Cerca
  • Maria Elena Cristiano

La memoria del sangue - racconto


In fondo lo aveva sempre sospettato.

Troppe diversità, pochi punti di contatto, vaghe somiglianze. Discorsi taciuti e commenti bisbigliati avevano accompagnato la sua infanzia e parte della sua adolescenza.

Lo aveva intuito dallo sguardo interrogativo e perplesso che suo padre, disteso in quel letto d’ospedale, aveva rivolto al volto contrito e quasi implorante di sua madre.

“Perché non posso farlo?” aveva gridato a sua sorella nel salottino d’attesa di fronte alla camera di degenza.

“Perché non è il caso che tu lo faccia, ecco tutto”.

“Ma potrei salvargli la vita. Potrei essere l’ultima speranza per nostro padre… non capisco cosa vi prenda, tu e la mamma sembrate impazzite”.

“Non esagerare adesso! Siamo solo preoccupate. L’espianto è una cosa seria e tu hai solo vent’anni. Vivere con un rene di meno potrebbe pregiudicarti l’intera esistenza”.

“Il chirurgo ha detto di no”, aveva aggiunto con tono deciso, “il mio corpo è giovane e sano, mentre quello di papà non può affrontare altre dialisi. Non credi che la sua vita valga almeno un tentativo?”

“Lo vale, certo, ma se le mie analisi hanno dimostrato l’incompatibilità istologica per il trapianto, perché credi che le tue risultino diverse? Hai sentito anche tu cosa ha detto il dottor Hamilton: la consanguineità in genere non crea le condizioni favorevoli per questi interventi, c’è un’alta probabilità di rigetto”.

Aveva abbandonato la stanza furente. Si era recato dall’infermiera ed aveva porto il braccio quasi in lacrime:

“Mi faccia tutte le analisi. Voglio sapere se posso donare un rene a mio padre”.

E glielo aveva donato.

Lo aveva salvato.

Un enorme gesto d’amore che solo un figlio può fare con tanta naturalezza.

Ma un piccolo particolare era emerso da quella cartella dattiloscritta che, nel più completo anonimato, gli era stata consegnata dalla caposala: i risultati istologici erano compatibili, ma le analisi sierologiche, ematologiche e genetiche erano altrettanto incontrovertibili. Oswald e Mirna non erano i suoi genitori biologici e Lois non era, quindi, sua sorella.

La degenza di Oswald era stata rapida e quasi prodigiosa. Il recupero post-operatorio completo e incoraggiante, tanto da permetterne le dimissioni dal reparto in meno di un mese, ma in casa Stratton tutto era di colpo cambiato.

Leo non riusciva a guardare i suoi genitori negli occhi per più di una manciata di secondi senza abbassare lo sguardo, e i due anziani coniugi si rifiutavano in ogni modo di rispondere alle sue domande: Leo Stratton era il loro secondogenito punto e basta, quello che dicevano le analisi di laboratorio non li interessava.

Ma Leo era lacerato dal desiderio di conoscere la verità. La verità sulla sua nascita, sulla sua adozione e sulle sue origini. Tutto quel silenzio forzato non faceva altro che acuire il suo bisogno di memoria.

Una sera, mentre suo padre e sua madre erano seduti a guardare il telegiornale e sua sorella era uscita per frequentare un corso serale di giornalismo, aveva fatto irruzione in salotto e spegnendo la tv si era impalato di fronte a Oswald e Mirna fissandoli con qualcosa di molto simile all’astio impresso negli occhi azzurri e feroci.

“Figliolo”, aveva detto suo padre, “che ti prende? Facci finire di sentire il notiziario”.

“No, voglio che mi parliate”.

“Parliamo sempre con te, tesoro”, lo aveva blandito Mirna, “non capisco cosa ci sia di tanto importante…”.

“Chi sono io?”

“Ancora con questa storia”, aveva ruggito suo padre trattenendo un’imprecazione, “sei nostro figlio, ecco chi sei”.

“Ecco cosa credevo di essere”.

“Leo non fare lo sciocco” replicò Mirna con la voce già pericolosamente incrinata dal pianto.

“Non piangere mamma, non voglio che tu lo faccia”.

Sospirò e si sedette sul tappeto con le gambe incrociate.

“Io vi amo, siete stati e sarete sempre dei genitori eccezionali. Ogni ricordo, ogni attimo della mia vita, ogni lacrima e ogni sorriso che mi hanno insegnato a crescere sono indissolubilmente legati ai vostri volti e a quello di Lois, ma la verità è un’altra e ora che l’ho scoperta ho il diritto di sapere”.

Mirna strinse forte la mano del marito.

“Non sappiamo nulla dei tuoi veri genitori…”.

“Mirna, no…”, la pregò Oswald.

“E’ giusto che sappia”, replicò lei con tono deciso e sofferto.

“Vent’anni fa tuo padre lavorava come guardia notturna per i grandi magazzini Forsight. Una notte rincasò con un fagottino fra le braccia, un fagottino di stracci bagnati, e mi disse “guarda cosa ho trovato nel sottoscala” e fu allora che ti vidi per la prima volta: eri piccolo ed infreddolito, magro e tutto sporco. Non potevo credere ai miei occhi, eri così bello Leo e così triste. Il tuo sguardo era vispo e serio, non avevo mai visto un bimbo tanto sperduto in tutta la mia vita”, trattenne un singhiozzo contro il dorso della mano e riprese. “Ti portai in camera da letto, ti lavai e ti nutrii. Lois era malata, aveva preso una brutta influenza, ma si alzò febbricitante per vedere cosa stessero facendo i suoi genitori a quell’ora insolita della notte. Ti prese in braccio e disse: mamma finalmente mi hai comprato un fratellino”.

“Non volevo consegnarti alle autorità”, continuò Oswald. “ Sapevo che ti avrebbero messo in qualche istituto e non potevo neppure pensarci. Ti avevo amato nell’attimo stesso che mi afferrasti il dito mentre eri ancora disteso sul pavimento del magazzino. Mio figlio. Sei sempre stato solo questo per me”.

“E i documenti? Sì…insomma, devo pur avere un estratto di nascita o qualcosa del genere”.

“Falsificati”, continuò l’uomo. “All’epoca era più semplice. Avevo un amico al comune che redisse un falso atto di nascita per pochi dollari, il resto della storia la sai”, si accese una sigaretta e chiuse gli occhi.

“Non dovresti fumare papà, ti fa male. Se non vuoi farlo per te fallo almeno per il mio rene”, disse Leo sorridendo. L’uomo spense la sigaretta e lo abbracciò.

“Dunque prima di voi il nulla, è questo che mi state dicendo”.

Mirna si alzò, aprì un cassetto e, dopo averlo svuotato del suo contenuto, ne sollevò il fondo mostrando una sorta di scomparto segreto dal quale estrasse una catenina che porse a Leo.

“Avevi questa stretta attorno al collo, sembrava quasi che ti strangolasse”.

Leo osservò il pendaglio che vi era infilato. Era una singolare targhetta d’oro che recava impressa un’incisione: una sorta di serpente attorcigliato che si mordeva la coda tracciando il simbolo che rappresenta l’infinito.

“Tu vuoi cercarli, non è vero?”, disse Mirna.

Leo abbassò gli occhi.




“Ma da dove vuoi cominciare?”, chiedeva Lois tentando di reggere il passo del fratello.

“Da questa”, aveva replicato il ragazzo stringendo la catenina.

Erano usciti di casa di buon’ora. Leo aveva dapprincipio rifiutato la sola idea che la sorella lo accompagnasse nelle sue ricerche, ma poi, date le petulanti insistenze di lei, aveva acconsentito.

“Hey, sono quasi due ore che ti corro dietro e ancora non sono riuscita a capire cosa stiamo cercando, e soprattutto non riesco a capire cosa te ne importi!”

“Come fai a non capirne l’importanza!?”, gridò.

“Leo la tua famiglia ce l’hai. Buona o cattiva che sia ti ha sempre voluto bene. Cosa ti frega di trovare qualcuno che ti ha abbandonato vent’anni fa e non si è più fatto vivo?”

Leo si sedette su una panchina ed invitò Lois a fare altrettanto.

“Lois io devo sapere perché mi capitano certe cose. Io devo trovare una spiegazione alle immagini che si annidano nella mia mente. Forse loro hanno le risposte alle mie domande”.

“Leo io non capisco di che parli. Cosa ti capita? Quali immagini hai nella testa?”

“Lois ti rammenti l’ultima volta che mi sono ammalato?”

La ragazza aggrottò le sopracciglia e poi scosse la testa.

“Non lo rammenti perché non mi sono mai ammalato. Capisci: mai. Mai un raffreddore, mai una febbre, mai un taglio su un ginocchio…”

“E allora? Hai un’ottima salute…questo dovrebbe preoccuparti?”

“Guarda qui”, estrasse dalla tasca della giacca di pelle le analisi che gli avevano fatto in ospedale.

“Leggi il gruppo sanguigno”.

“AB0…”, lo fissò con aria interrogativa.

“Non esiste questo gruppo…gli alleli umani sono solo due, io ne ho tre”.

“Avranno sbagliato le analisi…può capitare”.

“Le ho rifatte due giorni fa, sono giuste”.

“Che ti hanno detto i medici?”

“Non sanno semplicemente come spiegarlo, ma dato che sto bene non credono che debba preoccuparmene. Ma c’è dell’altro…rammenti quando alle superiori superavo sempre i test di sbarramento senza aprire mai un libro?”

“Copiavi”, disse lei ridendo.

“No, era quello che raccontavo a te, ma io sapevo le risposte”.

“Allora studiavi quando non ti vedevo, oppure hai una grossa fortuna…oppure…”

“Io sapevo le risposte prima che ci consegnassero i compiti. Io so in anticipo i vincitori delle corse, sento i pensieri della gente quando è arrabbiata, quando è triste…io…”

“Tu, cosa?”

“Io so che nostro padre morirà a sessantaquattro anni di cancro ai polmoni, che nostra madre vivrà fino a ottantaquattro anni e che ti sposerai presto e incinta”.

“E’ pazzesco! Tutto quello che stai dicendo è semplicemente pazzesco”.

“A sette anni hai visto mamma e papà che facevano sesso sul tavolo della cucina”.

Disse stringendole forte le mani.

“Sei corsa in camera tua spaventata ed hai pregato il Signore di farli morire perché stavano commettendo atti impuri. Questa immagine ti ha assillato per tutta la tua adolescenza costringendoti a non innamorarti mai di nessuno. Ora ami un uomo più grande di te che si chiama…Gregg. Sarà lui che sposerai”.

Lois si alzò di scatto e corse via.

Leo la raggiunse e l’afferrò per le spalle.

“C-come fai a saperlo? Io non l’ho raccontato mai a nessuno…tu non potevi saperlo…”

“Vedi?”, disse. “E’ per questo che ho bisogno di risposte”.

“Ora capisco. Ma se hai sempre avuto tutte queste intuizioni, come facevi a non sapere che…”

“Lo sapevo, l’ho sempre saputo, ma rifiutavo di credere che anche quella “intuizione”, come la chiami tu, fosse esatta. Non potevo accettare l’idea che Oswald e Mirna non fossero i miei genitori e che tu non fossi mia sorella”.

Ripresero a camminare più piano senza parlare, poi Leo vide la vetrina di un piccolo negozio di antiquariato ed entrò.

“Seguimi, un’altra intuizione”.

Il locale era piccolo, spoglio e male illuminato. Dietro un bancone protetto da una grata di ferro era seduto un uomo né anziano né giovane, barbuto, con dei lunghi capelli brizzolati che gli ricadevano in ciocche disordinate sulle spalle. Indossava una giacca da motociclista ed aveva un teschio tatuato sul dorso della mano destra.

“In cosa posso esservi utile?”, chiese con voce roca.

Leo mise il ciondolo sul bancone di legno e lo spinse sotto la grata. L’uomo lo osservò per qualche minuto con una sorta di monocolo.

“Bel pezzo, posso darti al massimo centocinquanta dollari”.

“Non voglio venderlo”.

“E allora cosa vuoi da me?”

“Voglio solo sapere cosa significa il simbolo inciso sulla targhetta”.

“E perché credi che io lo sappia?”

“Perché si occupa di occultismo, perché ha trattato in passato oggetti del genere e perché sta tentando di pensare a qualcosa che non riesco ad inquadrare”.

“Sei un mago o un indovino ragazzo?”, disse l’uomo sorridendo.

“Nessuno dei due”.

Leo fece scivolare sotto la fessura un biglietto da cento dollari.

“Va bene”, disse il proprietario del negozio facendo sparire la banconota con l’abilità di un chierichetto che ritira le offerte in chiesa.

“La fattura è antica, direi prima metà dell’Ottocento. L’incisione è stata fatta a mano…”

“Sì, ma che vuol dire?”

“Un attimo di calma e lo saprai. Dunque…è il simbolo di una setta, una congrega di streghe, le “Figlie del Serpente”. Un circolo di pazze dedite alla magia nera che infestavano questa città un centinaio di anni fa”.

“Esiste ancora, la setta intendo”.

“Non lo so, ma se vuoi saperne di più”, disse l’uomo chinandosi sotto il bancone. “Eccoti l’indirizzo di un mio amico. E’ dentro a queste cose fino al collo. Lui potrà esserti più utile di me e, se lo conosco bene, lo farà gratis”.

L’indirizzo stampato sul biglietto conduceva a un quartiere all’estrema periferia della città dove giunsero quasi un’ora dopo.

L’uomo si chiamava Harry James e quando bussarono alla sua porta furono accolti da un ragazzo poco più che diciottenne con ispidi capelli ricci, corti e arruffati, un’elegante giacca blu indossata su un paio di jeans stinti e bucati.

Harry li fece accomodare in una sorta di enorme salotto non ammobiliato, ingombro di oggetti strani ed apparentemente antichi. Sulla parete di sinistra era incassato un televisore al plasma che stava trasmettendo un concerto dei Metallica, mentre dal soffitto pendevano spade e coltelli di ogni misura. Il computer acceso lampeggiava segnalando che era arrivata della posta elettronica.

“Bel posto…”, disse Leo, “mi aspettavo solo di trovare un uomo più vecchio…”

“Hai qualcosa per me?”, chiese il ragazzo senza badare alle sue affermazioni.

“Questo”, disse porgendogli la catenina.

“Le “Figlie del Serpente”, è un amuleto potente, ma se ne trovano ancora diverse copie, quindi il suo valore di mercato non è eccessivo. A chi devo venderlo?”

“Non voglio che tu lo venda, voglio solo sapere cosa sai di questa setta”.

“Vuoi entrare a farne parte o stai facendo una ricerca per l’ università?”

“Era appeso al mio collo quando i miei genitori adottivi mi hanno trovato”.

“Mhhh…in cerca di un’identità, dunque. Mio caro devo darti la brutta notizia che se la tua madre biologica ti ha abbandonato con al collo questo ciondolo, allora la signorina era senza dubbio un’occultista. Vedi”, disse sedendosi di fronte al pc e aprendo una cartella catalogata come magia nera, “questo monile viene dato ad ogni nuova adepta. Ne esistono seicentossessantasei, numero inquietante vero? Ogni strega lo riceve alla sua consacrazione e lo porta sempre con sé, perché separarsene equivarrebbe ad essere uccisa dalle consorelle. Quindi ti informo che sei sicuramente orfano. Si dice che l’amuleto abbia strani poteri se indossato”.

“Tipo?”

“Non è specificato, devo aggiornare alcuni file, comunque possiamo toglierci subito la curiosità”.

Porse a Leo la catenina ed attese che il giovane la indossasse.

“E ora?”, chiese Leo con ironia.

“Comanda alla luce di spegnersi o alla carta di bruciare. Sono le basi degli ordini magici…”

Leo puntò lo sguardo su alcuni libri che giacevano abbandonati sul pavimento e disse:

“Brucia”.

I volumi presero fuoco all’istante.

“E no!”, gridò Harry, “Porca puttana! Quei libri sono del Cinquecento, devo consegnarli ad un cliente domani”.

Leo disse “acqua” e pioggia fu.

Lois osservava tutto in uno stato di stupore quasi catatonico.

“Carina”, sussurrò Harry all’orecchio di Leo che non rispose.

“Ora sai di quali poteri è dotato il tuo ciondolo, usali e lasciami in pace che devo lavorare”.

“Aspetta, dimmi cos’altro sai delle streghe”.

“So molte cose, è il mio mestiere vendere amuleti e libri di magia, dipende cosa ti interessa. Vuoi sapere come ritrovare i resti di tua madre o solo conoscerne il nome?”

“Il nome, al resto ci penso io”.

“O.K. torna domani sera verso la stessa ora, ti dirò cosa ho scoperto”.

“Ti pagherò qualunque cifra”.

“Non voglio denaro, ne ho già abbastanza, diciamo che lo faccio per curiosità. A domani”.

Quando Leo e Lois ebbero abbandonato l’appartamento, Harry compose in fretta un numero di telefono.

“Il Sire è arrivato. Tornerà qui domani sera, fatevi trovare pronte”.




Leo trascorse una notte singolare impegnato com’era a far volare oggetti per la stanza, incendiare e spegnere fogli di carta, far tuonare e sorgere la nebbia davanti alla sua finestra.

Doveva essere terrorizzato dalle scoperte appena effettuate, invece si sentiva calmo, quasi allegro. Per la prima volta aveva la sensazione di un imminente ritorno a casa. Era pervaso e persuaso dalla certezza che il puzzle della sua vita si stesse finalmente ricomponendo nel verso giusto. Sua madre era stata una strega, sempre meglio che una megera, pensava divertito. Forse aveva avuto gli stessi suoi poteri, forse li aveva ancora. Non era convinto, infatti, che Harry avesse ragione. Qualcosa gli sussurrava che almeno uno dei suoi genitori biologici fosse ancora vivo e che lo stava aspettando per far sì che il suo destino si compisse.


La sera seguente Leo si presentò da solo alla porta di Harry. Lois giaceva addormentata nella sua stanza. Aveva scoperto che indurre il sonno era il più semplice dei prodigi che l’amuleto fosse in grado di realizzare.

Harry gli venne ad aprire la porta con indosso la medesima giacca del giorno precedente, solo che ad attenderlo nella grande sala attrezzata a magazzino alchemico, erano sedute una decina di donne vestite di nero con il volto coperto e le mani serrate da complicati bracciali simili a guanti di ferro medievale.

“Le mie zie?”, chiese sorridendo Leo.

“No”, disse Harry, “le tue madri”.

La donna seduta al centro si alzò scoprendosi il volto. Era giovane e bellissima. Altrettanto fecero le altre. Tutte apparentemente poco più che trentenni, avvenenti e con una strana espressione di gioia stereotipata impressa sul volto.

“Io sono Amresh, sacerdotessa del Serpente, loro sono parte delle mie sorelle”.

Le donne si alzarono a una a una, e rivolsero a Leo un inchino di saluto.

“Tu sei il frutto del nostro amore e del nostro potere”.

Leo percepiva l’enorme energia che trasudava dai loro corpi. Sentiva il ronzio confuso dei loro pensieri fatti di sangue, di devozione, di lussuria e di paura. Aveva la netta ed inspiegabile sensazione di essere parte del mondo oscuro di cui quelle figure femminili erano testimoni, eppure una voce lontana e soffocata in fondo alla sua anima lo incitava a non credere.

“Chi mi ha portato in grembo?”, chiese dopo un lungo e pensieroso silenzio.

“Colei che ti ha partorito è morta nell’atto stesso di darti alla luce. L’hai uccisa tu”.

“Come?”, chiese il giovane.

“Con il dono di distruggere chi ti infligge dolore. Il parto fu travagliato, sei nato con il cordone ombelicale serrato attorno al collo. Volevano impedire la tua venuta. Hai fissato Agash negli occhi e lei è morta fra grida atroci”.

“Chi voleva impedire la mia venuta?”

“Tutti coloro che temono il potere della notte ed il buio del nostro regno”.

“Come sono stato creato?”

“Mescolando il nostro sangue con il seme di un mortale”.

“Chi?”

“Non ha alcuna importanza, lo abbiamo ucciso molti anni fa. Aveva adempiuto al suo scopo”.

“E quale sarebbe il mio scopo, invece?”

“Far risorgere la nostra congrega. Dominare i poteri occulti. Divenire il nostro nuovo Sire”.

“Non mi è ancora chiara una cosa: perché farmi crescere da gente comune?”

“Per evitare che fossi ucciso. Per nasconderti. Per salvarti e riportarti a noi quando fossi stato realmente pronto”.

“Ma io non sono pronto, non sono il vostro nuovo Sire e non intendo servirvi in alcun modo”.

Harry fissò sbigottito Amresh mentre le donne attorno a lei strinsero all’unisono i ciondoli che portavano al collo.

“Volete uccidermi?”, chiese Leo sorridendo.

“Se necessario, sì. Non possiamo permetterti di abbandonarci”.

Leo si mise a passeggiare per la stanza con aria seria.

“Cosa mi offrite in cambio?”

“Potere, giovinezza, denaro, sesso”.

“Ed un’esistenza nell’ombra lontano dalla vita, dall’amore e da qualunque altra banalità, giusto?”

“Sono cose che non rimpiangerai. Potrai avere tutto ciò che vuoi”.

“Ma, di grazia, se siete delle streghe così potenti, a cosa vi serve esattamente un nuovo Sire e, soprattutto, che fine ha fatto il vecchio?”

Le donne si scambiarono un’occhiata nervosa.

Amresh parlò dopo attimi di cupo silenzio.

“Il Sire serve per nutrirci. Il suo sangue è la nostra vita, l’unico siero per mantenerci giovani e belle come ci vedi, ma ricambieremo il tuo servigio facendoti vivere nel modo in cui ogni mortale sogna e desidera”.

“Ma posso già vivere così, non credo che ignoriate le potenzialità che albergano in me”.

“La preveggenza, i giochi di prestigio che sei capace di fare con il ciondolo di tua madre sono nulla in confronto a ciò che ti aspetta”.

Leo rise, una risata forte e severa.

Fissò Amresh negli occhi e le fece esplodere la testa.

Le altre streghe urlarono all’unisono, un grido stridulo e aquilino, poi puntarono i lunghi guanti di ferro nella sua direzione e scatenarono l’inferno.

Lampi azzurri inondarono la stanza. Le pareti furono solcate da lunghe scie di fuoco, l’aria si fece densa ed irrespirabile, il frastuono costrinse Leo ad accovacciarsi per terra turandosi le orecchie.

Il suo cuore rollava con impeto sulla parete delle costole, i suoi polmoni sembravano espandersi all’infinito, nella testa una serie di immagini si alternavano con la fluidità onirica di un incubo: roghi, crocefissi, corpi arsi, prelati e demoni. Visioni metafisiche di una realtà lontana, ed una voce. Una voce che sovrastava ogni altro rumore. Una voce lontana e presente che gridava “Morte”.

Quando la bufera cessò, il giovane si strappò il ciondolo dal collo e urlò:

“Morte!”

Le donne si incenerirono all’istante. Una nuvola di polvere sulfurea si levò dai loro corpi e tutto ciò che rimase delle loro meravigliose e vetuste spoglie mortali, furono i ciondoli a segnarne il posto.

Harry si voltò nella direzione di Leo e lo cinse per le spalle.

“Sei stato bravo, figlio mio”.

“Grazie, padre”.

“La tua strada è ancora lunga e difficile, sarai in grado di percorrerla?”

“Non lo so, ho paura, ma tua sarai al mio fianco?”

“Sempre. Sotto altre spoglie, quelle che mi sarà dato di assumere, ma mi riconoscerai. Sarò accanto a te per indicarti la via da seguire e gli obbiettivi da abbattere”.

“Il sogno che ho fatto stanotte, padre, non è stato chiaro in tutti i suoi aspetti: chi sei esattamente, un angelo o un fantasma?”

“Un uomo buono ucciso senza saperne il perché, a cui è stata data la possibilità di tornare su questa terra per far sì che suo figlio serva il bene e mai il male”.

“E quale altra forma assumerai? Ecco, insomma…ora sembri più giovane di me, nel negozio di antiquariato eri la brutta copia di un motociclista degli “Hell’s Angels”, la prossima volta sarai la ragazza che tenterò di portarmi a letto?”

“Non credo proprio, non sei il mio tipo”.

Risero. Il volto di Harry mutò impercettibilmente e per un attimo Leo intravide un ovale quadrato, un naso aquilino e dei lunghi capelli biondi sovrapporsi al volto imberbe che gli stava dinnanzi. Forse il reale aspetto del suo defunto, ma presente, genitore gli si era palesato per un breve ma memorabile istante.

“Vai, ora”, gli disse.

“Ma ci rivedremo, vero?”

“Sì, presto”.




La mattina seguente Leo si alzò di buon’ ora, scese in cucina e preparò la colazione per tutta la famiglia.

Mirna e Oswald scesero verso le undici e mezzo e si sorpresero nel vedere la tavola imbandita con i fiori nel centro, ed il loro caro figliolo in piedi di fronte alla cucina a friggere le frittelle.

“Cosa si festeggia?”, chiese Mirna.

“La mia famiglia”, rispose Leo con semplicità.

Lois scese qualche attimo dopo ed osservò la scena con occhi sgranati ed increduli.

Rimasti soli nel patio, seduti pigramente sul dondolo, i due fratelli fissavano il giardino senza parlare.

“Sei andato da Harry ieri sera?”, disse infine la ragazza.

“No, non mi interessa più sapere nulla”.

“Ma i poteri del ciondolo? I tuoi poteri, non vuoi più sapere da dove provengono?”

“Di quali poteri parli sorellina?”, chiese Leo fissandola negli occhi e mormorando: dimentica.

“Poteri?”, disse Lois intontita. “Non ricordo di cosa stessimo parlando, a dire il vero”.

“Mi stavi dicendo che mi devi dieci dollari”.

“Ma non è vero…sei tu che li devi a me!”

Risero.





Harry, con la giacca di pelle indosso, la barba ed i capelli brizzolati che gli ricadevano sulle spalle ed il grosso teschio ghignante impresso sulla mano destra, osservava la scena da dietro lo steccato del giardino. Accanto a lui un uomo giovane vestito di scuro lo attendeva.

“E’ bello mio figlio”, disse rivolto all’uomo che lo osservava benevolo.

“Dovrà essere coraggioso, non è facile raccogliere l’eredità della mano sinistra di Dio”.

“Spero solo che non gli costi la vita come è toccato a me”.

“Lo guiderai e lo proteggerai per evitare che accada, e preverrai gli errori che tu per primo hai commesso”.

“Come quello di innamorarmi di una strega e divenire lo strumento attraverso il quale stava per essere creato un mostro”.

“Non mi riferivo a quello. In quel caso hai solo compiuto il tuo destino. Se le Figlie del Serpente non avessero usato te come tramite, ma un uomo comune, il loro piano sarebbe riuscito ancora una volta. Scegliere un messo della luce non è stata un’idea geniale”.

“Anche le schiatte di Satana sbagliano a volte”.

“Per nostra fortuna, sì”.

“Ho sempre la solita curiosità che mi assilla, sai?”

L’uomo alto volse gli occhi al cielo in segno di sconforto.

“Non mi è ancora ben chiaro”, continuò Harry con noncuranza, “quale sia il nome del nostro principale”.

“Iddio non ha nome”.

“Sì, me lo hai ripetuto un milione di volte, ma quando lo potrò incontrare?”

“Signore aiutami”, sospirò. “Lavori per Lui da sempre ed ancora non lo sai riconoscere. Speriamo solo che tuo figlio sia meno…come dire…sprovveduto di te”.

Harry sorrise ed allungò un spintone verso la spalla dell’uomo, che evitò il contatto con uno scatto felino, facendolo rotolare a terra disorientato.

“Ora però andiamo”, disse l’uomo aiutando Harry ad alzarsi, “se ci attardiamo ancora un po’ potrebbero vederci”.

Si allontanarono dissolvendosi verso l’orizzonte.

“Ma dovrà combattere anche contro licantropi e vampiri?”, disse la voce immateriale di Harry.

“Non essere sciocco. Sai benissimo che certe idiozie non esistono”.

Risero.

Leo corse verso la staccionata e sentì solo gli ultimi echi di una voce distante.

“Ciao, papà”, sussurrò.

Se ti è piaciuto questo racconto, adorerai il mio nuovo romanzo:

"Belial. Le radici del Male"

54 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

© 2020 by BABYLON CAFE'. 

  • w-facebook
  • Twitter Clean
  • Instagram Icona sociale