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  • Maria Elena Cristiano

Virus - Racconto



Il viottolo di accesso alla villetta era lastricato di ciottoli bianchi, lisci, levigati, scintillanti. Un cespuglio di rose gialle lambiva gli infissi di legno chiaro della finestra del primo piano. La porta d’ingresso era protetta da una spessa inferriata nera, assicurata da una vistosa serratura d’ottone. Liz suonò al campanello e un una morsa di agitazione le serrò lo stomaco vuoto. Una donna dalla carnagione olivastra con dei lunghi capelli ricci e corvini le venne ad aprire.

“Sono Liz Borden, la cuoca”, si affrettò a precisare la giovane ritta sull’uscio ancora sprangato dalla cancellata sbarrata.

Gli occhi color caffè della padrona di casa scrutarono per qualche attimo il volto della segaligna biondina che continuava a torcersi le mani, in evidente imbarazzo. Senza profferir verbo, la donna aprì il cancello e fece cenno alla giovane di entrare. L’interno della villetta era esattamente come Liz lo aveva immaginato: pulito, ordinato, vecchio. Nonostante il salottino dove si erano accomodate fosse inondato di sole, l’atmosfera era greve e resa ancor più opprimente da un pungente odore di carne in decomposizione che sembrava impregnare stoffe e tappeti.

“Mi manda Padre Lawrence”, iniziò a spiegare la ragazza.

“Lo so. La cena deve essere servita alle venti e trenta. La cucina è da quella parte”, aggiunse additando una porta alla loro sinistra. “Sul tavolo troverai della carne, delle patate e delle uova”, sorrise.

La cucina era fatiscente e puzzava come una vecchia porcilaia. I pensili erano incrostati di grasso. Le piastrelle, di un triste color lavanda, erano coperte di schizzi marroni. Il lavello, una volta candido, era macchiato di muffa in più punti. Solo i fornelli erano sfolgoranti nell’acciaio tirato a lucido che riluceva, quasi minaccioso, sotto la luce della lampada a neon che pendeva dal soffitto ingiallito. Liz si portò istintivamente una mano alla bocca per tentare di placare un conato di vomito che bussava, prepotente, contro le pareti del suo povero stomaco. Al centro della stanza si trovava un vecchio tavolo di legno, ingombro di pentole di rame coperte da coperchi ammaccati e sbilenchi. Liz si avvicinò alle suppellettili scoperchiandole con rapidi gesti da prestigiatore. Patate. Uova. Frattaglie. Chili di interiora. La ragazza infilò una mano fra il groviglio freddo e, rimestando con foga, trovò quello che stava cercando: un cervello.

Alle venti e trenta tutto era pronto. Liz aveva apparecchiato la tavola in marmo dell’attigua sala da pranzo con una tovaglia di pizzo viola che Anne, la padrona di casa, le aveva portato mentre la ragazza era ancora intenta a sfaccendare. A capotavola aveva messo una delle pentole di rame, traboccante di budella. Liz aveva attutito l’odore ferroso delle interiora crude condendole con zenzero e coriandolo, spezie che aveva preso dalla fornitissima dispensa posta nell’angolo a destra della cucina. All’estremità opposta del tavolo, aveva disposto un piatto da portata su cui era adagiato il cervello crudo, ridotto ad un grigio spezzatino arricchito con uova sode e patate lesse. La ragazza stava rimirando la sua opera, quando un rumore di passi alle sue spalle la fece sobbalzare. Anne le mise una mano sulla spalla e rimirò soddisfatta la tavola imbandita.

“Bene”, sorrise e si incamminò verso una porticina laterale, bianca e scheggiata che faceva capolino dalla parete di fianco alla finestra. La donna pescò una chiave dalla tasca della gonna e fece cenno a Liz di indietreggiare verso l’attiguo salottino. Con consumata maestria, Anne spalancò il piccolo uscio rivelando le scale ripide di una vecchia cantina. Lesta afferrò la ragazza per un braccio e la trascinò nella stanza accanto, socchiudendo la porta. Un ringhio ferino salì dalle viscere della casa. Un tramestio impacciato di passi strascicati, imprecisi, rimbombò nel silenzio. Due figure, una maschile, alta e snella, l’altra femminile, piccola e minuta, si profilarono nel vano buio dell’ingresso della cantina e, barcollanti, si portarono vicino al tavolo. L’uomo indossava un logoro completo grigio, con tanto di pochette e panciotto. La testa glabra sembrava galleggiare sul collo scheletrico. Il volto era una maschera di cuoio scuro, teso e lucido, nel cui spessore brillavano due occhi bianchi, ciechi ma vispi, che saettavano da una parte all’altra con famelica brama. Le mani adunche erano abbandonate lungo i fianchi con rassegnata rabbia. La bambina indossava un vestitino rosa, strappato e scolorito. I capelli radi ricadevano in ciocche scomposte sulle guance scavate, dove vermi e batteri della putrefazione stavano banchettando con zelo. Non aveva occhi, ma lucidi e acuminati dentini da latte che sporgevano, serrati, dalle labbra tese e dischiuse. Per un attimo le due figure si voltarono verso le donne che le stavano osservando da dietro la porta. Anne, rapida, chiuse l’uscio sprangandolo con una sedia. Liz saltò indietro, quando una serie di furiosi colpi si abbatterono contro il legno scuro.

“Ora smettono”, la rassicurò Anne. E così fu. Pochi secondi dopo, l’unico rumore udibile era un frastuono di ganasce.

Un’ora dopo Anne e Liz erano sedute a tavola e consumavano, con compunta lentezza, delle uova strapazzate. Rupert e Isabel, in piedi con le spalle appoggiate contro il muro, le osservavano pacifici.

“Sono così docili dopo che hanno mangiato”, disse Anne sorridendo. “Quando il mio Rupert è passato a miglior vita ho deciso di farlo imbalsamare per evitare che la consunzione della carne lo rendesse troppo repellente. Purtroppo con Isabel non ho potuto fare altrettanto: quando la mia piccolina è morta, il tassidermista di fiducia era diventato uno zombie, così sono stata costretta a lasciarla così…”

“Capisco”, annuì Liz. “Quel virus cinese ci ha decimato”.

“Eh, sì… e pensare che all’inizio credevano si trattasse di una banale influenza. Sai cacciare, oltre che cucinare?”

“Certo. Sono brava a uccidere barboni e disabili. Riempirò a dovere la vostra dispensa”.



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