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  • Maria Elena Cristiano

Scarpe rosse e occhi pesti


Permettemi per una volta di essere seria. Eviterò di farlo in futuro, quindi non spaventatevi e non abbandonate questo blog come topi che scappano dalla stiva di una nave che affonda. Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ricorrenza istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio avvenuto nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960, infatti, le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono fermate da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze e qui furono torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. Una rappresaglia vile, ordita con becera e codarda premeditazione che vide ancora una volta la violenza prevalere sulla cultura della libertà. Sono trascorsi 57 anni dalla morte delle sorelle Mirabal, e cosa è cambiato? Non molto, e non parlo certo della presenza di odiosi regimi totalitari che andrebbero abbattuti a prescindere dal loro inutile colore politico. Poco è mutato nella condizione femminile in genere. Il funesto neologismo "femminicidio" ha preso il posto del pomposo "delitto d'onore", ma la sostanza è la stessa. Donne assassinate, gambizzate, sfigurate, umiliate, perseguitate da fidanzati gelosi, mariti abbandonati, spasimanti respinti. Processi infiniti. Sentenze corrette in appello. Pochi anni di carcere, troppo dolore mal lenito. Giornate dedicate al culto del rispetto per la donna e insulse quote rosa non risolvono il problema di un'uguaglianza mai davvero ottenuta. Studiamo, lavoriamo, cresciamo figli, accudiamo compagni, curiamo genitori, sempre sul filo di lana delle nostre capacità, sempre costrette a dover dimostrare qualcosa in più dei nostri colleghi maschi, a volte pigri e indolenti, ma sempre più legittimati di noi. Se siamo troppo belle, non veniamo prese sul serio, se siamo brutte veniamo derise, se siamo troppo femminili veniamo molestate e se ci comportiamo da maschiacci diventiamo delle frigide lesbiche agli occhi di maschi imbottiti di steroidi e poveri di senno. Ma se non abbiamo raggiunto la parità che ci spetta è anche colpa nostra. Colpa di un femminismo sbagliato che ha gridato "l'utero è mio e lo gestisco io", come se l'uguaglianza passasse innanzitutto attraverso l'uso della vagina. Fare sesso come un uomo, come il peggiore degli uomini, non fa guadagnare né potere e né rispetto, fa solo perdere la stima di se stesse. Urinare in pubblico sulla foto di un politico, masturbarsi con un crocefisso per manifestare contro il Vaticano, non è protesta è stupida spettacolarizzazione. Aggredire, manipolare, giocare a fare le virago, non fa progredire "la causa", ci imbarbarisce e genera un circolo vizioso pericoloso. Non ci si può scagliare contro il concetto stesso di "donna oggetto" e poi fare a gara a mettere tette e culi in mostra su ogni Social Network per solleticare la propria vanità. Anche da queste schizofrenie comportamentali nasce la violenza. Quando uomo e donna remano in direzioni opposte, intralciandosi a vicenda, annegando in una mare di mediocre trasgressione, qualcuno perde il controllo e valica il confine. Maschi incapaci di trattenere donne non più remissive, usano l'unica arma che gli resta: la violenza. La comprensione dei ruoli. L'aiuto reciproco. La consapevolezza che un cervello non ha sesso e che l'intelletto non ha genere. L'abbandono degli stereotipi di maschio alfa dominante e femminista sessantottina d'assalto, è l'unica via per raggiungere un equilibrio stabile che torni a farci volare con due corpi e due ali, come le due metà di uno stesso essere.

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