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  • Maria Elena Cristiano

Venerdì 13: le radici del mito



Per tutti noi zombetti cresciuti all'ombra della pelata di Uncle Creepy, il nostrano Zio Tibia, il venerdì 13 è una data lieta, foriera di dolci ricordi fatti di scorpacciate di popcorn davanti al televisore, spalla a spalla con i nostri migliori amici, gridando di finto terrore difronte all'ascia brandita dal gigante con la maschera da hockey.

Ma questo giorno rappresenta per le genti anglosassoni un temibile spauracchio, una data nefasta, portatrice di sciagura e sventure.




Quali sono le origini di questa antica credenza?

La tradizione cristiana attribuisce al numero 13 una valenza negativa da ricondurre all'ultima cena del boccoluto Gesù di Nazareth. Durante quell'incontro conviviale, infatti, il Messia fu tradito da Giuda, che lo svendette per trenta denari consegnandolo ai romani. Quel pasto fu consumato da tredici commensali. Da questa vicenda discende la scaramanzia tutta italica del non far sedere tredici persone allo stesso tavolo, con sommo dispiacere di padrone di casa che impazziscono per allestire tavoli in sale da pranzo disegnate per i Puffi.

Ma l'aura tetra avvolge questo numero anche in culture lontane da quella giudaico cristiana, infatti sono proprio i compassati abitanti del Nord Europa che hanno stigmatizzato e tramandato la superstizione che aleggia attorno a questa data.

Nella mitologia norrena, composta dai miti appartenenti alla religione tradizionale dei popoli scandinavi, inclusi quelli che colonizzarono l'Islanda e le Isole Fær Øer, Loki, figliastro di Odino, padre degli dei, e fratellastro di Thor, dio del tuono, è il tredicesimo semidio bandito dal consesso degli immortali in quanto ritenuto malvagio e ingannatore. Designato in molti testi come "dio della menzogna", le sue arti magiche e la sua astuzia lo pongono al centro di vicende complesse che lo vedono sovente come malefico manovratore ed abile manipolatore. Grazie alla fama di questa figura liminale e ricca di chiaroscuri, il povero 13 assurge a numero infausto portatore di iatture. Bisogna sottolineare, però, che l'immagine di un Loki cattivo e subdolo ci viene tramandata dai traduttori cristiani, mentre nei testi e nelle leggende nordiche il fratellastro di Thor è una figura al confine tra la società degli dei e quella delle altre entità mitiche (come giganti e nani), ed è solo attraverso la sua intercessione che gli dei ottengono ciò di cui hanno bisogno. Gli scrittori che ci hanno riportato la maggior parte dei miti norreni hanno identificato Loki con il male, omettendo la parte benevola delle sue caratteristiche che emerge dai racconti del folklore popolare. Inoltre la malvagità di cui il semidio sarebbe l'incarnazione, viene mitigata dall'ironia che lo pervade, dagli scherzi al limite del clownesco che ordisce e dai suoi continui inganni geniali e spesso divertenti. Questo aspetto giocoso della divinità nordica fu portato su grande schermo nel 1994 dal regista Chuck Russel nel film "The Mask", consacrando uno spumeggiante Jim Carrey a erede di mostri sacri come Jerry Lewis e sdoganandolo da insipide puttanate tipo "Ace Ventura".

A riabilitare, invece, Loki in tutto il suo splendore ci ha pensato il buon vecchio Kenneth Branagh, quando ha deciso di far interpretare il mago con l'elmo cornuto, ultimo rampollo della genia dei Giganti di Ghiaccio, nel lungometraggio della Marvel ispirato ai personaggi dei fumetti creati da Stan Lee, all'enigmatico e drammaticamente sexy Tom Hiddleston.

Ed ecco spiegate le origini di una delle migliaia di superstizioni che ci portiamo addosso perché, ammettiamolo, volenti o nolenti, scettici e scienziati, logici e pensatori, liberi e belli, ma una toccatina alle chiavi di ferro, un colpetto di nocca sul legno, un cornetto di corallo o, semplicemente, una lustratina agli zebedei, oggi ce la siamo data.

E ora, tutti davanti ai nostri sfavillanti televisori al plasma in hd 4k VR che fanno anche il caffè, a fare il tifo per Jason Voorhees gridando insieme alle Scream Queens fra le ombre del campeggio di Chrystal Lake.



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