• Maria Elena Cristiano

Spider-man: No Way Home. Il film che non c'è.


Dopo lo stop forzato di quasi tutte le attività ludiche, culturali e "vitali" imposto dalla Covid-pandemia, sua maestà il cinema torna ad affacciarsi nelle nostre esistenze. Il primo blockbuster che tenta, con un certo successo, di riportare i nostri deretani sulle poltroncine imbottite e i nostri occhi piantati su maxi schermo è il terzo, ennesimo, capitolo della saga Marvel con protagonista Spider-man. Cast confermato, regista anche, stesso team di sceneggiatori, uso degli effetti speciali parzialmente ridimensionato, medesimo target di spettatori: noi nerd.

Avviso fin da ora che questa recensione contiene spoiler, quindi, andate avanti a leggere...

Il lungometraggio riprende le vicissitudini del ragnetto salterino dalle ore successive alla rivelazione della sua identità segreta ad opera di Mysterio (al secolo Quentin Beck, interpretato nella seconda puntata della serie dall'inossidabile Jake Gyllenhaal). La vita del simpatico Peter Parker viene, ovviamente, sconvolta dall'improvvisa notorietà e dalle accuse mosse da solerti, ed inutili, agenti federali, di aver assassinato il supereroe con il mantello d'argento e di essere una potenziale minaccia, dato che il buon vecchio Tony Stark (pace all'anima sua...) ha fatto omaggio di tutta la tecnologia delle Stark Industries al ragazzino del Queens, rendendolo, di fatto, l'uomo tecnologicamente più potente al mondo. La situazione dell'amichevole Spiderman di quartiere, si complica ulteriormente quando lui e suoi amici vengono rifiutati da tutte le università più importanti degli States, in quanto ritenuti indesiderabili alla luce degli ultimi accadimenti che hanno scosso mezzo mondo. Disperato, Peter chiede aiuto al sempre affasciante Dottor Strange (Benedict Cumberbatch) per far sì che tutti dimentichino la vera identità dell'Uomo Ragno. Il mago non più supremo, è stato blippato per cinque anni e ha perso il posto, accetta, ma Parker si intromette nel rito causando un paradosso spazio temporale (con buona pace di Doc Brown di Ritorno al Futuro). Il multiverso, tanto caro a Stan Lee, si spalanca riversando sulla Terra i nemici storici di Spider-man (Octopus, Lizard, Obgoblin, l'Uomo Sabbia, Electro) e i due precedenti super eroi in calzamaglia telata: Tobey Maguire e Andrew Garfield. Da qui la pellicola è un susseguirsi di tributi alla trilogia diretta da Raimi (che per molti, me compresa, resta la migliore realizzata sulle gesta del primo supereroe uscito dalle matite di Lee e Dikto), di non colpi di scena, di confidenze fra i vari spidermen per condurre ad un finale che vedrà Parker sacrificare la sua vita per il bene comune. No, non muore, per carità, stanno già girando il quarto episodio. Per rimettere tutto a posto, Peter chiede al Dottor Strange di far dimenticare a tutti chi è, in maniera che i nemici, gli amici, le controfigure e le doppie incarnazioni, non accorrano sulla Terra per vendicarsi di lui. Il film, easter egg escluso, termina con Tom Holland che prende possesso di un piccolo appartamento fatiscente, tira fuori dalla sacca il vecchio costume, cerca un lavoro e si sintonizza sulla radio della polizia.

Per creare il Marvel Cinematic Universe, nella fattispecie la saga degli Avengers, i produttori e gli sceneggiatori della Disney hanno compiuto più di qualche azzardo, riscrivendo, a volte integralmente, le gesta degli eroi a fumetti da cui le storie sono state tratte e stravolgendoli ad uso e consumo di film assolutamente spettacolari, e quasi per nulla recitati. Una volta fatto fuori Tony Stark, smaterializzato Visione, suicidata Black Widow e fatto esplodere Thanos, il macrocosmo Marvel ha collassato. Nel secondo lungometraggio interpretato dall'acrobatico Holland, ballerino provetto di cui vi consiglio di recuperare la magistrale interpretazione di "Umbrella", troviamo uno Spiderman che non assomiglia in nulla a nessuna delle incarnazioni di inchiostro delle serie storiche dei fumetti (Classic Spiderman, Amazing Spiderman, Spiderman, Spiderman 1999). Peter Parker ha una zia giovane e bella, una fidanzata, un collaboratore oversize, tutti i giocattoli di Iron Man, un assistente personale (Happy Hogan). Troppo da accettare per qualunque fan della serie a fumetti. Già, i comics, le strips. Quelle opere d'arte che profumano di china su cui i più intelligenti di noi sono cresciuti e che sono entrati nell'immaginario collettivo con la medesima forza evocativa e culturale dei romanzi. E allora, come far pace con la base nerdiana che storce il naso da anni davanti alle peripezie inventate dalla Disney? Semplice: azzerando tutto. Spogliando il nuovo Uomo Ragno di ogni orpello sociale, tecnologico e amoroso, per rimetterlo esattamente dove doveva essere: sulla cima dell'Empire State Building a scattare foto a se stesso cercando di venderle all'eterno avversario J Jonah Jameson, tentando di pagare l'affitto e di fidanzarsi con Mary Jane e non con Michelle Jones.

In conclusione, Spider-man: No Way Home è un film che non c'è. Un lungometraggio divertente, che serve solo a resettare le iperboli di un franchise troppo commerciale che si spera si ricongiunga alle origini, con qualche effetto speciale di meno e qualche sano dialogo in più.

Voto: 6


 

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