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  • Maria Elena Cristiano

La risposta - racconto




Il sole filtrava appena attraverso la serranda abbassata.

La voce roca di sua madre gracchiava stridula in lontananza.

Parole senza senso di una vita vuota, trascorsa fra i fornelli di uno squallido appartamento di periferia a far da balia a quattro figli e ad un beone che l’aveva abbrutita nell’animo e nella carne.

Matthew faticava ad emergere dai suoi sogni, ma era tardi.

Si alzò e senza guardarsi nello specchio di fronte al letto si trascinò in bagno. Aprì la doccia e chiuse gli occhi sotto il getto d’acqua gelida (lo scaldabagno doveva essere di nuovo rotto), pensò distrattamente. Scostò la tendina lisa e ghermì l’asciugamano di fianco al lavandino. Si asciugò con cautela.

Le cinghiate che il vecchio gli aveva inferto la sera precedente gli avevano impresso tracce livide sulla schiena scarna. Le ecchimosi si andavano espandendo, ma quello che bruciava non era il rossore della pelle lacerata, ma l’odio che ardeva nel suo giovane petto. L’odio per quell’essere che era costretto a chiamare padre, l’odio per l’impotenza in cui si sentiva attanagliato. Prigioniero di un umido sudario fatto di frustrazione e di miseria.

Nella piccola cucina i suoi fratelli mangiavano in silenzio. Sua sorella non era rincasata. Magdalene fumava appoggiata al davanzale della finestra con aria assente, lo vide con la coda dell’occhio:

“Tuo padre dorme ancora. Vai al lavoro prima che si svegli”, furono le uniche parole che gli rivolse prima di infilarsi nella camera da letto.

Mattew uscì senza replicare.

L’aria fresca della mattina sembrò destarlo da quel torpore irreale che lo assaliva ogni volta che poggiava lo sguardo sulla sua famiglia.

Corse per raggiungere in orario la biblioteca dove lavorava da due settimane.

Geordie, il suo datore di lavoro, era un ometto simpatico, stempiato e sorridente, che lo aveva assunto più per prenderlo sotto la sua custodia che per la reale necessità di un aiuto.

La biblioteca cittadina era un luogo profumato d’antico, tranquillo e ammantato da una sorta di bolla temporale. Sospeso in una specie di realtà ovattata. Il silenzio che regnava in quelle lunghe stanze ingombre di libri e di scaffali, regalava un meraviglioso senso di solitudine. Si poteva vagare indisturbati per ore fra pareti di legno, lunghi tavoli illuminati da fioche lampade di vetro, visi assorti in antiche letture, parole sussurrate a fior di labbra. Mattew amava quel posto.I suoi odori, i misteri che quelle pagine custodivano gelosamente. Adorava imparare e conoscere le risposte alle sue domande.

Quando arrivò trovò Geordie già intento a mettere a posto dei volumi chiusi in grandi cartoni per lo più ancora imballati:

“Ciao Mattew, sei mattiniero, non ti aspettavo prima delle nove”, lo osservò accigliato, “stai bene?” gli chiese preoccupato.

“Sì, solite cose”.

“Ti ha picchiato ancora!” tuonò l’ometto.

“Sì, ma nulla di grave stavolta. Era troppo sbronzo per infierire. Si è stancato quasi subito”.

“Io non capisco perché sopporti tutto questo… hai solo sedici anni! I tuoi fratelli sono poco più che dei bambini. Dovresti denunciarlo. Dovresti andare via e convincere tua madre a …”

“Ad ucciderlo, ecco cosa dovrei fare”.

“Se non lo fai tu lo farò io. Giuro su Dio che lo denuncio quel bastardo”.

“No, non lo faccia,la prego. Se dovesse uscire di galera ucciderebbe mia madre ed il resto della famiglia. Di me non mi importa, ma loro non sanno difendersi. E’ tutto O.k., mi creda. Appena avrò messo da parte un po’ di soldi me ne andrò e tenterò di portare anche i miei fratelli con me”.

Geordie accarezzò il volto del ragazzo con occhi lucidi e rossi:

“Non può continuare così Mattew, lo capisci anche tu, vero?”.

“Sì, non può continuare”.

I pugni del giovane si serrarono lungo i fianchi, tremava.

Geordie lo abbracciò e Mattew si sciolse in lacrime, amare, profonde, calde come le fiamme dell’Inferno.

Si asciugò il volto con il dorso della mano:

“Cosa sono quelli?” chiese additando gli scatoloni di cartone.

“Dei volumi che ci ha inviato l’università della Contea. Non ho avuto il tempo di esaminarli, ma se vuoi puoi aprirli tu e riporre i tomi nei rispettivi scomparti. Della clientela mi occuperò io oggi, credo che tu abbia voglia di restare un po’ da solo”.

Mattew sorrise mesto e lo ringraziò con un cenno del capo.

Ad una ad una trasportò le scatole nella saletta attigua e con un taglierino affilato le aprì.

I pacchi contenevano per lo più testi di storia della vicina facoltà di Lettere, alcune antologie di narrativa americana del Novecento, qualche romanzo di autori di cui ignorava l’esistenza, diverse biografie di scrittori, poeti e condottieri. In sostanza nulla che lo potesse interessare. Per tutta la mattinata e la metà del pomeriggio si divise fra il reparto di narrativa e quello di storia, riponendo in bell’ordine i tomi sui rispettivi scaffali. Non aveva mai archiviato nulla in vita sua, ma sembrava nato per quel lavoro. Tutto era al posto giusto, ogni autore, ogni genere, ogni data.

La meticolosa e monotona precisione di cui necessitava quel compito gli aveva svuotato la mente da ogni pensiero. Per diverse ore non rammentò il dolore, l’umiliazione, lo scempio nel quale era cresciuto, c’erano solo loro: i libri, muti e sapienti.

Geordie gli portò un panino verso l’ora di pranzo informandolo che si sarebbe dovuto assentare per il resto della giornata. Sua moglie aveva avuto un incidente domestico: era precipitata dalle scale procurandosi una brutta frattura al braccio.

Mattew lo rassicurò esortandolo a raggiungere la donna all’ ospedale. Gli promise che avrebbe ricevuto i clienti, chiuso alle sette e mezzo in punto e che gli avrebbe portato le chiavi della biblioteca a casa.

Il pomeriggio trascorse senza visite. In realtà Mattew non abbandonò neppure per un attimo i suoi scaffali, e, quindi, se anche fosse entrato qualcuno non lo avrebbe di certo notato.

Verso le sei di un afoso pomeriggio primaverile aveva ultimato il suo lavoro. Mancava solo un libro da mettere a posto. Un vecchio ed ingombrante volume rilegato in rosso che recava una strana scritta:

“In Tenebris”

Non c’era altro impresso sulla copertina, né case editrice, né, tantomeno, autore. Il misterioso tomo emanava uno odore pungentemente acro, più aspro della muffa e più dolce della polvere. Un odore ferroso e familiare che aveva risvegliato nel ragazzo un singolare senso di agitazione. Per un attimo lo aveva aperto. Aveva scorso con gli occhi curiosi alcune illustrazioni che troneggiavano sulle prime pagine ingiallite: un capro antropomorfo sedeva con le dita simboleggianti la vittoria su di una rupe; un allegro accolito di streghe danzava, macabro, attorno ad un cadavere; un teschio sorrideva sovrastando una strana nenia in latino.

Magia.

Un antico testo di magia.

Lo richiuse con impeto, mordendosi il labbro inferiore.

Non aveva idea di dove collocarlo.

Indeciso lo infilò fra i testi religiosi, quelli screpolati e polverosi che nessuno chiedeva mai.

Chiuse alle sette e mezzo in punto, ma non riportò le chiavi a Geordie, senza una ragione apparente, semplicemente perchè non aveva voglia di farlo. Era stanco e confuso. Avrebbe aperto lui l’indomani, ed al suo solerte datore di lavoro avrebbe semplicemente detto che se ne era dimenticato. Geordie era una brava persona, si fidava di lui, non se la sarebbe presa.

Ritornò a casa.

Suo padre era sdraiato sulla poltrona di pelle di fronte alla tv. Una bottiglia di birra in mano e lo sguardo torvo fisso sullo schermo. Non lo guardò neppure. Per quella sera era salvo.

Sentì sua sorella singhiozzare dalla camera accanto. La porta era appena socchiusa. Entrò.

Mary era seduta sul bordo del letto e si stringeva il volto fra le mani sporche di sangue. Mattew le alzò il viso senza fiatare: il labbro ferito e l’occhio quasi chiuso per l’enorme ecchimosi scarlatta non avevano bisogno di parole.

“Perché?” le chiese con voce atona.

“Sono rimasta a dormire da Sally”, singhiozzò, “ crede che abbia sparlato di lui con i suoi genitori” rispose a monosillabi strozzati dal pianto.

“Mamma dov’è?”.

“Non lo so. Quando sono rincasata non c’era, nemmeno Steve e Jason ci sono…non so…non so che fare…ti prego Mattew aiutami”.

“Vieni con me”.

La prese per un braccio e la trascinò in corridoio. Mary esitava. Il mostro era ancora lì, ma addormentato.

Abbandonarono furtivamente l’appartamento.

“Dove andiamo?”.

Mattew non rispondeva. Gli occhi gelidi puntati sull’asfalto scuro. Mary lo fissava impaurita, aveva lo stesso sguardo di suo padre.

Giunti davanti alla biblioteca Mattew pescò dal fondo della tasca un mazzo di chiavi, aprì l’enorme porta di legno scuro e fece entrare la sorella. La seguì chiudendo il battente alle sue spalle. Nell’oscurità il respiro affannoso di Mary sembrava il lamento lontano di un animale ferito. Mattew accese le luci e la lasciò sola nella grande sala. La ragazza si guardò attorno con aria smarrita:

“Che ci facciamo qui?”, chiese, “Se il tuo capo arriva all’improvviso ci uccide! Andiamo via, ti prego”.

Mattew non rispose. Ritto di fronte allo scaffale fissava con aria assorta il libro rosso che sporgeva, invitante, fra la Bibbia ed i Vangeli.

Lo prese.

Raggiunse Mary e depose il tomo sotto la luce di una vecchia lampada stile Tiffany, cominciando a scorrere l’indice con il dito:

Come procurare la fortuna

Come curare dal veneficio

Come far innamorare

Come evocare i morti

Come causare la morte

Cercò febbrilmente la pagina e lesse con avidità le parole che vi erano vergate.

“Cosa stai facendo?” gli chiese lei incuriosita.

“Cerco un modo per uccidere quel bastardo”.

“In un libro?” replicò quasi divertita.

“Perché no”, aggiunse lui sorridendo, “cosa abbiamo da perdere?”.

“Nulla”, ammise lei, “fammi leggere…Dunque qui dice che per procurare la morte di qualcuno è necessario odiarlo, e fin qui ci siamo, bruciare alcune sue ciocche di capelli su un ceppo di rovere pensandolo intensamente e recitare questa specie di cantilena…ma che lingua è?”.

“Latino”.

“E tu sai leggerlo?”.

Mattew intonò a voce alta e stentorea i pochi versi dedicati allo diabolo e Mary rimase stupita dalla sicurezza con la quale suo fratello padroneggiava quella antica lingua dimenticata.

“Dove l’hai studiato?”.

Mattew si fermò perplesso:

“Non l’ho mai studiato, è come se lo conoscessi”.

“Lo facciamo?”.

“Sì”, disse lui, “domani notte. Ci sarà la Luna piena”.


La notte seguente Mary e Mattew attendevano sotto una luna nascosta e timida il momento propizio per attuare la loro follia, consci di giocare agli alchimisti e nulla più. Quando furono certi che nel grande parco cittadino non passasse nessuno a disturbarli, Mary porse al fratello una ciocca di capelli ricci, scuri ed unti:

“Come glieli hai presi?”, chiese il ragazzo malcelando un espressione di franco disgusto.

“Li ho strappati dal pettine che tiene sempre accanto al letto. Non mi ha vista, il maiale ha dormito tutto il giorno”.

“Bene, dammeli”.

Li dispose su un piccolo rametto che giaceva lì vicino.

“Sei sicuro che sia di rovere?”.

“No, veramente no, ma che importa?”.

Mary lo guardò spazientita, poi lo colpì con un piccolo pugno sulla spalla mettendosi a ridere. Per un attimo Mattew vide tutta la bellezza dei suoi quattordici anni. Se non fosse stato per la bocca tumefatta e l’occhio nero, sarebbe parsa una ragazzina come tante che sorride alla vita mentre aspetta impaziente le sorprese che le riserverà il futuro.

Mattew accese il fuoco con lo zippo.

La fiammella divampò allegra e splendente e Mary accompagnò il suo sfavillio con un applauso ed un grido di gioia.

Il giovane iniziò la litania.

La fiamma tremò, si spense, poi di colpo divampò al suono delle ultime parole. Le sottili lingue di fuoco si fecero alte ed assunsero uno splendido colore azzurro, viola, rosso. Sembravano salire oltre le loro teste rivolte all’insù. Per un attimo un volto contorto, forse un gioco di luci, parve volteggiare fra le scintille per poi svanire in una nuvola di fumo.

“Hai visto?” chiese Mary allibita.

“Sì, forse una reazione chimica del legno”.

“Sì, forse” ,replicò mesta, “ma tu credi…”.

“Torniamo a casa”.

La cinse per la vita tenendo il libro stretto contro il petto con l’altra mano.

La sorella lo fissava di sottecchi, sbirciando ogni sua espressione.

“Avrà funzionato?”, gli chiese d’improvviso serrandogli le mani.

“Non lo so”, rispose lui sconsolato, “ma se qualcuno lassù”, disse indicando il cielo, “o laggiù”, aggiunse additando la terra soffice che stavano calpestando, “ha ascoltato la nostra supplica, qualcosa accadrà. Deve accadere”.

Camminarono piano, con le spalle abbassate.

Giunti sotto casa videro una volante della polizia con il lampeggiante acceso stazionare dinnanzi al loro portone.

Corsero su per le scale nella speranza di trovare ciò che sognavano da tempo, ma gli uomini in divisa li scrutarono con indifferenza, troppo presi a litigare con una vecchia di colore che rifiutava ad ogni costo di dire dove si trovasse il nipote, probabilmente accusato di furto.

In casa nulla era cambiato: Magdalene fumava con aria assente fissando il forno, Steve e Jason sedevano sul divano accanto al padre, muti e con gli occhi sgranati.

“Venite anche voi qui”, biascicò l’uomo, “facciamo la famigliola felice che guarda la tv”.

Non si mossero.

“Vi ho detto di venire qui, porca puttana” ringhiò.

I due si sedettero sul tappeto logoro, silenziosi. Mary versò qualche lacrima senza farsene accorgere. Mattew pregò che ciò che avevano fatto nel parco funzionasse, ma la voce roca della madre li chiamò per la cena e la preghiera a quel dio sconosciuto gli morì sulle labbra.

Seduti attorno alla tavola apparecchiata presero a mangiare lentamente. L’aria greve e tesa sembrava solida, l’odore della paura che aleggiava nella stanza era inconfondibile come il puzzo della muffa stantia che invade le cantine.

Poi accadde.

D’improvviso.

Cominciò con un colpo di tosse a cui ne seguì un altro, ma più cupo.

L’uomo si portò le mani alla gola, strabuzzò gli occhi ed additò la bottiglia d’acqua con la mano.

L’eccesso di tosse non fece altro che peggiorare. Un rantolo sibilante gli squassò il petto. Lo stomaco prominente sobbalzava al ritmo dell’abbaiare sofferto. Il volto, divenuto paonazzo, era solcato da un rivolo di muco che colava, impertinente, dalla bocca spalancata sul mento punteggiato dalla barba incolta.

Continuava ad additare l’acqua.

Magdalene ne versò un po’ nel bicchiere del marito e la bevve sorridendo.

Steve e Jason si alzarono all’unisono e cominciarono a gridare:

“Crepa, bastardo, crepa…” ridevano ed urlavano come indemoniati.

L’uomo si alzò barcollando. La tosse era svanita, lasciando il posto ad un sibilo acuto, simile al fischio di un vecchio treno asmatico. Una goccia di sangue gli stillava giù per il naso gocciolando sul linoleum del pavimento. Tentò di raggiungere la bottiglia, ma Magdalene la rovesciò per terra ridendo e piangendo :

“Strozzati pezzo di merda. Muori e liberaci! Oh sì…sia fatta la volontà di Dio…ha ascoltato alla fine le mie preghiere. Crepa e va all’Inferno”.

Mattew assisteva muto, Mary piangeva.

L’uomo piombò a terra immobile. Uno spasmo gli percorse tutto il corpo scuotendolo dalla testa ai piedi, poi il nulla. Restò a fissare il soffitto con aria sorpresa e sofferente.

La donna si alzò, prese una scopa dal ripostiglio e lo colpì ad una gamba. Non si mosse.

Urla di gioia, di libertà e di follia inondarono la stanza. Magdalene corse ad abbracciare i figli, li strinse tutti e quattro a sé in un'unica dolorosa morsa.

“E’ finita piccoli miei”, ripeteva, “la mamma non è stata capace di proteggervi, aveva troppa paura, ma ora tutto è finito. Il Signore ci ha aiutato”.

Mattew si divincolò dalla stretta e corse in bagno seguito a ruota da Mary.

“Non è stato il Signore, vero?”, sussurrò lei, “ Siamo stai noi?”.

“Shhhh!!!”, la zittì perentorio Mattew, “Non lo so, non ne sono convinto. Magari gli è solo andato di traverso qualcosa”.

“Ma la fiamma, il rito…”.

Mattew abbracciò forte Mary che tremava:

“Non importa come sia accaduto, importa solo che se ne sia andato”.



La polizia tornò quella notte, ma non fece troppe domande. I volti gonfi di lacrime dei familiari e la meccanica dell’incidente, rendevano l’accaduto palesemente chiaro: un uomo di quarantotto anni era morto per soffocamento causato da un osso di pollo. Caso chiuso e pratica archiviata.

I funerali si svolsero due giorni dopo e nessuno intervenne alla funzione. Non un volto contrito alle esequie, non un trito e malinconico elogio funebre. Nulla. Il feretro fu sepolto da un annoiato becchino e il mostro fu cancellato.

Pochi mesi dopo Magdalene riprese a lavorare come segretaria in un piccolo ufficio e la famigliola lasciò l’appartamento per trasferirsi dalla nonna materna che fu lieta di accoglierli. Steve e Jasono tornarono a scuola e dimenticarono l’accaduto in fretta. A volte si svegliavano urlando nel mezzo della notte animati dal timore che l’orco fosse tornato, ma gli era sufficiente vedere il volto sereno della madre per riconciliarsi con la loro nuova vita e trovare ristoro nel sonno.

Mary e Mattew non erano più gli stessi.

Mattew abbandonò il lavoretto alla biblioteca, adducendo come scusa che aveva intenzione di tornare a scuola l’anno seguente, ed aveva un bel po’ di libri da spulciare per poter riaffrontare gli studi interrotti per le pregresse e ben note ragioni familiari. Il signor Geordie non gli fece troppe domande, si felicitò solo per la decisione e si rallegrò per la dipartita del padre. Matt si limitò a sorridere.




Il libro era sempre lì, sotto il suo letto.

Una notte senza luna Mary si intrufolò nella stanza del fratello.

“Lo hai ancora?” gli chiese.

“Sì”.

“Usiamolo”.

“Per cosa?”.

“Per qualunque cosa…dobbiamo sapere se siamo stati noi” .

Mattew sapeva quale tarlo rodesse le meningi della ragazza, lo stesso dubbio che lo assaliva ogni notte impedendogli di dormire. Dovevano sapere, dovevano trovare la risposta.

Prese il volume e lo aprì all’indice:

“Quale?” chiese.

Mary scorse le righe con occhi avidi:

“Questo”, disse indicando la diciassettesima riga, “ se succede davvero, allora non avremo più dubbi”.

Il ragazzo trovò in fretta la pagina. Il rituale era semplice: scrivendo con il sangue del richiedente una preghiera su un foglio di carta bianco e dormendo per trenta notti con il medesimo foglio sotto il cuscino, una enorme somma di denaro sarebbe letteralmente piovuta dal cielo.

“E’ una stronzata” replicò Matt spavaldo.

“Anche bruciare i capelli di papà lo era” .

“Non chiamarlo così”.

Silenzio.

“Va bene. Bucati un dito con uno spillo, io faccio altrettanto”.

“E con cosa scriviamo?”.

“Non lo so, prendi una matita senza punta”.

Mary sgattaiolò fuori dalla stanza e fece ritorno qualche attimo dopo con tutto l’occorrente.

“Prima tu” disse lei seria porgendogli lo spillo.

Matt si praticò un emocromo sull’indice della mano sinistra, Mary lo seguì a ruota aggiungendo un infantile “Ahio!”.

Redissero la pergamena e per un mese esatto ci dormirono a turno sopra.

Allo scadere del trentunesimo giorno Magdalene rincasò gridando che il biglietto della lotteria, che aveva acquistato qualche mese prima, era stato estratto. Avevano vinto due milioni di dollari.





Vent’anni dopo Mattew Parsons passeggiava tranquillamente con il suo cane, un Labrador purissimo, per un elegante viale del centro. La vetrina di una libreria attirò la sua attenzione, si avvicinò e vide il signor Geordie affaccendato dietro la cassa.

Entrò divertito e picchiò con fare deciso sulla spalla dell’uomo, che si voltò di scatto e con modi gentili gli chiese:

“In cosa posso esserle utile?”.

“Beh vorrei un lavoretto part-time…la mia famiglia ha bisogno di soldi…so che non ho esperienza, ma magari potrei metterle a posto il magazzino…”.

“Mattew!” gridò il signor Geordie uscendo dal bancone ed abbracciando l’uomo robusto ed un po’ stempiato che gli stava di fronte.

“Come stai? Ti trovo benissimo”.

“Sto bene. Lei come sta? E’ tanto che non la vedo”.

“Da povero vecchio ormai, ma dimmi di te. Tutti hanno letto sui giornali della tua prossima candidatura al Congresso. Eh… ne hai fatta di strada da quando rimettevi in ordine i libri negli scaffali del retrobottega della vecchia biblioteca cittadina”.

“Sì, è passato molto tempo e anche molta strada. Piuttosto, noto che si è aperto una libreria tutta sua”.

“No, per carità. La vecchia biblioteca è stata chiusa, lavoro come cassiere per un vecchio amico, ma parliamo di te. Immagino che sarai fiero di quello che hai raggiunto”.

“Molto, ma è costato anche tanta fatica”.

“E la tua famiglia?”.

“Mia madre è morta qualche anno fa”.

“Mi dispiace” disse rattristato.

“Era malata da tempo. La sua dipartita è stata una liberazione, per lei intendo, soffriva troppo. Mary si è sposata con un uomo d’affari che ha conosciuto durante un viaggio in Italia; Steve si sta laureando in medicina e Jason passa tutto il suo tempo a scommettere alle corse, ha una fortuna sfacciata quel ragazzo”.

“Solo fortuna?” chiese l’uomo.

“Certo” replicò Mattew imbarazzato.

“La tua vita è cambiata davvero in modo sorprendente, mio caro. Chi l’avrebbe mai detto... un umile ragazzino di provincia, vittima di una società ingiusta e di un padre indegno, che riesce a costruirsi una vita perfetta, una sorta di miracolo, non credi?”.

“Ho avuto la buona sorte dalla mia, questo è vero”.

“Beh direi che la buona sorte da sola non basta, quante teste hai dovuto far cadere per arrivare dove sei ora?”.

“Non capisco cosa intenda. E’ strano signor Geordie, tutto il suo discorso è singolare”.

“Discorsi da vecchi Matt, tutto qui. Ma dimmi come è morta tua madre?”.

“Era malata, gliel’ho detto”.

“Sì, lo hai fatto, scommetto che con i soldi che ti ha lasciato hai cominciato a finanziare la tua scalata verso la politica”.

“Queste allusioni non mi sembrano corrette, signor Geordie”.

“Oh, ma non sono allusioni Matt, è la verità. La vecchia aveva accumulato molto in maniera non proprio lecita, se mi consenti l’eufemismo, ed un ricovero di pochi giorni corredato da una morte improvvisa non è esattamente quello che si dice una lunga malattia”.

“Come sa queste cose?” chiese allarmato.

“Io so molte cose di te piccolo mio”.

Mattew era disorientato. Quasi terrorizzato.

“E’ stato un piacere rivederla signor Geordie”, disse con fare sbrigativo e poco cortese, “ ma ora devo proprio andare. Ho una campagna elettorale da mandare avanti e diversi affari da sbrigare in città” disse quasi fuggendo dal locale.

“Un’ ultima cosa Matt”.

“Sì?”.

“Sono vent’anni che non riesco a trovare un vecchio libro. Uno di quei logori e polverosi tomi che tenevo nella biblioteca. Un libro antico e molto prezioso che è sparito la notte prima della morte di tuo padre”.

“E perché lo dice a me?”.

“Credevo solo che ne sapessi qualcosa”.

“No, non ne so nulla. Addio signor Geordie”.

Uscì senza voltarsi.

“Arrivederci Mattew”.

Geordie chiuse la libreria con sveltezza.

Si diresse nel retrobottega e si inginocchiò come in preghiera: una nube sulfurea si sprigionò dai suoi abiti che si dissolsero come fuochi fatui. La pelle della testa si arricciò scoprendo un cranio ossuto e scuro.

Si alzò in piedi ed il suo corpo ricoperto di squame liquefece ogni oggetto con il quale entrò in contatto. Gli occhi sfavillanti rosseggiarono nelle orbite vuote, i denti aguzzi si serrarono nella mandibola spinosa, le spalle enormi guizzarono mentre un paio di ali nere spuntarono dalle scapole uncinate.

“Arrivederci Mattew, mio buon servitore”.




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