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  • Maria Elena Cristiano

Vampire - racconto


L’inverno era sempre stato la sua stagione preferita. Il grigiore del cielo e la nudità degli alberi si sposavano bene con la sua innata malinconia. Era come se il torpore della natura lenisse la nostalgia che la accompagnava da sempre. Una sensazione di vuoto, come la mancanza di qualcosa di indefinito che in realtà non le era mai appartenuto.

Era in ritardo, come al solito.

Correva trafelata fra i passanti che ingombravano la strada, urtandone ogni tanto qualcuno, che si scansava spazientito senza profferir verbo.

Giunse alla stazione confusa, stordita da quella massa di corpi che si muovevano lenti, seguendo il ritmo cadenzato di una marcia funebre.

Un singolare quanto spiacevole nodo le serrava la gola.

Scrutò perplessa i treni che si allontanavano, certa di scorgere il suo.

“Scusi”, chiese timidamente ad un controllore che stava consultando con attenzione il suo taccuino “E’ già partito il treno per Milano?”

“Quale signorina?”

Quello di ieri, imbecille, pensò indispettita.

“Quello delle diciannove e trenta”.

L’uomo la fissò per qualche istante, poi gettò un’occhiata veloce all’orologio che riluceva sul suo polso ossuto, quindi, senza aggiungere altro le indicò un lungo vagone nero e rosso, impolverato e tetro, che ammiccava sinistramente dal binario alle loro spalle.

“Grazie”, sussurrò lei e volò via riprendendo la marcia forzata che aveva appena interrotto.

Salì e, senza badare a chi incrociava il suo sguardo, si rifugiò nello scompartimento indicato sul suo biglietto.

Si sedette rallegrandosi all’idea di essere sola. Negli ultimi tempi la compagnia era un male che preferiva evitare, troppi convenevoli, troppe domande, troppe false risposte. Quando era sola non aveva alcuna necessità di mentire.

Il treno si mise in moto poco dopo il suo ingresso, sussultando e sbuffando. L’accelerazione della partenza le provocava sempre un piacevole stato d’euforia, simile alla scossa di adrenalina della discesa delle montagne russe dei Luna Park.

Lo sfrecciare monotono degli alberi e delle case, rare, coloniche e probabilmente disabitate, aveva un peculiare potere ipnotico: buio, luce, buio, luce. Punto, linea, punto, linea. Stop.

La regolare sequenzialità di quella scena le rammentava il corso di buddhismo che aveva seguito l’inverno precedente. Ci andava tre volte a settimana. Indossava gli abiti più confortevoli e meno provocanti che aveva nel guardaroba. Infilava un vecchio paio di scarpe da ginnastica e si perdeva fra i flutti della meditazione, immersa in un lento vociare rituale che aveva sulla sua psiche l’unico risultato di..

“Farti ridere”.

Sussultò.

Si guardò attorno e non vide altro che poltroncine di pelle vuote, una porta a vetri socchiusa ed un fumo brunastro di sigarette che aleggiava nell’aria viziata.

Scosse la testa, pescò il cellulare dalla borsa e controllò che fosse spento. Lo era. Prese un pacchetto di Lucky Strike spiegazzato ed ammaccato, sfilò una sigaretta estraendola con i denti e sporcando il filtro di rossetto (se mia madre mi vedesse fumare come un cowboy andrebbe su tutte le furie), pensò sorridendo ed ammiccando al suo riflesso distorto nel finestrino.

Inalò affondo. La prima boccata di fumo dopo sei mesi di astinenza andava gustata, assaporata, trattenuta come i baci di un amante dimenticato.

“E la spegnerai schiacciandola sotto la suola della scarpa, tenendola strizzata fra pollice e indice per poi lanciarla via con una schicchera”.

Rise.

“Già, farò esattamente così”.

“Ti sei mai chiesta perché fumi con la sinistra pur non essendo mancina”.

“Certo, la risposta l’ho trovata in almeno cento testi di analisi del comportamento”.

Silenzio.

“Non ho mai potuto fumare liberamente in casa, ergo associo l’idea della sigaretta al proibito e compio questa bieca azione usando la mano che per antonomasia è deputata alle azioni non rette”.

Ricominciò a ridere.

“Ma che brava…e sei certa che l’unica ragione sia questa?”

Smise di ridere. No, non ne era affatto certa, in realtà non era sicura di…

“Nulla”.

“Lo so da me, non c’è nessuna necessità che mi rinfreschi la memoria”.

“Ma io sono qui proprio per questo”.

“Per assillarmi?”.

“No, per costringerti a guardarti dentro”.

“Non è un’esperienza innovativa. Il mio inconscio è un ripostiglio dove guardo spesso e dove trovo bene o male sempre le stesse vecchie cose, smesse, ammonticchiate, familiari e...”

“Noiose, stavi per aggiungere?”.

“No, mortali”.

“Sei depressa?”

“La depressione è una fase passiva di un pregresso comportamento attivo”.

“Sei depressa”.

“E’ un ciclo che ho ultimato e superato, ora sono oltre. Credo di essere già alla fase dell’accettazione dell’inevitabilità della condizione umana”.

“Ma la condizione umana è solo passeggera”.

“Ma smettila”.

“Non credi che sia così?”

“Credere è un verbo che non mi appartiene”.

“Tutti credono in qualcosa, per quanto possa essere inutile e perfino deleterio in taluni frangenti, ma chiunque ha la necessità primitiva di alzare gli occhi ...”.

“Al cielo e chiedere perché? Ho smesso anche di farmi domande, triste ma vero”.

“Non è detto che sia triste, ma non è neppure detto che sia vero”.

“Vero, falso. Giusto, sbagliato. Bianco, nero. Che senso ha?”

“Gli assoluti semplificano la vita, mia cara”.

“Gli assoluti non esistono e la vita si complica da sé”.

Improvvisamente cessò di parlare, strofinò il mozzicone fumante sotto la suola dello stivale, schiacciò la cicca fra pollice ed indice, abbassò il vetro del finestrino e lanciò la sigaretta oltre il raggio del suo campo visivo.

Quando si trovò nuovamente a fissare la superficie lucida del vetro si accorse che l’immagine riflessa era mutata: non c’era il suo volto sfocato sulla superficie trasparente, ma un quello di un uomo con una lunga barba nera e degli eleganti occhiali da sole appoggiati sulla punta del naso aquilino.

Si voltò di scatto, ma alle sue spalle non vide nessuno.

“Non cercarmi altrove, sono esattamente dove mi vedi”.

“Sei fuori da un treno in corsa?”.

“No”.

“E allora?”

“Sai benissimo dove sono”.

“Sei sospeso nella sabbia e nei cristalli di un vetro molato?”

“Fuochino”.

“Sei sospeso nel tempo”.

“Brava, sei perspicace per essere umana”.

“Ammetto di essere incuriosita”.

“Ma non spaventata a quanto posso vedere”.

“Spaventata? E perché mai? Solo perché sono arrivate le allucinazioni che aspettavo da tempo? Sapevo che sarebbe successo prima o poi. Sono stressata, nevrotica e bipolare, parlare con un uomo avvenente imprigionato in un’altra dimensione era il minimo che potesse capitarmi!”

La figura riflessa assunse d’un tratto lineamenti e fattezze più decise: gli occhi scuri e profondi erano appena celati da un paio di antiquati occhiali fumé, la barba era folta e ben curata, i capelli lunghi raccolti da un nastro di velluto, o almeno tale pareva la qualità della stoffa nel riflesso del cristallo, le sopracciglia irte e ferine, le lebbra vermiglie le suscitavano pensieri che non avrebbe volentieri confessato.

“Dunque io sarei il frutto delle tue frustrazioni”.

“Un modo garbato per delineare l’inizio del mio disfacimento mentale”.

“La tua ironia è sorprendente. Se una donna avesse solo osato esprimersi in una tale maniera ai miei tempi, avrebbe patito una sorte ingloriosa, almeno dal punto di vista della crocifissione sociale”.

“I tuoi tempi?”

“Vanto una considerevole longevità”.

“Chi sei?”.

“Non lo sai?”.

“Un demone?”

La figura rise mostrando una fila di denti regolari e bianchissimi la cui unica eccezione era rappresentata dalla presenza di lunghi canini che rilucevano nel tepore del tramonto che lambiva il fianco del treno in corsa.

“Oddio”.

“Non proprio”.

“Un vampiro...”.

“Per servirti”.

Un sorriso le rasserenò il volto, una luce che sembrava spenta, ma che ardeva come un tizzone sotto la cenere, fece dopo troppo tempo la sua timida ricomparsa.

“Non è possibile. Non siamo in Transilvania e neppure in un film di Coppola”.

“Tutto ciò che la gente pensa di noi è fondamentalmente errato. Non siamo demoni e non siamo angeli. A dire la verità non ho avuto mai alcun rapporto né con gli uni né con gli altri”.

“Credevo che almeno le fantasie avessero un contatto con l’ultraterreno”.

“L’ultraterreno è una parola complicata che esprime un concetto elementare: inconoscibile”.

“Capisco”.

“No, non puoi e non potrai mai capire. Capire è un ‘illusione”.

“Come te”.

“Certo, io sono il re delle illusioni. Vivo solo grazie alle aspettative tradite della gente, mi nutro delle ansie e delle lacrime, sfrutto ogni attimo di debolezza della specie umana al solo scopo di sostentare e giustificare la mia non esistenza”.

“Un non morto per una non vita”.

“Sbagliato, una vita per una non morte”.

“Cosa vuoi da me?”.

“Io? Nulla. Sei tu che mi hai evocato…da sempre, costantemente. Mi pensi, mi chiami, mi desideri, ti identifichi in ciò che rappresento. Sono tuo padre e tuo figlio. L’unica parte di te che non riesci a gettare via”.

Le mani le tremavano leggermente, prese un’altra sigaretta e l’accese con ira.

“Che sentimento importante sprecato senza cura”.

“Se sei una mia creatura posso farti sparire quando voglio”.

“Temo che non funzioni esattamente così: puoi solo allontanarmi, poi tornerò, più forte, più vero, più simile a te. Arriverà un giorno in cui faticherai a distinguere la tua immagine dalla mia, un giorno nel quale il buio prenderà il posto della luce. Un giorno nel quale anche tutti i tuoi dubbi non avranno più ragione d’essere e ti arrenderai a me”.

“Non capisco quello dici”.

“L’immortalità, l’assenza di senso di colpa, il dominio non solo sugli elementi, ma soprattutto sugli stati d’animo, è questo che hai sempre invidiato alla mia razza. Il peccato senza il rimorso, l’amore senza il palpitare di un cuore, una vita che non è vita in un corpo che non muta. Il potere di decidere il destino degli inferiori, il diritto di creare e di distruggere senza mai fermarsi a riflettere su ciò che si è fatto.Un lungo presente senza un futuro ed un passato. E’ questo che vuoi?”

“E’ esattamente ciò che corrisponde alla mia visione personale di Paradiso”.

“Ne sei certa? Dormire in una bara, nutrirsi di sangue, abolire ogni emozione per un’eternità vuota. Sei certa che il tuo Paradiso sia fatto di tenebre e solitudine?”

Il fumo azzurrognolo saliva in lente volute fino a lambirle le guance rigate di lacrime. Quanto tempo trascorso inutilmente, quanta vita sgusciata fra le dita come la sabbia di una clessidra che nessuno può capovolgere. E tutto questo perché?

Per soddisfare cosa?

Per assomigliare a chi?

Si voltò verso il finestrino e non vide altro che sé stessa: una giovane donna sola, che fuma una sigaretta piangendo nello scompartimento vuoto di un treno in corsa.

Il rumore della porta scorrevole che scricchiolava nei suoi binari consunti, la fece sobbalzare riportandola alla realtà.

“Biglietto signorina”, il controllore, rosso in volto per il freddo e stretto nella giacca della sua divisa, la fissava con aria perplessa.

“Subito”, replicò lei asciugandosi gli occhi con il dorso della mano.

“Perché una ragazza tanto bella è così triste?”, chiese l’uomo con fare benevolo.

Lei si voltò e lo azzannò alla giugulare.

Lui tentò di divincolarsi dalla stretta che lo serrava ai fianchi. Scalciò, si dibatté imprecando, artigliò l’aria in più punti prima che i denti affilati della creatura gli lacerassero le carni suggendo il nettare vitale. L’uomo smise di sussultare, di divincolarsi e di respirare. Un lungo sibilo privo di forza accompagnò la sua anima verso altri lidi.

Lei lo lasciò cadere esangue ai suoi piedi. Prese un fazzoletto dalla borsa e si asciugò il sangue che le colava dagli angoli delle labbra. Gli occhi ancora rossi e privi di iride le conferivano un’aria ancor più surreale.

“Devi smetterla di mettermi alla prova, Sire”, sussurrò all’uomo che si ergeva alle sue spalle.

“Perché mia cara? Non ti divertono più i miei giochi?”

“La morte con te è sempre un gran bel gioco”.

Risero tenendosi per la vita.

“Rimpiangi qualcosa della tua vita passata?”

“Mai”.

“E quelle lacrime, allora?”

“Fame, mio Signore”.






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"Belial. Le radici del Male"


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