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  • Maria Elena Cristiano

L'Universo Caparezza


E' l'una e cinque minuti di una notte piovosa e senza stelle ed io sto tornando adesso da China Town. Per la precisione sono ancora sulla strada che mi porterà a casa, ma non ho voglia di arrivare, perché in fin dei conti "quel che conta è il viaggio e non la meta". Andrò avanti così, a suon di citazioni, per un po', e la cosa, sia ben chiaro, non mi dispiace affatto.

Ars gratia artis dicevano i latini, che letteralmente significa "l'arte per l'arte", sottintendendo che la vera arte è fine a sé stessa e non ricopre nessuno scopo: utilitario, morale, politico, sociale, religioso, ecc. Con tutto il rispetto per la stirpe dei Cesari, ma mai stronzata più colossale ha superato indenne i secoli (oddio... a pensarci bene qualcun'altra ammantata di bianco, aureole e paroloni c'è... ma lasciamo stare). E se c'è una cosa che Michele Salvemini dimostra senza tema di smentita è che l'arte insegna. Attraverso la parola, la musica, il gesto, la mimica, la luce, le ombre. Insegna a essere curiosi, a superare i propri limiti, veri o presunti che siano, a non accettare le verità apodittiche, a interrogarsi costantemente su ciò che è giusto per ognuno di noi e su ciò che non lo è.

L'Universo Caparezza è immenso, complesso, anomalo, normale, geniale, gioioso, cupo, arrabbiato, positivo, aggressivo, mai rassegnato, malinconico o melenso. E' energia in movimento, che erige il mutamento a forma suprema di spiritualità contro l'immoto dogmatismo dei muri di finto sapere eretti da ingiusti Soloni, censori e giudici dell'altrui libertà.

Prisoner709 è un viaggio nella mente di un uomo che, pur non volendolo, è simbolo e specchio di una generazione, la mia, cresciuta a pane e Mazinga, che poggiava i piedi su radici in bilico fra modernariato e futuro e che ora si ritrova a fare i conti con una società virtuale che corre sul filo della finzione e dell'iperrealtà. Tutti noi ci rivediamo nel "sorriso che si allarga come un ombrello rotto" di una bambino con i ricci che guarda il mondo con sospetto. Lo spettacolo che Caparezza porta con soave destrezza in giro per i palasport d'Italia è la giusta trasposizione di un percorso ben lungi dall'essere concluso. Un'avventura fatta di immagini, fumi e atmosfere divisa in due capitoli che ti legano a filo doppio alle tue stesse emozioni. Ad uno spettacolo d'apertura, che non ha nulla da invidiare alla teatralità di un Alice Cooper d'annata, si affianca una seconda parte più informale, fatta di ritmi che spaccano e chiacchierate con il pubblico. E lì Caparezza diventa il professore che tutti avremmo voluto al liceo, quello che ti fa venir voglia di volare ad Amsterdam, non per fermarti ad un coffee shop, ma per piantarti di fronte alle opere di Van Gogh e entrarci dentro in un tripudio di Sindrome di Stendhal; per poi trasformarsi nel compagno di banco un po' nerd che rifugge il divertimento ad ogni costo e trasfigurare nell'amico immaginario che ci ha tenuto compagnia nell'infanzia. E' Peter Pan finalmente cresciuto, è il genio della lampada che non vorremmo veder svanire, è uno show su cui non vorremmo veder spegnersi le luci.

Perciò, scusatemi, ma io resto sulle ali della mia chiave, scacciando i corvi a bordo di un'autoipnotica.

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