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  • Maria Elena Cristiano

Sogni, incubi e deliri - racconto -




Quel maledetto piercing gli faceva una male infernale.

Non riusciva ancora a ricordare esattamente come Jason lo avesse convinto ad infliggere alla sua povera lingua un tale supplizio.

Continuava a rigirarsi fra gli incisivi la piccola perla di metallo, torcendola e solleticandola, tentando, invano, di farle trovare una posizione più confortevole, o, almeno, meno dannosa per il suo palato.

Si accese una sigaretta e tornò a fissare fuori dal finestrino dell’utilitaria.

Un tizio seduto in un’auto vicina guardò per qualche istante la sua capigliatura con fare incuriosito.

Walter si passò le dita fra le punte ispide della cresta blu-arancio ed indirizzò alla volta dell’anonimo signore un esplicito saluto alzando il medio della mano sinistra. Il tipo non reagì, limitandosi a distogliere lo sguardo accompagnando il gesto con una sarcastica alzatina di sopracciglia.

“Parti dai…”, gli gridò Jason piombando nella macchina.

Walter mise in moto e partì sgommando,  tagliando la strada all’uomo con cui aveva avuto poco prima quella simpatica conversazione gestuale.

“Ce l’hai?”, chiese senza staccare gli occhi dalla strada.

“Certo”, replicò Jason sorridendo, “ecco qui”, aggiunse tirando fuori un sacchetto di plastica dalla tasca interna della giacca di pelle.

“Sei certo che sia roba buona?”, insistette Walter.

“E’ ottima…cosa credi…io gli affari li so fare. Piuttosto, dove andiamo a sballarci?”.

“Nel garage dei miei”, replicò Walter distratto.

“Fantastico”, disse Jason alzando gli occhi al cielo, “ io rimedio il miglior Hashis in commercio e me lo devo godere nel garage del villino dei tuoi vecchi…grandioso…”.

“Hey, se non ti sta bene spartiamo qui e vatti a stordire dove ti pare…stai sempre a lamentarti, sembri una vecchia serva acida…”.

“Non ti incazzare, bello, era tanto per dire…che c’è, sei ancora nervoso per il buchetto alla lingua?”, aggiunse Jason sghignazzando.

“Puoi dirlo forte, piccolo nano bastardo.  Come Cristo sei riuscito a convincermi a farmi trapanare la carne? Io ancora non riesco a ricordarmi un bel niente dell’altra notte…”.

“Eri talmente ubriaco che ci sei entrato da solo in quel negozio di tatuaggi e, dato che ti eri addormentato sulla poltrona della saletta d’attesa, io ed i ragazzi abbiamo pensato di farti un regalino…”.

“Bell’idea del cazzo…potevo restarci secco!”.

“Non dire cretinate Walter! Nessuno muore per un piercing…e poi te lo abbiamo anche pagato…”.

“Vuoi che ti ringrazi per il pensiero?”.

“Dovresti, anche perché non si è mai visto uno che dice di essere punk, ma si fotte di paura all’idea di farsi tatuare e non ha nemmeno una spilla in un orecchio. L’anarchia, bello, è una cosa seria. La trasgressione è vita, e non basta una cresta e qualche spinello per dimostrare di essere degno di far parte della Banda”.

Walter tacque. Si accese un’altra sigaretta ed avviò lo stereo dell’auto.

Gli Offspring inondarono l’abitacolo con la potenza di una mandria di bufali.

Il garage della villetta dei Gordon era ingombro di scatoloni, libri ammonticchiati e vecchie pile di giornali ordinatamente accatastati e legati con dello spago.

Walter si sedette su uno scatolone e Jason lo raggiunse acciambellandosi sul pavimento poco distante da lui. Estrasse il pacchetto dalla tasca, attese che Walter gli passasse delle cartine di velina, quindi cominciò a stendere del tabacco misto all’erba sul sottile involucro di carta per poi rollare con cura il primo spinello che passò prontamente all’amico, prima di ricominciare l’operazione per preparare il suo.

“Pensa se il dottor Gordon, stimato e rispettato psicanalista, beccasse il suo unico figlio intento a farsi una canna nel suo puritano garage”, ridacchiò Jason.

“Già…al vecchio verrebbe un colpo, ma tanto sospetta che mi faccio di un po’ di tutto”.

“E quando lo ha scoperto?”.

“Chi ti dice che glielo abbia mai nascosto?.

Jason esplose in una risata. Aveva dei piccoli denti aguzzi da roditore, disposti disordinatamente in una bocca contornata da labbra sottili e pallide. Era corpulento e tozzo, con la fronte bassa e dei lunghi capelli nero corvo a contornargli l’ovale quadrato e poco signorile.

Walter era l’esatto opposto del suo migliore amico: alto, magro, con dei seri e compassati lineamenti nordici ereditati dalla madre di origine norvegese. Un bel ragazzo che avrebbe fatto strage di cuori al college, se non avesse deciso di rintanarsi in un forzato isolamento fatto di musica, amici sbandati, strane acconciature e pessime abitudini.

“Li odi i tuoi, non è vero?”, gli chiese Jason.

“No, la verità è che mi sono del tutto indifferenti”, rispose Walter inalando affondo un’altra nuvola di fumo, “sono dei piccoli borghesi convinti che la vita valga la pena di essere vissuta solo alle loro condizioni. Non capiscono che la vita è solo…”.

“…solo?”.

“Solo un attimo di buio a cui segue la notte più nera”.

“Hey, amico, sei molto più avanti di quanto credessi. E quando avresti deciso di farla finita?”.

Walter fissò Jason perplesso.

“Non ho mai detto di volerla far finita…”.

“Ah no? E che volevi dire allora?”.

“Che ho intenzione di godermela facendo il finto anarchico finché potrò, poi quando sarò costretto a crescere mi taglierò i capelli, indosserò la giacca e la cravatta e smetterò anche di fumare. In fin dei conti odiare la propria famiglia è un buon atteggiamento finché si è adolescenti, tutti i bei giochi finiscono prima o poi…”.

“Allora è vero che sei una gran finto. Figlio di …”, imprecò Jason alzandosi da terra.

“E tu non lo sei forse? Tuo padre è proprietario del più grosso autosalone della città. Vuoi dirmi che quando sarà troppo vecchio per lavorare non prenderai il suo posto, leccandogli il culo affinché ti intesti tutto quello che ha prima di tirare le quoia? Vuoi dirmi che tu, proprio tu che non hai neppure il coraggio di alzare la voce davanti ad un professore di storia che ti insulta, non finirai con il diventare uguale a quelli che dici tanto di odiare? Smettila Jason, sai meglio di me che la storia del punk, dell’anarchia, della Banda dei Maledetti, è solo una stronzata per sembrare diversi dagli altri. La triste realtà è che non siamo affatto diversi, e non lo saremo mai”.

Jason si rimise a sedere, fissò Walter negli occhi per qualche istante e riprese a fumare la sua canna.

Dopo un paio di ore si salutarono senza troppa enfasi, il discorso di Walter aveva messo per la prima in volta in chiaro la verità sulla loro amicizia e sulla loro fantomatica scelta di vita: erano un bluff, due falliti che giocavano a fare gli antieroi, e a quasi diciannove anni erano anche perfettamente consapevoli di esserlo.

Walter entrò in casa dalla porta della cucina.

Dal salotto proveniva il brusio sommesso della televisione accesa.

Suo padre era seduto in poltrona con le gambe accavallate, una bottiglia di analcolico in mano e la faccia seria intenta a fissare il piccolo schermo luminoso.

Non lo degnò neppure di un’occhiata. Meglio, pensò Walter che sgattaiolò nella sua stanza. Sdraiatosi sul letto si calcò bene gli auricolari fin quasi a sfiorare i timpani e sprofondò nel suo universo fatto di urla, chitarre elettriche e nulla.

Sua madre aprì la porta della sua camera circa un’ora più tardi. Walt spense per un attimo lo stereo.

“Vieni a mangiare, tesoro?”. Audette era una donna dalla bellezza fredda, poco sensuale, eternamente avvolta da vestiti troppo accollati e troppo grandi, che nascondevano e mascheravano la sua esile figura.

“No, non ho fame. Mangerò qualcosa più tardi”, fu la laconica risposta di suo figlio.

La donna sorrise ed abbandonò la stanza in punta di piedi.

Si era addormentato.

La musica era finita ed il cavo degli auricolari gli si era attorcigliato attorno al collo come un cappio. Era perfino caduto dal letto senza accorgersene. Si alzò a sedere e buttò un’occhiata all’orologio digitale che teneva sul comodino: le tre e mezzo.

“Cristo”, imprecò. Quella roba doveva essere davvero forte, si sentiva come reduce da uno stato di narcosi.

Uscì dalla stanza e scese le scale per raggiungere la cucina, aveva una fame da squalo.

A metà della rampa un rumore sospetto attirò la sua attenzione. Era come un cigolio insistente che proveniva dal retro della casa. Si fermò tendendo l’orecchio per localizzare meglio la fonte di quel rumore estraneo che spezzava il perfetto silenzio che regnava. Era immobile e vigile come raramente gli era capitato di essere in quell’ultimo anno. A badare bene non era proprio un cigolio che sentiva, ma…un crepitio, no…no…era il gracchiare mesto di una sega e proveniva…dal garage.

Si precipitò nella camera da letto dei suoi genitori per avvertirli che, probabilmente, un ladro stava tentando di entrare nella loro casa. Irruppe nella stanza con il cuore in gola, ma la trovò desolatamente vuota.

Un formicolio si impadronì dei suoi muscoli, salendo lentamente dalle gambe fin quasi alla radice dei capelli.

Scese le scale con passo leggero e raggiunse il retro della villetta, serrando fra le mani la sua vecchia mazza da baseball.

Vide la porta del garage semi aperta. Un tenue raggio di luce filtrava dalla scure socchiusa. Si avvicinò e sbirciò, ma fece fatica a mettere a fuoco ciò che i suoi occhi tentarono di spacciargli per vero.

Suo padre, Fred Gordon, era chino sulla sagoma accovacciata di Jason, mentre sua madre, Audette, stringeva fra le mani una sorta di mannaia con cui vibrava ripetuti fendenti al volto del suo quasi morente ex-migliore amico. Fred sorrideva trattenendo il ragazzo per la lunga chioma intrisa di sangue, e bofonchiava alcune parole sibilandole fra i denti digrignati. Jason rantolava. Era ferito ovunque: al torace, all’addome, alle gambe. Walter poteva intravedere la rotula sinistra protrudere dal femore disarticolato. Audette gracchiava.

Walter si portò una mano alla bocca ed un potente fiotto di vomito gli inondò le dita spalancate.

(Sono pazzi), pensò, (i miei genitori stanno massacrando Jason…che faccio?).

Si asciugò la bava dagli angoli della bocca e si costrinse a guardare di nuovo il grand guignol che stava avendo luogo nel garage della sua tranquilla casetta di periferia.

Jason era morto.

Non si muoveva più. Non gemeva più. L’unico occhio risparmiato dalla furia omicida di sua madre, fissava , laconico, la porta semi aperta. Sembrava guardarlo con una strana espressione interrogativa.

Si voltò e corse via.

Attraversò quasi per intero la cittadina prima di fermarsi sulla sponda del fiumiciattolo dove andava a pescare con suo padre quando era poco più che un bambino.

Si sedette con il volto sprofondato fra le mani, e pianse.

La mattina seguente fu svegliato da un agente di polizia, che, con fare sbrigativo, lo destò con un piccolo, ma ben assestato, calcio sullo stinco.

“Sei Walter Gordon?”, gli chiese l’uomo in divisa fissandolo negli occhi.

“S-sì”, borbottò il ragazzo issandosi a fatica a sedere.

“I tuoi ti cercano da questa notte…una birra di troppo , ragazzo?”.

Walter serrò i pugni e scoppiò di nuovo in lacrime.

L’agente restò per un attimo sbigottito, poi cinse per le spalle lo sparuto adolescente con i capelli bicolore e le tempie rasate e lo accompagnò nella vettura d’ordinanza.

“A volte capitano dei malintesi fra genitori e figli”, continuò l’uomo in tono bonario mettendo in moto la macchina, “ma sappi che a tutto c’è sempre una soluzione. Ma non la trovi nel fondo di una bottiglia, e neppure nelle mode…”.

“Hanno ucciso un mio amico”, disse Walter con un filo di voce.

L’uomo in divisa si fece d’un tratto serio, accostò l’auto ad un marciapiede e si voltò dalla parte del passeggero.

“Chi ha ucciso un tuo amico, dove e quando?”, chiese con calma.

“I miei genitori, ieri notte verso le tre…hanno trucidato Jason Collins, un mio compagno di scuola, nel garage della nostra casa. Li ho visti…per questo sono fuggito”.

Il poliziotto aggrottò le sopracciglia, rimise in moto la macchina e non profferì verbo per un lasso di tempo che a Walter parve infinito.

“Mi deve credere”, gridò d’improvviso il ragazzo, “li ho visti bene…mio padre lo tratteneva per i capelli…e mia madre lo colpiva con un’accetta…o roba simile…sono pazzi…li deve arrestare…non può riportarmi a casa!”.

“I tuoi genitori sono persone a posto”, disse l’uomo dopo qualche istante, “e Jason Collins è vivo e vegeto. Gli ho parlato questa mattina. E’ a scuola, dove dovresti essere anche tu”.

“E’ vivo?”, Walter aveva gli occhi fuori dalle orbite, “gli ha parlato questa mattina…”, concluse a fatica.

“Certo. I tuoi erano sicuri che avessi trascorso la notte da lui, così stamattina, prima di venirti a cercare, sono passato a casa sua e poi a scuola, dove Jason, in perfetta salute, mi ha detto di aver lasciato la vostra villetta verso le sette di ieri pomeriggio e di non avere tue notizie da allora”.

Walter si zittì.

Giunsero a casa Gordon dopo pochi minuti. L’agente Starling lasciò il ragazzo fra le braccia della sua amorevole mamma e si accomiatò senza rivelare ciò che Walter gli aveva confidato poco prima.

“Dove sei stato, tesoro?”, gli chiese Audette stringendolo forte fra le sue braccia, “ ci hai fatto morire di paura”.

Al suono di quella parola, morire, Walter si scansò dalle braccia della donna con la velocità con cui si evita di calpestare un serpente a sonagli.

“Dovrei batterti a sangue”, urlò Fred irrompendo nella stanza, “ma da oggi in poi si cambia musica. Niente più creste in testa, niente più spinelli e niente più Jason. Quel ragazzo non mi piace. Da oggi in poi si riga dritto…altrimenti…”.

“Altrimenti cosa?”, ringhiò Walter, “mi truciderai come hai fatto con Jason?”.

Audette e Fred si scambiarono un’occhiata preoccupata.

“Ma di cosa stai parlando?”, continuò suo padre.

“Sai benissimo di cosa parlo, bastardo. Vi ho visti!”, gridò il ragazzo con quanto fiato aveva in corpo, “chini sul corpo di Jason ad infierire con la mannaia…lo avete ucciso in garage, ieri notte. Assassini!”.

“Tu sei pazzo”, sussurrò Audette.

“No, lo siete voi!” proseguì il giovane.

Fred Gordon si avvicinò a suo figlio e lo colpì con un possente manrovescio al volto facendogli sanguinare il labbro.

Walter si voltò ed uscì di casa sbattendo la porta.

Dopo qualche minuto era di fronte alla casa di Jason.

Bussò.

Margareth Aniston, la madre del suo redivivo compagno di scuola, gli venne ad aprire in vestaglia.

“Ciao Walter”, gli disse facendo finta di non vedere il rivolo di sangue che gli scorreva lungo il mento, “ è venuto un poliziotto a cercarti questa mattina…”.

“Sì, lo so”, tagliò corto il ragazzo, “ dov’è Jason? Sta bene?”.

“Credo che stia bene, sì…perché non dovrebbe?”.

“Quando lo ha visto l’ultima volta?”.

“Stamattina…è andato a scuola, come sempre…”.

Walter corse via.

Giunto davanti alla St. Paul High entrò e si precipitò nella sua classe.

La signorina Benford, insegnante zitella di matematica, lo scrutò accigliata.

“Jason”, disse Walter.

“Eccomi”, rispose l’amico alzandosi dall’ultimo banco.

Walter lo fissò negli occhi e svenne.

Si riebbe nell’infermeria.

“Hey, ma che ti prende?”, lo apostrofò Jason che gli era seduto accanto.

Il ragazzo lo guardò senza parlare.

“Ma che ci siamo fumati ieri sera?”, chiese interrompendo il silenzio.

“La nostra ultima canna”, replicò Jason sorridendo, “ho chiuso con quella roba, non fa più per me”.

“Sei diverso…”, disse Walter, “i capelli, i vestiti…stai bene, amico?”.

“Da Dio, fratello. Ho solo deciso di cambiare stile, tutto qui. Capelli corti, vestiti puliti, un aspetto più consono al futuro proprietario del più grande autosalone della città. Però parliamo dopo di abiti, ora devo tornare a lezione”.

“Cosa? Tu segui le lezioni?”.

“Non dovrei? Mah, non ti capisco Walter: sparisci per una notte intera, ti precipiti in aula e mi dici che non devo seguire le lezioni…stai sdraiato un altro po’, non credo che ti sia ancora ripreso”.

“Sì, ma quando ti sei tagliato i capelli?”, chiese Walter.

“Ieri sera”, disse Jason lasciando la stanza.

Erano tutti seduti intorno alla tavola per la cena.

Fred masticava con forza una pezzo di bistecca di manzo.

Audette spiluccava fagiolini con la punta della forchetta.

Walter, con i capelli legati e la camicia bianca per una volta infilata nei pantaloni, non toccava cibo.

“Allora”, disse suo padre, “hai parlato con Jason?”.

Il figlio annuì.

“Bene. Vedi, cara”, disse rivolto alla moglie, “ dopo tutto non siamo degli assassini”.

La donna rise di gusto come se si fosse trattato della migliore battuta di spirito che avesse mai sentito.

“Non hai nulla da aggiungere?”, chiese Fred.

“Io so cosa ho visto”, replicò con chiarezza Walter.

“Io so cosa ti eri fumato!”, tuonò suo padre, “me lo ha detto Jason oggi pomeriggio. Ha chiamato per sapere come stavi, e poi mi ha raccontato cosa avevate fatto ieri pomeriggio prima che tu avessi la tua allucinazione”.

“Non era un’allucinazione…non lo era”, ripetè meccanicamente Walter, “Jason è cambiato…non so cosa gli avete fatto, ma non è più lui”.

“Non mi importa cosa credi, piccolo teppistello dalla testa zebrata”, sentenziò spazientito Fred, “ so solo cosa dovrai fare da oggi in poi se vorrai vivere in questa casa: cambia modo di essere, mettiti a studiare e riga dritto, altrimenti potresti avere altre allucinazioni molto più concrete della morte del tuo caro amico”.

Walter si alzò di scatto dalla tavola e si rinchiuse nella sua stanza.

Audette lo raggiunse poco dopo.

“Non fare così, tesoro. Tuo padre ha ragione, stai sprecando la tua gioventù e noi non possiamo permettere che ciò avvenga e faremo qualunque cosa, qualunque, per impedirti di buttare via la tua vita”, uscì in punta di piedi così com’era entrata.

Di nuovo quel rumore.

Si svegliò con la fronte imperlata di sudore.

Scese le scale furtivo come un gatto e raggiunse di soppiatto il garage.

La porta era ancora una volta socchiusa e dall’interno provenivano rumori concitati.

Spiò.

Un terribile senso di deja vù si impadronì di lui.

Fred stava legando con cura le mani di una ragazza. Una biondina che gli sembrava di aver visto qualche settimana prima al corso di chimica. La ragazza era evidentemente svenuta. Restava immobile con la faccia girata nella direzione del suo sequestratore, le braccia e le gambe rilassate, i lungi capelli abbandonati sul pavimento.

Il signor Gordon le legò anche le caviglie con delle stringhe di cuoio, quindi, con fare metodico, la mise perfettamente supina.

Walter voleva entrare, ma qualcosa gli impediva di muovere anche un solo, singolo, piccolo muscolo. Era paralizzato.

Sua madre entrò dalla porta laterale del garage qualche istante dopo. Porse la marito un coltello da cucina e gli sorrise amabilmente. Fred lo brandì con forza e con un rapido e preciso fendente recise la gola della ragazza. Mentre fiotti di sangue si riversavano irrequieti sul pavimento rovinato del garage, Walter si incamminava mesto verso la sua stanza.

La mattina seguente si alzò presto, non aveva praticamente chiuso occhio, per recarsi solo ed indisturbato nel garage della villetta, perfettamente conscio di ciò che avrebbe trovato: nulla.

E così fu.

Tutto era in perfetto ordine. Niente sangue sui mattoni del pavimento, niente ciocche di capelli, niente fuori posto.

Si vestì in fretta e, senza salutare nessuno, si diresse verso la sua scuola. Giunse circa un’ora prima dell’apertura dei cancelli. Si sedette sulle scale ed attese. Dopo circa un’ora e mezza la vide. Amanda Robinson, ecco come si chiamava. La ragazza che aveva visto assassinare la notte precedente dai suoi adorati genitori, era viva, vegeta e sorridente. Gli passò vicino e con fare malizioso gli disse:

“Ciao Walter”, strizzandogli l’occhio.

Seduti intorno alla tavola per la cena.

Fred masticava la sua frittata.

Audette spiluccava dell’insalata.

Walter non toccava cibo. Ma i suoi capelli erano corti e tutti dello stesso colore, i suoi abiti più civili ed i suoi occhi più quieti.

“Com’è andata oggi a scuola, figliolo?”, gli chiese suo padre.

“Bene. Ho mangiato della merda durante l’intervallo, pisciato sulla lavagna durante l’ora di Inglese, e bestemmiato passando di fronte alla cappella. Una giornata produttiva, non credi pà?”.

Il signor Gordon serrò il manico del coltello fino a farsi sbiancare le nocche.

“Fila in camera tua”, fu tutto quello che aggiunse.

Crrr…crrrcrrr…crrr….crrrcrrr…

Si svegliò.

“Cristo!”, gridò alla stanza vuota.

Scese le scale e raggiunse il garage.

Stavolta stavano maciullando Micheal, il suo compagno di banco. Un secchione occhialuto che lo perseguitava dal primo anno delle superiori.

Sua madre lo stava prendendo a calci e gli aveva quasi del tutto divelto il naso dalla faccia.

Walter sorrise e tornò in camera sua.

La mattina seguente arrivò a scuola con qualche minuto di ritardo. Attese il termine della prima ora di lezione e, quando l’insegnante abbandonò la classe, entrò e si diresse, spavaldo, verso il suo compagno di banco, che era, ovviamente, vivo.

“Ciao Michael”, disse rivolto al ragazzo con il quale condivideva il primo banco da circa cinque anni, “ti sei divertito stanotte a casa mia?”.

“Io non sono mai a venuto a casa tua…ma che dici Walter…stai bene?”.

“Oh sì”, disse sorridendo il ragazzo, “e starò ancora meglio se verrai con me cinque minuti nel bagno degli uomini”.

Prese Micheal per un braccio e lo costrinse a seguirlo a suon di calci e spintoni.

Uscì dal bagno dei ragazzi circa un quarto d’ora dopo.

Si ripulì le mani sull’orlo della camicia bianca e fece ritorno in aula.

Micheal riuscì a rinvenire solo qualche ora dopo.

“Jason, vuoi venire un attimo con me”, disse Walter al suo migliore amico intento a rimorchiare una coetanea.

“Ho da fare adesso, vengo tra un attimo, o.k.?”.

“No, vieni ora”, gli disse Walter afferrandolo per una spalla.

Jason lo seguì non senza protestare.

“Ma che cazzo vuoi?”, gli chiese senza mezzi termini.

“Quanto ti hanno dato?”.

“Ma chi?”, chiese Jason.

“I miei. Quanto ti hanno pagato per inscenare il tuo massacro?”.

Jason sorrise compiaciuto.

Walter lo colpì dritto al volto facendogli quasi saltare un incisivo.

“Ma sei matto?”, lo apostrofò l’amico sputacchiando sangue e saliva.

“Allora? Sto aspettando ancora una risposta”.

“Ma non sarai mica incazzato…dai era solo uno scherzo…un po’ strambo lo confesso. Tuo padre è uno forte in materia di insegnamenti, questo lo devo ammettere. Se i miei fossero stati così persuasivi, oggi sarei molto diverso. Ma dai, non fare quella faccia…in fin dei conti non si è fatto male nessuno, no?”.

“Non ancora”, replicò Walter gelido, “ora, però, raccontami tutto, senza tralasciare nulla o ti spacco la faccia una volta per tutte”.

“Va bene. La cosa, a dire il vero, è drammaticamente semplice, roba da sbellicarsi…vado con ordine…mentre l’altra sera stavo lasciando casa tua, ho incontrato tuo padre che tornava dal lavoro. Mi ha fatto salire sulla sua macchina e dopo qualche convenevole mi ha fatto la fatidica domanda”.

“E cioè?”, chiese Walter vivamente interessato.

“Mi ha chiesto se facevamo uso di droga…beh, io mi sono tenuto sulle generali, ma ne avevo appena fumata tanta che non sono stato così convincente, e dopo qualche domanda ben formulata ho ceduto e gli ho spiattellato la verità…sulle canne, sulle sbornie ed anche sul tuo meraviglioso piercing…Credevo che si sarebbe limitato ad una paternale, invece mi ha accompagnato a casa e mi ha fatto confessare tutto davanti ai miei. Non puoi immaginare le cinghiate che mi ha rifilato il mio vecchio…se non che, ad un certo punto, tuo padre sfila la cinta dalle mani del mio, ci fa sedere tutti in circolo e ci dice: credo di sapere come terrorizzare mio figlio ed altri che, come lui, si fanno di schifezze dalla mattina alla sera. Credimi l’idea ha conquistato anche me”.

“Fammi indovinare”, lo interruppe Walter, “vi ha detto che con un po’ di trucco e le luci messe nei punti giusti si potevano mettere in scena dei finti omicidi. Dei piccoli capolavori di cinematografia amatoriale che come vittime e protagonisti avrebbero avuto i miei adorati compagni di scuola. Una volta assistito allo scempio, sarei corso dalla polizia, ma come unico risultato avrei avuto quello di trovare i miei amici sani e salvi, e quindi mi sarei convinto di essere preda di orride allucinazioni causate dall’eccesso di alcool e marijuana”.

“Esatto”, giubilò Jason, “solo che doveva bastare il mio omicidio per farti mettere la testa a posto, ma tu non ti sei arreso…”.

“E mio padre è stato costretto a ripetere il numero per un altro paio di volte”, Walter si mise a camminare per il piazzale della scuola con le mani sprofondate nelle tasche ed il volto scuro e pensieroso, “lo avevo immaginato che le cose stessero così”, aggiunse poco dopo, “mio padre prima di fare lo psichiatra voleva diventare regista. Già un regista di film dell’orrore. Non ha mai perso il suo interesse per gli effetti speciali, per le scene macabre. Credo si sia divertito come un matto alle mie spalle. Tutti vi siete divertiti, ma non so quanto vi sia convenuto”.

“E dai Walt…non fare così! L’idea era grandiosa, e poi lo ha fatto a fin di bene. E comunque non sei l’unico ad essere rimasto fregato dal colpo di genio del tuo papà. I genitori di Freddy e George hanno parlato con lui qualche giorno fa, ed il tuo vecchio li ha aiutati a fare qualcosa di simile anche ai loro figli. Solo che quei due coglioni si sono spaventati a tal punto che hanno smesso anche di fumare!”, Jason rideva di gusto.

Walter era furente.

Seduti attorno alla tavola per la cena.

Fred masticava un wurstel.

Audette tagliuzzava delle zucchine.

Walter divorava una bistecca al sangue.

“Finalmente hai deciso di mangiare qualcosa, tesoro”, gli disse sua madre sorridendo.

“Ho una gran fame”, replicò il ragazzo, “papà…”.

“Dimmi Walt”, rispose suo padre senza staccare gli occhi dal piatto.

“Mi dispiace…davvero”.

Fred guardò il volto contrito di suo figlio ed un sorriso beato gli si allargò sul viso serio.

“Ho sbagliato tutto”, continuò il giovane, “le canne, l’alcool, i miei modi con te e con la mamma…devo esservi sembrato fuori di testa quando vi ho accusato di omicidio la scorsa settimana…”.

“In effetti ci hai fatto davvero preoccupare”, continuò l’uomo in modo pacato.

“Avevo fumato davvero troppo quella sera…ho avuto delle allucinazioni…Oddio, mi vergogno così tanto…riuscite a perdonarmi?”.

“Certo, figliolo”, si affrettò a dire Audette.

“Non basta chiedere scusa Walt, devi dimostrare di aver capito la lezione”, concluse serio Fred.

“L’ho capita…non sai quanto”.

Walter si alzò con calma dalla tavola e finse di andare in camera sua. Appena fuori dal raggio visuale dei suoi, si acquattò dietro una parete ed attese gli eventuali commenti alla sua magistrale interpretazione del figiol prodigo.

I bisbigli non si fecero attendere troppo.

“Ci siamo riusciti”, sussurrò suo padre.

“Pare di sì”, replicò Audette.

“La mia idea è stata semplicemente grandiosa…sapevo che mettendo in scena una tale drammatizzazione l’inconscio di Walt avrebbe ceduto. Della vernice, quattro lampadine ed un po’ di creatività hanno fatto più di ogni punizione e di qualunque sgridata!”.

“Certo, caro. Ma che fatica ripulire il garage da tutta quella vernice…piuttosto, sei certo che i suoi compagni non gli racconteranno mai nulla? Se sapesse come lo abbiamo ingannato ci odierebbe”.

“Nessuno gli racconterà niente…sono tutti impegnati a render conto delle loro colpe ai genitori, e poi si sono divertiti troppo per svelare il trucco”.

Risero.

Walter ghignò.

Si erano dati appuntamento al vecchio cimitero delle auto, appena fuori città.

Freddy aveva una vistosa ecchimosi sotto l’occhio sinistro, frutto della sberla che suo padre gli aveva inferto quando si era visto accusare di aver trucidato la fidanzatina sedicenne di suo figlio.

George era seduto su un motore arrugginito, non parlava, si limitava a torturarsi una ciocca di capelli rossi e ribelli.

Walter era un torrente in piena di parole, insulti e rabbia.

“Capito!?”, aveva gridato ai suoi compagni alla fine di quella sua arringa accusatoria.

“Dunque”, disse Freddy schiarendosi la voce, “sarebbe tutta una messa in scena orchestrata da tuo padre?”.

“Esatto! Fa lo psichiatra di professione e la drammatizzazione degli eventi psichici è sempre stata la sua linea di terapia prediletta…senza contare la sua passione morbosa per il cinema e per gli scherzi”.

“Insomma era tutto falso?”, chiese smarrito George.

“Tutto”, disse Walter con enfasi.

“Nessuna allucinazione provocata dagli spinelli, dalle pasticche o da qualcos’altro che ci eravamo sparati”, continuò George con una strana luce sinistra negli occhi, “ci hanno solo presi per il culo”.

“E vogliamo davvero lasciargliela passare liscia così?”, chiese Walter.

“No”, fu la risposta quasi sincrona dei due ragazzi.

Seduti attorno alla tavola per la cena.

Mangiavano in silenzio.

“Mamma, domenica verranno a pranzo Freddy e George con le famiglie…li ho invitati per una grigliata”, disse Walter.

“E-e come mai?”, quasi balbettò Audette. Fred le scoccò un’occhiata preoccupata.

“Per passare un pomeriggio tutti insieme…ho sbagliato ad invitarli?”, chiese il ragazzo.

“No”, rispose perentorio Fred, “hai fatto benissimo…domenica faremo un po’ di sana baldoria. Com’è andato il compito di matematica?”, chiese suo padre cambiando rapidamente discorso.

“Non lo so, la prof. ci porta i compiti corretti lunedì. Credo di aver fatto un buon lavoro. Mi sono messo a studiare…”.

Domenica mattina i coniugi Handowen arrivarono per primi, carichi di birra gelata, torte e sorrisi. Loro figlio George era il ritratto di un perfetto gentiluomo: gioviale, cortese, ben vestito, sobrio.

La famigli Atkinson giunse alla villetta dei Gordon poco dopo. Più seri e compassati, avevano portato un omaggio floreale alla padrona di casa ed un paio di bottiglie di Porto per innaffiare la carne alla griglia che Fred stava preparando con zelo dalle prime ore di quella soleggiata mattina.

Freddy era teso, un po’ disorientato e francamente preoccupato.

Prima di mettersi a mangiare, i grandi si erano intrattenuti in chiacchiere all’ombra del portico, mentre i tre adolescenti si erano rintanati nella camera di Walter a sentire un po’ di musica.

“E’ tutto pronto?”, aveva chiesto George rimasto solo con i suoi amici.

“Sì”, rispose Walt senza scomporsi.

Freddy li osservava in silenzio.

Seduti attorno alla tavola per il pranzo…in giardino.

Walter, George e Freddy avevano preso posto sul lato sinistro del grande tavolo da esterni, mentre le loro famiglie erano schierate, come un plotone d’esecuzione, sul lato opposto.

Fred e Gregory Atkinson, entrambi medici anche se operanti in differenti settori specialistici, erano presi da una conversazione fatta di parcelle ed appuntamenti. Audette stava tenendo una sorta di improvvisato seminario sulla coltivazione delle rose da invaso, mentre Scott Handowen era alle prese con la quarta bottiglia di birra, ed i suoi occhi si andavano visibilmente velando di un simpatico strato di lacrime euforiche.

I ragazzi fissavano i loro genitori con facce dipinte di disgustata noia.

Walter si schiarì sonoramente la voce per un paio di volte, prima che l’allegra brigata si riducesse al silenzio prestandogli attenzione.

“Noi”, disse rivolto ai suoi esterrefatti interlocutori, “avremo qualcosa da dirvi”.

I sorrisi svanirono dai volti dei sei adulti per lasciare il posto ad un’espressione preoccupata e consapevole.

“Già”, aggiunse George, “qualcosa che non credo vi farà molto piacere”.

“Beh”, disse con voce appena un po’ impastata il signor Scott Handowen, “ditecelo senza troppi preamboli”.

“Vi abbiamo scoperto”, concluse Freddy.

“Ma di cosa state parlando?”, chiese Audette, già pericolosamente vicina alle lacrime.

“Stiamo parlando della pantomima che avete messo in scena per fotterci”, proseguì Walter, “parliamo dei finti omicidi a cui ci avete fatto assistere, convinti che non avremo mai scoperto la verità…”.

“Convinti che nessuno dei nostri compagni ci avrebbe mai raccontato degli scherzi che avevate architettato per convincerci delle nostre errate abitudini di vita”, aggiunse George.

“Convinti che non avremo mai scoperto quanto ci avete presi per il culo!”, tuonò Freddy.

“Ragazzi, non era certo questa la nostra intenzione”, tentò di controbattere Fred.

“Zitto!”, ringhiò Walter, “non hai diritto alla parola! Sei fiero della tua trovata, sei fiero di avermi dato scacco come fai con i tuoi pazienti mentecatti…”.

Fred si alzò dalla sedia e, barcollando, vi ricadde seduto dopo pochi istanti.

“Ma che cazz…”, imprecò.

Ad uno ad uno i commensali tentarono di alzarsi dalle sedie, ma fallirono tutti miseramente.

“Cosa ci avete fatto?”, chiese gridando la signora Handowen, seguita a ruota dalle urla e dalle suppliche delle altre due donne.

“Non preoccupatevi”, disse serafico Walter, “per ora vi abbiamo solo drogato. Nella pasta”, disse rivolto ad Audette, “ in quella meravigliosa pasta al forno che hai cucinato, e che noi non abbiamo voluto, c’erano quaranta pasticche di clormazepam, e, come papà sa bene, quel particolare farmaco ha la proprietà di creare una sorta di paralisi progressiva se mischiato anche ad una trascurabile quantità di alcool, e voi vi siete scolati qualunque cosa”, concluse ridendo.

“Walt”, disse Fred sforzandosi di non urlare, “non volevo trattarti come un mio paziente, volevo solo spaventarti. Ero certo che se ti fossi convinto di quanto fosse dannosa la roba che fumavi e bevevi, avresti smesso di avere un comportamento così autodistruttivo. Ammetto di aver esagerato, ma l’ho fatto per te. In fin dei conti non si è fatto male nessuno”.

“Ma hai fatto in modo che gli altri ridessero di me!”, ringhiò il ragazzo, “sai come si saranno sbellicati alle mie spalle, alle nostre spalle. Quasi li sento…hai visto come i genitori di Gordon hanno fottuto il loro figlioletto punk? Che lezione che gli hanno dato, e com’era spaventato mentre suo padre fingeva di tagliarmi la gola. Quella puttana mi ha anche salutato a scuola! Non dovevi permetterti”.

“Cosa avete intenzione di farci?”, domandò Atkinson.

“Vedrete”, disse Freddy sorridendo.

Walter smise di parlare, entrò in cucina e ne uscì con un coltello per affettare il pane.

Si avvicinò al volto di suo padre e con precisione chirurgica gli mozzò l’orecchio destro. Fred uggiolò, ma la droga aveva preso quasi il totale dominio sulle sue membra, e non riuscì neppure ad alzare un braccio per difendersi.

Walter passò il coltello a Freddy che con veloce ferocia amputò il labbro superiore di sua madre.

“Per avermi fatto credere di aver assassinato la mia ragazza”, le sibilò in faccia dopo averla deturpata.

George si limitò a tagliare di netto la mano sinistra di suo padre.

Il coltello fu posto al centro della tavola.

Walter fece un cenno a George che sgattaiolò furtivo nel garage. Fece ritorno con una corda attorcigliata attorno al braccio. La porse a Walt che si diresse verso Audette.

La donna non riusciva neppure a spostare la testa di un millimetro. Fissava suo figlio con gli occhi sgranati nel disperato tentativo di opporre resistenza.

Le passò il legaccio attorno al collo, poi fra le braccia e, infine, glielo strinse alle caviglie dove lo annodò. Estrasse dalla tasca posteriore dei jeans uno zippo e diede fuoco all’estremità libera della corda come se si trattasse di una miccia. La scia di fiamme prese a salire lentamente, lasciando tracce incandescenti sulle gambe della donna, bruciando parte del suo vestito ed incendiandole i capelli. Audette squittiva come un topolino, mentre gli altri, immobili come statue di cera, la fissavano muti. Le fiamme cancellarono quasi interamente i suoi lineamenti. Quando il fuoco si spense doveva essere, probabilmente, già morta.

Freddy si avvicinò a suo padre e lo colpì al torace con quattro fendenti, inferti con il coltello che era stato lasciato al centro della tavola.

George si precipitò nuovamente nel garage e fece ritorno con un’accetta per spaccare la legna. Recise la testa di suo padre con estrema facilità. Quindi fece altrettanto con la madre. Gettò l’arma per terra e si mise a guardare Freddy che, nel frattempo, stava estraendo i visceri dall’addome della donna che gli aveva dato la vita.

Walter rideva di gusto mentre, con l’accetta lasciata cadere da George, stava sezionando gli arti di Fred Gordon, l’uomo che gli aveva rovinato la vita.

“Papàààààààà!”, gridò Walter con tutto il fiato che aveva in corpo.

Fred Gordon accorse nella stanza del figlio, spettinato, in mutande e con gli occhiali storti ed in bilico sulla punta del naso.

“Che c’è?”, gli chiese, quasi senza fiato.

Walter era sdraiato sul pavimento della sua camera. Gli auricolari ancora ben saldi nelle orecchie, la bocca impastata, e le mani strette attorno al busto. Sbattè ripetutamente le palpebre prima di vedere distintamente il volto rotondo di Fred chino su di lui.

“Papà, stai bene?”, gli chiese il ragazzo con un filo di voce.

“Io? Certo! Sei tu che hai gridato…”, rispose l’uomo.

“Gridato…io…ma che ore sono?”, chiese Walter.

“Le tre e mezzo del mattino”, rispose Fred sorridendo.

“E’ notte…stavo…io stavo sognando…Io stavo sognando!”.

Walter schizzò in piedi, corse nella camera da letto dei suoi genitori. Vide sua madre seduta in mezzo al letto con i capelli arruffati e l’espressione insonnolita. Salì sul grande letto matrimoniale e l’abbracciò con tutta la forza di cui era capace.

“Ti voglio bene, mamma”, le strillò in un orecchio.

“Anch’io, piccolo mio”, rispose Audette sorpresa da tanto slancio, “ma che ti succede?”.

Fred, in piedi sulla porta della stanza guardava divertito quel quadretto familiare.

“Hai avuto un incubo, per caso?”, domandò a suo figlio in tono bonario.

“Il peggiore della mia vita, ma era solo un sogno”.

Walter scese dal letto, schioccò un bacio sonoro sulla guancia di suo padre e tornò a dormire.

Seduti attorno alla tavola per la colazione.

Fred beveva il caffè.

Audette divorava una frittella.

Walter faceva man bassa di cereali.

“E la cresta?”, gli chiese suo padre, “che fine ha fatto?”.

Walt sorrise passandosi la mano sui capelli legati in una sottile coda di cavallo.

“Voglio smetterla con quelle cretinate, domani mi tingo i capelli di un colore più normale. Ho voglia di fare il bravo ragazzo…per un po’, almeno”.

Audette fece una buffa espressione di stupore, della quale risero tutti e tre insieme.

Fred accompagnò Walter fino alla porta di casa e, quando si fu sincerato che suo figlio avesse lasciato l’appartamento, fece ritorno nella cucina.

“Ma non gli farà male, vero?”, chiese Audette preoccupata.

“Ma no, stai tranquilla. Il Narconal è un banale psicofarmaco che preso a forti dosi procura solo dei terribili incubi”.

“Ma sono due mesi che glielo dai a sua insaputa. E se avesse degli effetti collaterali?”.

“Non li ha, sono un medico fidati di me. Sarei solo curioso di sapere quale incubo quel farmaco ha indotto sulla mente di nostro figlio…beh, comunque sia, pare che gli abbia insegnato qualcosa a giudicare da come si è comportato con noi in queste ultime ore”, concluse soddisfatto Fred.

“Ma era proprio necessario drogarlo? Non sarebbe stata sufficiente una semplice sgridata?”, chiese Audette con insistenza.

“Non credo nella coercizione, ma nel lavaggio del cervello sì. Vedi il Narconal scatena le paure inconscie di chi lo assume con continuità, quindi stanotte Walter ha finalmente affrontato i suoi demoni e, credo, che li abbia anche sconfitti”.

Seduti attorno alla tavola per cena.

Walter si era sentito strano per tutta la giornata. Le immagini di quell’incubo lo avevano assillato senza tregua, ma, soprattutto, si era fatto strada nel suo cervello un singolare senso di euforia che cresceva ogni qual volta gli sovveniva alla mente il volto agonizzante di suo padre e la testa incendiata della madre. Che bella sensazione. Il primitivo terrore era lentamente mutato in una sorta di smania, di brama. Non riusciva a pensare ad altro.

Fred sgranocchiava una pannocchia di mais tostata.

Audette spiluccava un petto di pollo.

Walter sparò ad entrambi con la calibro ventidue che suo padre teneva nel cassetto della scrivania.

Chiamò lui stesso la polizia.

Quando gli agenti lo portarono al distretto per interrogarlo rispose solo:

“Non so perché l’ho fatto. Mi sentivo strano. Ho fatto un sogno…un sogno. Era bellissimo”.


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