al centro del cerchio fatto di braccia umane si materializzarono, come d’incanto, druidi dai volti seri, cacciatori dagli elmi di corno, vestali dalle chiome scarlatte e dai seni prosperosi. Come in una favola che profumava d’Irlanda, le figure si avvicinarono, leggere e seducenti, ai ragazzi che le guardavano stupefatti.

“Questi sono gli abitanti di Tir nan Oge, la terra dove i vivi e i morti si fondono nel piacere dei sensi”, cantilenò Marta.

Gli uomini e le donne venuti da un’altra era si avvinghiarono ai corpi dei giovani, baciandoli, tastandoli, frugando fra le pieghe della loro lussuria. Nessuno si oppose. Marta serrò i pugni e la luce si fece tenebra. I cacciatori, i druidi e le vestali rivelarono il loro vero aspetto: scheletri, cadaveri putrescenti, mummie nodose. Creature di morte affamate di vita. I baci si trasformarono in morsi e gli abbracci in tentacoli che strappavano e dilaniavano. Il giardino divenne un mattatoio. Marta ripeté la nenia e la luce argentea tornò a invadere la notte, risucchiando i morti e i vivi nella landa dell’eterno nulla. Nel volgere di qualche minuto tutto era cessato. I ragazzi svaniti. Marta e Marco si abbracciarono. Erano finalmente liberi di essere se stessi. Due diversi che nessun gruppo avrebbe più emarginato.



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