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  • Maria Elena Cristiano

Me and the Devil - Romanzo (estratto)

Chi o cosa sia, la sua origine, la sua residenza,

il suo destino e i suoi poterisono fonte di perplessità per i teologi più acuti,sono questioni sulle quali è impossibile indurre un credente a pronunciarsi in modo definitivo. Egli è il punto debole della fede popolare,il ventre vulnerabile del coccodrillo.(“On the Devil and Devils” di Percy Bysshe Shelley) We'll bury my body down by the highway-side That way my evil spirit Can rise up, take a Greyhound bus and ride (Seppelliranno il mio corpo vicino al ciglio della strada così il mio spirito maligno potrà alzarsi, salire su un Greyhound e correre)

Greenwood (Missisipi), 1938

L’aria era impregnata dell’odore di sudore, di sesso e whisky scadente. Il fumo denso delle sigarette rollate a mano aleggiava pigro fra i corpi bagnati che si agitavano al ritmo di blues. Un vecchio con un cappello di paglia scobby Joe! - Sonny Boy, ritto sul palcoscenico, aveva notato lo strano parlottare intercorso fra i due uomini dietro il bancone del bar. L’espressione dei loro volti lo aveva allarmato.- Bobby Joe… abbiamo uno spettacolo da mandare avanti… - insisté, urlando per sovrastare il vociare assillante della folla. Robert Johnson si staccò dal corpo nudo della moglie del proprietario del locale dove si sarebbe dovuto esibire. Scrutò la donna con divertito disprezzo, raccattò la chitarra che aveva lasciato abbandonata vicino al tavolo, e riprese il suo lento incedere verso il palco. Claretta lo guardò allontanarsi con disappunto. Scese dal tavolo e si riallacciò alla bene e meglio il vestito. Poi, ravviandosi con la mano una ciocca di capelli che le si era incollata sulla fronte, si voltò nella direzione di suo marito e gli sorrise beffarda. Robert si fermò a pochi metri dal palco. Tornò sui suoi passi e prese la bottiglia che aveva lasciato sul bancone.- Gran puledra la tua signora - disse rivolto al barista, poi si allontanò.- Bobby Joe, ma che diavolo ti è preso? - gli chiese Sonny Boy infilandosi la tracolla della chitarra, - scoparti la moglie del proprietario davanti a lui ed a tutti i suoi clienti… .Robert sorrise e cominciò a pizzicare le corde della sua chitarra.- Bobby Joe - continuò Sonny - prima o poi qualcuno te la farà pagare.L’uomo rise ancora più di gusto e gli rispose:- Stai calmo negro, nessuno mi toccherà mai quassù… laggiù qualcuno mi ama.Afferrò la bottiglia e ne ingollò un sorso lungo, possente e bollente.- Smettila di bere - lo apostrofò Sonny - sei già abbastanza ubriaco.- Mai abbastanza, amico mio… mai abbastanza.Robert raggiunse il centro del palco ed iniziò a cantare:

Early this morning I heard you knock upon my door I said, -Hello, Satan - I believe it's time to go-

Me and the devil We were walking side by side I'm gonna love your woman, Satan Till I'm satisfied

She said, -You may know your ways But I've been dogged around- -You may know your ways But I can hear you come to dog me around- Must be that evil spirit Way deep down in the ground

(Questa mattina presto Ti ho sentito bussare alla mia porta Ho detto, -Ciao, Satana Credo che sia ora di andare - Io e il Diavolo Camminavamo fianco a fianco Amerò la tua donna, Satana finché non sarò soddisfatto Lei mi disse: -Puoi conoscere i tuoi mezzi Ma anch’io ho girato molto--Puoi conoscere i tuoi mezziMa posso sentirti scodinzolarmi attorno-Deve essere stato quello spirito malignoDal profondo della terra)

Il pubblico era semplicemente in estasi. Ogni testa ciondolava all’unisono. Stregati, ammaliati, paralizzati da quella voce sofferente e straziante, da quelle note lente e cadenzate, dalle parole cantilenanti che uscivano dalla sua bocca. Robert li possedeva. Per Sonny era una sorta di prodigio assistere all’effetto che la musica composta dal suo vecchio compagno di giochi, e di disavventure, aveva su chiunque la ascoltasse. Anche Sonny Boy, in genere, perdeva la nozione del tempo e dello spazio ogni volta che suonava con Robert, ma quella sera era diverso. Quella sera era come trovarsi sulle rapide a bordo di una zattera. Sonny era nervoso, impaurito. Robert smise improvvisamente di suonare. Si portò una mano alla bocca e vomitò un potente fiotto di bava. Qualcuno fra il pubblico rise. Qualcuno urlò.- Bobby Joe… che succede? - gli chiese Sonny Boy.- Niente… ho bevuto troppo... ed il brandy era più di merda del solit…Robert si piegò su se stesso e vomitò di nuovo. Stavolta, però, sangue. Incredulo si asciugò le labbra ed osservò inebetito le sue dita inondate di rosso.- Oh cazzo - urlò Sonny - aiutatemi! - gridò rivolto al resto della band, che era rimasto immobile alle spalle di Robert ad osservare, con le bocche spalancate e gli occhi sgranati, quello che stava succedendo. Il primo a muoversi fu il bassista, che si affrettò a prendere sotto braccio Bobby Joe. Poi si avvicinò il batterista, che afferrò Robert per la vita aiutando gli altri due uomini e rimetterlo in piedi. Il quartetto zoppicante si fece largo fra la folla che stava lentamente tornando padrona di sé. Era come se tutti i presenti si fossero appena svegliati da uno strano, lungo sogno. Robert cercava con lo sguardo il volto del vecchio seduto sulla sedia a dondolo, ma l’uomo sembrava essersi dissolto nel nulla.- Non può finire così - bofonchiò Bobby Joe fra una bolla di sangue e l’altra - non erano questi i patti.

Van Nuys (San Fernando Valley - Los Angeles, California), 1986

Erano quindici minuti che aspettava Vinnie a bordo del furgone. Il biondino era entrato nel vicino Wallmart per comprare una bottiglia di vino e, come al solito, era sparito. Frank fumava una Marlboro affacciato al finestrino del posto di guida ed osservava lo scorrere del traffico, mentre con la mano destra tamburellava sul volante. Quel motivetto gli rimbalzava nella testa da un paio di giorni, ma non era ancora riuscito a ricavarne nulla di buono. Si voltò in direzione del supermercato. Una grassona stava mangiando un gelato e lo guardava sorridendo. Oddio, pensò , se si avvicina metto in moto e lascio Vinnie a piedi. La cicciona si portò il cono alle labbra e, fissandolo intensamente, lo leccò con lenta maestria. Frank trattenne a stento un sorriso, si aggiustò gli occhiali da sole, eternamente in bilico sul naso dritto, e pescò un’altra sigaretta dal fondo della tasca della sua giacca di jeans. Finalmente Vinnie apparve all’orizzonte. Aveva una bottiglia sotto il braccio destro mentre con l’altro cingeva la vita di una rossa prosperosa. La ragazza era fasciata in un paio di pantaloni di cotone rosa carne, sovrastati da una maglietta bianca scollata fino alla punta dello sterno. Frank si perse letteralmente fra le sue grazie, gettò il mozzicone ancora acceso fuori dal finestrino e scese dal furgone.- Amico - gli disse Vinnie sorridendo - questa è Lorena. Frank strinse la mano della giovane senza staccare gli occhi dal suo seno.- E’ un vero piacere, Lorena - le disse facendole l’occhiolino.- Lorena è una vera esperta di vino... e di musica - aggiunse Vinnie.- Interessante - replicò Frank sornione - ed in che altro sei esperta, Lorena? - le chiese prendendola sotto braccio.- In un mucchio di cose, bello - rispose lei pizzicandogli il fondoschiena. Vinnie scoppiò a ridere e la invitò a salire sul furgone.- E dove vorreste portarmi? - chiese la giovane ai due ragazzi.- Ovunque tu voglia - le rispose Frank mettendo in moto.- Ma che cavalieri… un posto tranquillo andrebbe bene… un posto un po’ più appartato dove conoscerci meglio. Frank e Vinnie si scambiarono uno sguardo di complice intensa.- La nostra tana non è molto distante da qui - aggiunse Frank.

- Tana? - chiese la ragazza sorpresa.

-Siamo animali, tesoro, e della peggiore specie - replicò Vinnie ridendo. Lorena fissò i due per qualche istante, poi incrociò le braccia sul seno traboccante ed aggiunse:

- Allora, andiamo?

Frank partì sgommando.


Quel motivetto non voleva proprio smetterla di tormentare il suo cervello. Prese la chitarra appoggiata contro la parete e ricominciò a pizzicarne le corde.Lo sguardo fisso avanti a sé, i capelli lunghi e corvini che gli ricadevano scomposti sulla fronte, le labbra contratte ed un senso di inutile frustrazione che si era impadronito del suo animo. Tre mesi che non scriveva una canzone. Tre mesi che passava da una sbronza all’altra in cerca di un straccio di ispirazione. Tre mesi che evitava il padrone di casa perché non sapeva con cosa pagare l’affitto. Era arrivato a Los Angeles nel 1978 dopo aver abbandonato la sua città natale, San Josè, con quindici dollari in tasca, una Fender di seconda mano a tracolla ed il sogno di suonare rock and roll. Aveva dormito per strada, negli ostelli, a casa di amici occasionali incontrati in un locale o in qualche scantinato. Aveva militato in diverse band, suonato a feste di compleanno, matrimoni e funerali. Si era esibito in ogni bettola, in ogni buco, in ogni strip bar del distretto e, alla fine, era riuscito a mettere insieme un suo gruppo: i X-Mas. Ma la fortuna, almeno per ora, non aveva decisamente indirizzato uno benevolo nella sua direzione. Aveva scritto una trentina di pezzi e li aveva fatti ascoltare ad altrettanti produttori, ma la risposta era stata sempre, più o meno, la stessa: stile interessante, un po’ troppo confusionario, un buon ritmo, per carità, ma non siamo interessati al genere. Stava continuando a tormentare le corde della sua chitarra, quando Vinnie entrò nella stanza ed accese la luce. Frank si coprì gli occhi verde giada con una mano. L’amico si gettò sul divano e si tirò su l’elastico dei boxer.- La ragazza?- Dorme - rispose Vinnie con noncuranza. Frank sorrise appena e ricominciò a suonare.- Ancora quel maledetto riff… - quasi imprecò Vincent.- Ne verrà fuori qualcosa di buono - gli rispose Frank.- Già, qualcosa di buono. Siamo al verde, bello, e fra un paio di settimane il padrone di casa ci caccerà a calci nel culo. Abbiamo bisogno di qualcosa di più di un semplice ritornello. Abbiamo bisogno di un contratto.- E allora alza le chiappe da quel divano e cerca di farti venire in mente qualcosa! - gli urlò Frank scagliando la chitarra contro il muro. Vincent scattò in piedi.- Ma che cazzo fai? - chiese sconcertato. Frank, per tutta risposta, sferrò un calcio contro il piccolo tavolo di legno che si trovava di fronte al divano dove poco prima era sdraiato Vinnie, spaccandolo in due.- Fuori di qui! - gridò l’uomo.- Ma che succede? - chiese insonnolita Lorena. Era nuda e avvinghiata allo stipite della porta.- Levatevi dai coglioni - continuò a ringhiare Frank - tu e quella stupida puttana - disse rivolto alla donna che continuava a guadarlo con gli occhi velati dal sonno e dalla marijuana.- Il tuo amichetto sta dando di matto - disse la ragazza rivolta a Vincent. Rideva e si dondolava come una bambina - vieni da mamma, piccolo. Mamma è buona e ti farà dimenticare ogni guaio - cantilenò spalancando le braccia verso Frank.- Mi state fottendo la vita - rispose il chitarrista più rivolto a se stesso che alla donna che lo stava invitando. Afferrò la giacca e, dopo aver assestato un potente spintone a Vinnie, lasciò l’appartamento sbattendo fragorosamente la porta d’ingresso.- Se n’è andato? - chiese Lorena stropicciandosi gli occhi arrossati.- A quanto pare - replicò Vincent serafico.- E ora? Che facciamo?- Potremmo riprendere il discorso che abbiamo interrotto qualche ora fa - le rispose il biondino assestandole una potente pacca sul sedere.- Sì, ma… ne hai ancora?- Tesoro, ho tutta l’erba che serve per farci un viaggetto in paradiso.


Camminava da quasi un’ora. Le mani affondate nelle tasche dei pantaloni di pelle, la testa incassata fra le spalle. Van Nuys di notte era la brutta copia del nono girone dell’Inferno. Prostitute, travestiti, papponi, spacciatori, portoricani ubriachi, messicani fatti di crack, accattoni e senzatetto si aggiravano indisturbati fra le auto della polizia parcheggiate davanti ai locali a luci rosse. Gli uomini in blu contrattavano il prezzo con le battone e la vita di quel maleodorante sobborgo sospeso fra la magnifica opulenza di Hollywood ed il confine con il Messico andava allegramente a morire nello scarico di un enorme cesso. Erano otto anni che viveva lì nell’attesa di trasferirsi a Los Angeles. Ad ogni rifiuto di un discografico, ad ogni ingaggio rescisso dal gestore di un locale, ad ogni porta sbattuta in faccia, vedeva le colline della città degli angeli allontanarsi sempre più. Calciò via una lattina di birra abbandonata sul selciato e si sedette su una panchina nei pressi della Chiesa Cattolica di Santa Elisabetta, uno dei pochi monumenti degni di interesse presenti nel cuore pulsante della San Fernando Valley. La città di Van Nuys era sorta nel 1911 attorno ad un insediamento di industrie di legname, e per molti decenni aveva rappresentato un punto di riferimento per i californiani in cerca di lavoro. Doveva il suo nome all’ultimo discendente di una famiglia di nobili olandesi, Isaac Van Nuys, che nel 1869 aveva fondato in quella terra desolata un consorzio di coltivatori, grazie al quale erano sorte le prime industrie ed i primi insediamenti urbani. Fino agli inizi degli anni sessanta la ridente cittadina di Van Nuys era stata una sorta di isolotto felice, abitato da famiglie medio borghesi che consumavano la loro vita fra gli orari dei turni nelle fabbriche di legname ed i cantieri della General Motors, e la meticolosa cura dei loro piccoli ed ordinati giardini sui quali si affacciavano, rassicuranti, delle dignitose villette in stile vittoriano. Sul finire degli anni sessanta, però, qualcosa era cambiato. La vicina Los Angeles aveva esportato il suo profumo di lusso, di gloria e di dissoluzione sulle ali delle pellicole cinematografiche che venivano sfornate a ritmo incessante dagli studios di Hollywood, mentre il vuoto di idee e di aspirazioni che aveva fatto seguito alla morte della Beat Generation e al suicidio dei movimenti pacifisti sorretti dai Figli dei Fiori, aveva attirato sulle spiagge assolate della nuova Eldorado musicisti ed artisti di ogni fatta e di ogni genere, tutti protesi alla ricerca della loro personale versione del sogno americano. Van Nuys si era così trasformata da tranquilla cittadina industriale che poggiava le sue fondamenta sulle solide basi del duro lavoro e del timore di Dio, in una sorta di immensa anticamera dove immigrati, aspiranti attori, aspiranti scrittori, aspiranti musicisti ed aspiranti suicidi attendevano il loro turno per abbeverarsi alla fonte del moderno idromele.

- Hey, gringo, hai qualche spicciolo? Un portoricano dagli occhi arrossati fissava Frank con aria inquisitoria. L’uomo si alzò spazientito dalla panchina sulla quale era seduto e riprese il suo girovagare senza voltarsi indietro. Odiava quella città. La sua babele di lingue, il suo caldo opprimente, la sua stramaledetta vicinanza con i suoi sogni. Sembravano così raggiungibili, certe notti, così dannatamente a portata di mano, che quasi riusciva a sfiorarli. Era stanco e confuso. Voleva tornare a casa, farsi una birra e svenire sul letto, ma non voleva incontrare Vinnie, né, tantomero, quella sgualdrina da quattro soldi che aveva rimorchiato al supermercato. Che squallore, pensò. Era per questo che a diciotto anni era scappato di casa? Per sbattersi una sconosciuta, farsi una canna e giocare a rimpiattino con il padrone di quel lurido buco che chiamava affettuosamente casa? No, Cristo! Doveva esserci una via d’uscita. Una porta ancora aperta che lo conducesse fuori. Una feritoia per ricominciare a respirare. Si fermò nei pressi di un bar. Scrutò la vetrina illuminata. Il piccolo locale era vuoto. Entrò. Dietro al bancone un ragazzo di colore con delle variopinte treccine rasta stava lucidando un bicchiere. Gli rivolse uno sguardo interrogativo.

- Una birra - disse Frank poggiando una banconota da cinque dollari sul bancone. Il ragazzo gliela versò in un boccale e gli porse il resto senza replicare nulla. Frank si voltò verso l’entrata del locale.

- Serata fiacca - disse al barista senza troppa enfasi.- Mi riposo - rispose il giovane alzando le spalle.

- Già… avrei bisogno di riposarmi anch’io.

- Giornata pesante? - gli chiese il ragazzo abbozzando un sorriso.

- Giornata di merda - replicò Frank scolandosi metà del boccale.

- Sei un musicista?

- E tu che sei? Un mago? - gli chiese innervosito dalla domanda.

Il giovane scosse la testa ridendo:

- Capelli lunghi, pantaloni di pelle, tatuaggi… siete tutti così uguali che vi si riconosce al primo sguardo.

Frank si rilassò un po’, si guardò divertito il tatuaggio che aveva sull’avambraccio destro, un diavolo seduto sornione su di un teschio, e aggiunse:

- Vero, facciamo tutti parte della stessa gang di sfigati.

- Cosa suoni?

- Sono uno stramaledetto chitarrista rock.

- Forte - disse il ragazzo - hai una band

?- Se vuoi chiamare band quattro tossici con poco talento, beh... sì, allora faccio decisamente parte della miglior band a nord di Los Angeles.

L’afroamericano si accigliò di colpo:

- Hey, devi avere avuto davvero una pessima giornata, amico. Vuoi un consiglio?

- No - replicò Frank serafico.-

Te lo do' lo stesso - il ragazzo tirò fuori dal taschino della sua camicia azzurra un bigliettino e lo porse al suo amareggiato avventore.

- Cos’è? Il numero di telefono di un produttore della Geffen? - ridacchiò Frank.

- No, è l’indirizzo di un locale. Stasera ci suonano alcuni miei amici.

- Con tutto il rispetto, cioccolatino, ma che cazzo vuoi che me ne freghi?

- Tu valli a sentire, potrebbero migliorare il tenore della tua serata.

Frank finì la sua birra, intascò il biglietto ed uscì senza aggiungere una parola. Il ragazzo attese che l’uomo fosse giunto dall’altro lato della strada, quindi si affrettò ad abbassare la serranda del locale. Che serata, rimuginava Frank mentre si accendeva l’ennesima Marlboro, l’ultima per la precisione. Si voltò verso il bar dal quale era appena uscito: doveva assolutamente comprare un pacchetto di sigarette. Che strano, pensò, il locale aveva improvvisamente chiuso. La cosa lo lasciò più perplesso del dovuto. Un forte ronzio iniziò a vibrargli nel centro della testa e la vista gli si annebbiò. Fu costretto ad appoggiarsi sul cofano di una macchina parcheggiata per non perdere l’equilibrio.

Ma cosa mi succede, pensò allarmato. Repentina così com’era si era manifestata, quella strana sensazione di librarsi nell’aria come un palloncino gonfio di elio, svanì. L’uomo si rimise dritto in piedi e scosse violentemente il capo per schiarirsi le idee. D’un tratto l’aura di oscuro catastrofismo che lo aveva avvolto come un sudario per l’intera serata si sciolse in una piacevole sensazione di rilassatezza. Si sentiva più leggero, più sereno, quasi appagato. Ricominciò a camminare spedito, spavaldo, animato dalla stessa sensazione di beata onnipotenza che lo aveva accompagnato durante i primi mesi della sua permanenza in quella città di confine. Poteva ancora avere il mondo ai suoi piedi, dopo tutto. Si avvicinò ad un distributore automatico di sigarette e, dopo essersi frugato a lungo nelle tasche, si accorse di non avere spiccioli. L’unica cosa che trovò fu il bigliettino spiegazzato che gli aveva dato il barista poco prima. C’era scritto:

Way down to Hell : tributo a Robert Johnson.

Robert Johnson… non aveva la più pallida idea di chi fosse, eppure quel nome gli suonava sinistramente familiare. Lo spettacolo si sarebbe tenuto al Rainbow, al 1155 di Van Nuys Boulevard e sarebbe iniziato allo scoccare esatto della mezzanotte. Frank dette una fugace scorsa all’orologio: le undici e trentacinque. Se correva poteva ancora arrivare in tempo.Van Nuys Boulevard era un’enorme strada che divideva quasi esattamente a metà le due anime della città. A nord, proprio a ridosso delle colline di Los Angeles, facevano bella mostra di sé caseggiati signorili e piccoli fabbricati ordinati, mentre la parte sud era interamente occupata da edifici fatiscenti, capannoni industriali e binari della ferrovia. L’insegna a neon del Rainbow era perfettamente incastrata fra l’ostello dei poveri, sulla cui facciata troneggiava la scritta Gesù vi salverà, ed un cinema porno di terza categoria. Frank conosceva abbastanza bene quel locale, ci aveva suonato con i suoi X-Mas una decina di volte. La loro ultima esibizione in quella bettola era stato un vero tripudio, se così si può considerare un concerto a cui assistono centocinquanta persone, che termina con una rissa e degenera in quindici arresti per ubriachezza molesta, resistenza a pubblico ufficiale, spaccio e detenzione di stupefacenti. Una gran serata, pensò Frank sorridendo. Il buttafuori del locale lo riconobbe e gli fece cenno di avvicinarsi.

- Se vuoi entrare - gli disse con fare circospetto - sbrigati, amico, stasera c’è davvero una gran folla.-

Il gruppo è così in gamba? - chiese Frank con aria interessata.

- Non so nemmeno chi siano i negretti che si esibiranno qui stasera, ma suoneranno l’intero repertorio di Robert Johnson - disse il corpulento portoricano con una scintilla di eccitazione che gli bruciava nel fondo degli occhi scuri come chicchi di caffè.

- Eccitante… - replicò il chitarrista ironico.

- Puoi dirlo forte - gli rispose il buttafuori senza cambiare espressione - stasera qui si evoca il diavolo, amico mio, e non è cosa da tutti riuscire a prenderlo per la coda.

Frank rise di gusto a quella battuta, ma il sorriso gli morì sulle labbra quando vide un’espressione di vivo e furente disappunto dipingersi sul volto del suo interlocutore. Senza perdersi in altre chiacchiere entrò nel locale. La sala era gremita. Sembrava proprio che solo lui ignorasse chi fosse questo fantomatico Mr. Johnson. Il palco era stato allestito nel migliore dei modi possibili. Gli strumenti erano poggiati sui loro trespoli in attesa dell’arrivo della band. Alle loro spalle imperava un enorme telo, sul quale un’artista di indubbio talento aveva dipinto una sorta di murales che ritraeva un nero sulla trentina, alto e magro, con un sigaro incastrato fra le labbra carnose, intento a suonare una chitarra acustica. Alla sinistra dell’uomo era disegnato un diavolo sorridente ed alla sua destra era stata tratteggiata sommariamente una croce latina. Sotto al ritratto era scritto in pomposi caratteri gotici:

When I leave this town I’m’ bid you fare…farewellAnd when I return againYou’ll have a great long story to tell

(Quando lascerò questa città, vi lascerò un’offerta… addioE quando tornerò di nuovo Avrai una lunga storia da raccontare)

Frank cominciava a sentirsi a disagio. Il senso di euforia che aveva provato fino a poco prima si stava rapidamente dileguando. Osservava la gente accalcata nel locale con sospetto. Aveva un pressante cerchio alla testa ed una fottuta voglia di bere. Si sedette ad uno dei pochi tavoli ancora liberi, ma un nero dalla mole imponente gli piantò saldamente le mani sulle spalle costringendolo ad alzarsi. Infastidito si diresse verso il fondo della sala, facendosi largo a spintoni fra la folla. Avrebbe volentieri venduto l’anima al diavolo per far sì che un tale delirio si verificasse ai suoi concerti. Il senso di attesa e di venerazione che leggeva negli sguardi dei presenti era disarmante. Si appoggiò contro un muro e chiuse gli occhi.

- Venderesti la tua anima per essere immortale?

Frank si voltò di scatto verso la sua sinistra. Una donna asiatica gli sorrise lascivamente.

- Come hai detto? - gli chiese con il cuore che gli martellava all’impazzata contro la gabbia toracica.

- Non ho detto nulla, straniero - gli rispose la ragazza continuando a fissarlo dritto negli occhi. Frank si allontanò velocemente e si sedette sugli scalini d’ingresso del locale. Oh, cazzo, pensò, ma che diavolo mi sta succedendo questa sera? Si alzò di scatto e si diresse verso l’uscita del Rainbow. Voleva tornare a casa. Fare pace con Vinnie e dimenticare quell’inutile serata. Le luci si spensero. Le note vibranti di una chitarra presero corpo nell’aria. Frank si irrigidì. Si voltò lentamente nella direzione del palco. Da quella distanza non riusciva a mettere a fuoco le fattezze dell’uomo che, ritto al centro del cerchio lattescente della luce di un riflettore, stava suonando il miglior assolo che avesse mai sentito. Tornò sui suoi passi. Si sedette nuovamente su uno dei gradini di pietra dell’entrata e chiuse gli occhi. https://www.kobo.com/it/it/ebook/me-and-the-devil-4https://www.amazon.it/Devil-Odissea-Digital-Maria-Cristiano-ebook/dp/B073C9SKSM


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