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  • Maria Elena Cristiano

Perfetta - racconto

Qualche tempo fa vi ho accennato che un mio racconto è stato selezionato fra i finalisti del concorso letterario "La paura fa 90 righe", indetto dagli organizzatori del Fi Pi Li Horror Fest. La cerimonia di premiazione si svolgerà il prossimo 25 aprile.

Per tutti coloro che sono curiosi di leggere il mio nuovo incubo, nell'attesa dell'uscita di "Malefici", il mio nuovo romanzo edito da Asylum Press Editor e presto disponibile in tutte le librerie, fumetterie e store on-line, ecco qui le mie 90 righe di delirio...



Perfetta.

Un rifugio di novanta metri quadri. Un santuario di immacolata, asettica, plastificata perfezione. Pareti color ambra appena screziate di ocra opalescente: la sfumatura ideale per far risaltare l’incarnato roseo e gli occhi verdi e sfuggenti, fin troppo simili a quelli di un predatore. Specchi privi di cornice appesi ad ognuna delle quattro pareti, orientati per cogliere e riflettere al meglio il bagliore delle lampade a luce fredda infisse, come totem votivi, sulla sommità di steli di acciaio, eternamente accese, estatiche e protese verso grandi ombrelli bianchi spalancati per catturare chiarori e respingere tenebre. Un letto a baldacchino, come quello delle fiabe, coperto di seta rossa e cuscini neri, lubrico, lussurioso, stonato, sfacciato, vistoso, sempre scomposto come se due corpi sudati vi si fossero appena rotolati. Una scrivania di cristallo, enorme, ingombra di monitor, fotocamere, webcam, cavi, notebook, cellulari accesi, connessi, fissi sul suo volto. Un viso di bambola, truccato, levigato, splendido, perfetto. Maira era seduta sul tappeto rosa. Indossava una camicetta di pizzo quasi trasparente che lasciava intravvedere i capezzoli eterei. Le gambe esili fasciate in un fuseaux nero. I piedi scalzi leziosamente nascosti sotto la curva dei fianchi adolescenziali. Parlava con voce suadente, ammiccando alle videocamere che la stavano proiettando nelle case, e nelle menti, dei suoi followers. Milioni di occhi che da quasi tre anni la scrutavano incessantemente e che avevano decretato la sua ascesa a modello da contemplare e ammirare. La sua vita si svolgeva sotto lo sguardo continuo di una moltitudine di estranei e lei, Circe di quello strano mondo fittizio che di social ha solo l’aggettivo, dispensava consigli, solleticava ormoni, giocava a fare la diva. Tutto era cominciato in un pomeriggio d’estate. La scuola era finita. Le poche amiche che frequentava erano partite con chissà chi per chissà dove. Sua madre, dall’alto di un esaurimento nervoso pressoché eterno, si era lanciata in una minuziosa disamina delle imperfezioni della sua unica, ed inutile, figlia: troppo grassa, troppo sciatta, troppo comune. Contaminata e corrotta da quella cruda realtà che consuma la bellezza, che infetta gli ideali, che sporca l’immagine di sé. Era abituata ai vaneggiamenti della donna che l’aveva immotivatamente generata, ma quell’arringa furiosa e minuziosa aveva stanato un tarlo che rosicchiava la sua psiche, disseppellendo la sua più radicata paura: vivere. Da piccola era terrorizzata all’idea di crescere, assumersi delle responsabilità, scegliere, abbandonare quella condizione di privilegiata protezione. Divenuta adolescente, aveva cercato di nascondere sotto finti sorrisi e modi garbati il suo incontrollato terrore del prossimo, del contatto, del confronto. Era inadatta. Era vulnerabile. Era diversa. La sua paura aveva un nome: realtà. Come vincerla? La risposta era venuta quasi da sé, riflessa sullo specchio nero del vetro antigraffio del suo smartphone. La rete poteva essere la sua via di fuga. L’iper-reale dimensione dell’irrealtà poteva salvarla. Aveva trasformato la sua camera in un set fotografico fatto di colori, luci, fondali e attrezzi di scena. Aveva passato ore a studiare tutorial di fotografia e make-up con il naso incollato al monitor del portatile. Aveva divorato testi di psico-linguistica, sociologia e comunicazione mentre, pedalando sulla Spin Bike che sua madre era stata felice di regalarle, aveva perso quegli odiosi chili di troppo. Una decolorazione platinata ed un paio di lenti a contatto color smeraldo avevano completato la sua trasformazione. Nei mesi seguenti si era immersa in un microcosmo fatto di dirette, foto, chiacchiere, evoluzioni al limite del soft porno e gli ammiratori non erano tardati ad arrivare. Dichiarazioni d’amore, profferte d’amicizia, poesie, omaggi virtuali intasavano ogni suo profilo web. Quando iniziarono a piovere generose offerte economiche da parte di brand più o meno famosi per essere recensiti dal nuovo astro nascente della rete, Maira divenne la figlia che sua madre aveva sempre desiderato. Ma la fama, il denaro non erano abbastanza per sconfiggere la paura di quella realtà ancora troppo vicina e pericolosamente raggiungibile. Maira viveva con timore ogni occasione che la costringeva a lasciare il suo tempio. Uscire in strada, incontrare persone, sfiorare la mano di un altro essere umano. La sporcizia, le malattie, il rumore, la confusione, gli occhi della gente che scivolavano sul suo corpo senza filtri o barriere, erano un orrore intollerabile che avrebbe finito prima o poi per sciupare la sua perfezione, interferire con la sua impeccabile vita. Forte del potere della sua immagine, spezzò le catene che la legavano ad una madre parassita e, grazie ai soldi guadagnati come Regina del Nulla, comprò un loft in centro. Disegnò con l’autocad il modello tridimensionale del nuovo appartamento arredato e rifinito nei minimi dettagli e lo consegnò all’art designer che aveva ingaggiato. Ci volle poco più di un mese ed una ventina di videoconferenze via Skype per realizzare il suo nascondiglio tecnologico. Se abbandonare l’appartamento condiviso con la dispotica genitrice non aveva rappresentato un trauma, infilarsi in un taxi e respingere ogni tentativo di conversazione dell’anziano conducente era stata, invece, una esperienza esasperante che l’aveva stremata. Soltanto la vista della sua alcova feng shui, con le luci al punto giusto, il letto a baldacchino, la cabina armadio grande quanto un salotto e gli occhi digitali già aperti e vigili, aveva potuto ripagarla dello stress sofferto. La nuova location aveva contribuito a far aumentare ancora di più gli affezionati avventori del suo bordello virtuale. Aveva smesso di rispondere ai messaggi degli ammiratori. Alcuni diventavano insistenti, le rivolgevano domande personali, tentavano di instaurare un rapporto umano, ma lei aveva superato quella fase, aveva travalicato quell’appartenenza, liberandosi dalla insulsa necessità di avere legami e rapporti interpersonali. Era in bagno, l’unica area del suo mondo priva di occhi indiscreti, quando si rese conto che la sua missione era compromessa, che la sua battaglia contro il reale era ben lungi dall’essere vinta. C’era ancora qualcosa di alieno che contaminava di concretezza la sua esistenza: il cibo. Non aveva voluto una cucina nel suo santuario, ma una volta al giorno un fattorino lasciava sul pianerottolo di fronte all’ingresso del loft una borsa termica con i suoi pasti. Finalmente consapevole dell’intollerabile intrusione della maledetta realtà nella sua vita di perfette illusioni, decise seduta stante di smettere di mangiare. La prima settimana fu esaltante e terribile al contempo. La mancanza di zuccheri e il repentino calo ponderale l’avevano spinta in un limbo fatto di allucinazioni progressive, le cui manifestazioni più eclatanti erano state improvvidamente riprese dalle videocamere sempre accese e date in pasto alla bocche voraci dei suoi fedeli voyeurs. I video in cui ciondolava nuda ai piedi dell’immenso letto a baldacchino, sbavando e contorcendosi a gambe divaricate sul setoso copriletto, erano divenute virali e le erano valse messaggi di biasimo, commenti grondanti disgusto e la rescissione di più di qualche contratto pubblicitario. Doveva correre ai ripari o quella maledetta realtà avrebbe distrutto la sua agognata perfezione. Ma come? China sul lavandino del bagno ingollava litri d’acqua nel disperato tentativo di placare i morsi della fame. Indossava solo un luccicante perizoma e lo specchio della porta le rimandava la curva ancora morbida delle sue natiche. L’illuminazione la colse con inaspettata, lampante semplicità. Corse alla scrivania, spense per la prima volta gli occhi neri che la fissavano senza sosta, ed afferrò un taglierino che giaceva abbandonato nei pressi di un portapenne. Si portò davanti ad uno degli specchi della stanza, si mise di tre quarti e, con mano ferma, tagliò un lembo della pelle della sua natica destra. Non gridò, non mugolò, non emise neppure un gemito. Si limitò ad osservare il sangue che le colava lungo la gamba. Lo asciugò con le dita affusolate e lo leccò. Con rapidità si portò il brandello di carne alla bocca e lo masticò con ferocia. Buono. Andò in bagno, prese un asciugamano e se lo strinse attorno alla coscia. Accese di nuovo le fidate videocamere e, sorridendo, si sedette sulla poltroncina di fronte alla scrivania.

“La perfezione si nutre di se stessa”, disse ridendo rivolta ai suoi spasimanti virtuali. Con la lama affilata tagliò una striscia di derma vellutato dal braccio sinistro e lo masticò a favore di camera. Bava e plasma colavano dalle labbra rosee ed un continuo gemito di piacere accompagnò le sue ultime ore.

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