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  • Maria Elena Cristiano

Insonnia - racconto



L’orologio sul comodino segnava le 3:45. Dalla finestra giungevano suoni lontani: un’auto che arrancava su una la salita, l’ululato di un randagio. Ma sopra ogni cosa regnava un assordante silenzio, caldo, appiccicoso, ruvido come un lenzuolo non lavato.

Si alzò dal letto e si sedette sulla sedia della cucina. Si accese un’ennesima sigaretta, ne inalò l’aroma amaro e sbuffò una boccata di fumo che si librò pigra verso il soffitto. Appoggiò la testa contro il muro e socchiuse gli occhi: 7 mesi, 22 giorni e 18 ore di insonnia. Era vicino al punto di non ritorno. Il nervosismo cresceva allo scoccare delle 21:30, quando il TG lasciava il posto ai titoli di testa del film della sera: al primo ne sarebbe seguito un altro, poi un notiziario della notte ed una rassegna stampa, fino alle televendite che invitano a comprare un set di coltelli giapponesi presentati da un idiota vestito da samurai con le scarpe da ginnastica. Un calvario. Non poteva continuare così: si stava avviando all’autodistruzione. Molti suoi colleghi avevano sofferto del blocco dello scrittore: si erano attaccati al collo di una bottiglia, alle sottane di una donna, a qualche setta mistica che predicava l’amore universale, ma nessuno si era mai trovato a vivere una situazione angosciante come la sua. Si era perfino rivolto ad un terapeuta. Un ometto distinto con un tic all’occhio destro che gli aveva garantito che il suo piccolo inconveniente si sarebbe risolto con qualche seduta, un po’ di esercizio fisico e della buona musica da ascoltare in relax prima di coricarsi. Era calato di quasi sette chili, i suoi bicipiti avevano riacquistato lo splendore di un tempo, aveva trascorso ore chiacchierando con il serio professionista della psiche della sua infanzia, degli amori, delle aspettative, del lavoro, aveva consumato l’audiocassetta con le melodie tantriche, ma il suo cervello restava più desto che mai. Oramai non sentiva neanche più quel fastidioso cerchio alla testa che aveva accompagnato le mattinate dei primi cinque mesi di veglia forzata. Era vigile, attento, teso e pronto a scoccare come una freccia su un arco. Era sull’orlo di una crisi di nervi.

Le voci provenienti dalla strada si fecero più forti e riuscì a cogliere qualche parola:

“Hai ragione, ci starò più attento la prossima volta”. Sembrava un ragazzo disperato.

“Non ci sarà una prossima volta”, replicò un uomo maturo dalla voce baritonale.

Dopo un breve silenzio si udì un grido strozzato. James si alzò dalla sedia e corse alla finestra del soggiorno. Una sagoma scura e contorta era distesa sull’asfalto, immersa in una pozza lucida. Rantolava, come se la vita gli sfuggisse dalle labbra dischiuse. Accanto a lui un uomo respirava affannosamente. D’improvviso levò gli occhi verso James. Un rivolo di sangue vermiglio gli scorreva lungo il contorno del mento. Lo fissava con occhi di brace. James indietreggiò come colpito da uno schiaffo e si sedette intontito sul divano.

Calma, pensò, devi chiamare la polizia.

Compose il numero con mano malferma. Quell’uomo aveva gli occhi di brace. Un brivido gli attraversò la schiena.

“Polizia, in cosa posso esserle utile?” La voce della poliziotta era assonnata.

“Sono al 35 di Doney Street. Sotto la mia finestra è stato appena ucciso un uomo… cioè non so se sia realmente morto… ma dovete venire subito!”

“Si calmi”, la donna assunse un tono desto ed efficiente. “Non lasci l’abitazione. Le invieremo subito una pattuglia, mi dia il suo nome per favore”.

“James Mallow”. Riagganciò e restò immobile fino all’arrivo degli agenti, che bussarono alla sua porta pochi minuti dopo. Andò ad aprire e due giovani in divisa, entrambi con i baffi e l’aria scettica, entrarono nel suo appartamento.

“E’ lei James Mallow?”, domandò uno dei due.

“Sì, sono io, come sta il ragazzo?”

“E’ proprio questo il punto”, esordì l’altro con fare sbrigativo. “Non abbiamo trovato nessun ragazzo in fin di vita sul marciapiede”.

“Cosa? Ma non è possibile... ho sentito chiaramente le urla mentre ero seduto in cucina. L’ho visto riverso al suolo e c’era un uomo accanto che…”, ringhiava con occhi di brace, ebbe la tentazione di dire, ma non lo fece. La situazione era già disperata così, figuriamoci cosa sarebbe successo se avesse aggiunto questo piccolo dettaglio al suo racconto.

“Dov’è la finestra dalla quale ha assistito all’omicidio?”, domandò il primo agente.

James indicò la parete alle sue spalle. Si affacciarono e videro una striscia d’asfalto illuminata dalla luce di un lampione e l’auto della polizia con i lampeggianti ancora accesi.

“Non capisco”, mormorò in tono di scusa.

“Voleva movimentare la serata, signor Mallow?”

“No, certo che no, e non volevo neppure farvi perdere tempo se è quello che stava per aggiungere, agente”, fu tutto quello che riuscì a dire.

“Di cosa si occupa, signor Mallow?” chiese il poliziotto meno socievole.

“Sono uno scrittore”.

“Cosa scrive?”

“Romanzi horror, racconti noir, saggi sull’occulto”, disse sbrigativamente.

I due uomini in divisa si scambiarono un’occhiata.

“Capisco. Beh, la sua fantasia le ha giocato un brutto scherzo stavolta”, proseguì l’agente più alto.

“Può darsi”, replicò James.

“La prossima volta…”, Non ci sarà una prossima volta, l’eco di quelle parole risuonò nella sua testa come un colpo di fucile, “…la prossima volta non saremo così comprensivi. Prima di denunciare un omicidio o un’aggressione si sinceri che non sia frutto della sua immaginazione”.

James rispose con un cenno del capo.

Prima di andar via uno dei due poliziotti si raccomandò:

“Farebbe bene a farsi una dormita, non ha una bella cera”.

Rimasto solo nell’appartamento, tornò ad affacciarsi alla finestra. Vide i due agenti rimontare nell’auto e partire spegnendo i lampeggianti.

“Che diavolo mi sta succedendo?”, mormorò alla stanza vuota.

L’orologio sul comodino segnava le 6:30. Un’altra notte era finalmente finita.

L’anticamera del dottor Malden era gremita di gente nervosa. Nessuno guardava in faccia il vicino e l’aria era carica di un’attesa immotivata.

Benvenuti alla moderna fiera della solitudine, pensò James divertito, potrete trovare di tutto qui: maniaci, depressi, demotivati ed un bel po’ di svitati di ogni genere. Vengano signori, vengano!

“Signor Mallow”, la segretaria del dottor Malden lo chiamò con il solito sorriso rassicurante stampato sul volto truccato. Il dottore era seduto dietro una scrivania di rovere. Un sigaro abbandonato nel posacenere di cristallo. Teneva fra le mani una cartella clinica che consultava con foga. Gli occhiali in bilico sulla punta del naso aquilino gli conferivano l’aria di un vecchio bibliotecario vicino alla pensione.

“Signor Mallow, si accomodi”.

“Salve dottore, come sta?”, gli chiese porgendogli la mano.

“Tutto bene, la ringrazio, ma parliamo di lei, piuttosto. La sua telefonata di questa mattina mi ha sorpreso. Dopo gli scarsi risultati ottenuti con la sua insonnia dubitavo che il nostro rapporto sarebbe continuato. Dunque deve essere intervenuto qualche nuovo fattore...”, scrutò James con occhi piccoli da roditore. Mallow trasse un sospiro e raccontò allo psicoterapeuta ciò che gli era accaduto la notte precedente. Il dottore ascoltò il racconto con attenzione e dopo qualche istante di silenzio chiese:

“E lei cosa ha dedotto da questa singolare esperienza?”

“Veramente le risposte le volevo da lei”.

“Il compito della psicanalisi non è confezionare soluzioni, signor Mallow, casomai è porre le domande giuste e tentare di ricostruire la personale versione della realtà del singolo”.

“Credo di aver avuto un’allucinazione”, disse con un sospiro.

“Noto che si è già fabbricato una diagnosi”.

“Crede sia errata?”.

“Probabilmente è esatta, ma perché l’allucinazione ha assunto quelle sembianze?”

“Non ne ho idea”.

“Ha ripreso a scrivere?”

“No”, sospirò.

“Perché?”

“Mancanza di idee, svogliatezza, esaurimento dell’inventiva”.

“Ha cercato un nuovo lavoro, diverso dallo scrivere, intendo?”

“Non ho problemi finanziari che mi spingano a farlo”.

“Non parlavo di necessità contingenti, mi riferivo al desiderio di cambiare vita, di dedicarsi a qualcosa di nuovo”.

“Non ho alcun desiderio di cambiare vita”. Silenzio. “La mia vita è lo scrivere. Da sempre”.

“Allora cerchi di riprendere”.

“Non posso...non ci riesco. Appena prendo una penna in mano le idee si azzerano, il foglio bianco diventa un nemico, la memoria perde colpi e la sudorazione esplode”.

“Mi sta descrivendo un attacco di panico”.

“Le sto descrivendo il mio panico”, pronunciò quell’ultima frase due ottave sopra il suo solito tono di voce. Abbassò gli occhi imbarazzato e porse le sue scuse a Malden.

“Non si preoccupi, sfoghi pure la sua rabbia”.

“Che cosa debbo fare secondo lei?”

“Affronti i suoi demoni, scriva. Passerà l’insonnia e passeranno le allucinazioni”.

“Crede che possano tornare?”

“E’ possibile”.

Estrasse il ricettario dal cassetto e vergò in una grafia poco leggibile alcune righe.

“Prenda queste: la aiuteranno a dormire”.

James prese il foglio con gratitudine, si accomiatò dal dottore e fece ritorno a casa dopo essersi fermato alla prima farmacia aperta.

Alle otto in punto di una sera fredda e stellata, inghiottì la prima pillola, si distese sul divano ed accese la televisione.


Correva a perdifiato. Un’ombra lo precedeva e con un braccio teso indicava un punto sconosciuto di fronte a loro.

“C’è sempre un prezzo da pagare”, una voce di donna tuonava da un luogo lontano.

“C’è sempre un prezzo da pagare, ricordatelo”.

Spalancò gli occhi. L’orologio sopra la televisione segnava le 4:30. Aveva dormito per quasi nove ore. Un miracolo.

“No!” Una voce maschile strozzata piagnucolava dalla strada.

James si affacciò alla finestra. Una donna era in piedi di fronte ad una sagoma inginocchiata, nelle mani stringeva una pistola. L’uomo ai suoi piedi implorava pietà fra i singhiozzi. La donna era vestita con una camicia da notte, indossava delle ciabatte e, sorprendentemente, i suoi piedi non poggiavano sulla strada, ma su un tappeto azzurro. I capelli le svolazzavano intorno al volto contorto in una smorfia di disgusto.

“Ti prego, non uccidermi, non volevo devi credermi, non volevo”, biascicava l’uomo. Lei, glaciale, serrò un attimo gli occhi e premette il grilletto. La detonazione fu imponente. La testa dell’uomo esplose in mille pezzi, come una brocca che si infrange al suolo. Il sangue schizzò copioso sugli abiti e sul volto della donna. L’uomo stramazzò a terra. Lei levò il volto verso James e sorrise, mostrando un viso scarno, solcato da profonde occhiaie e punteggiato da gocce vermiglie. James si premette le mani sugli occhi e li spalancò d’un tratto: nulla. La strada era deserta, nessun morto, nessuna donna. Niente. Si sedette sul divano e pianse.

Trascorse la mattina seguente sdraiato sul letto. Aveva ingurgitato quasi l’intero flacone di pillole, forse nell’inconscio tentativo di farla finita con sé stesso e con il mondo, quello reale e quello illusorio del quale, suo malgrado, era entrato a far parte. L’unico risultato che ottenne fu una vaga sonnolenza ed un intenso senso di vertigine.

E venne la notte. Scura, vellutata, ammantata di mistero e di odori. Solitaria e beffarda, una bella donna che ti mostra un sorriso accattivante per distrarti dal coltello affilato che nasconde dietro la schiena. Non provò neppure ad addormentarsi. Attese. E vennero. Puntuali come la morte, alle 4:30 di una notte persa in mezzo al nulla. Stavolta non fu richiamato dalle urla, ma da un pianto sommesso. Si affacciò. Un bambino sedeva con la testa sprofondata fra le ginocchia. Dondolava avanti ed indietro. Singhiozzava, ogni tanto tirava su col naso, si stropicciava gli occhi e ricominciava quella tediosa cantilena. Si alzò, fece quattro o cinque passi in direzione della strada arrestandosi pensieroso. Levò il volto verso James e protese le palme delle mani aperte. Il suo viso era mostruosamente sfigurato: la bocca senza labbra mostrava una fila di denti acuminati e sporgenti, gli occhi enormi non avevano palpebre, erano vuoti e neri come pozzi, al posto del naso aveva un piccolo foro umido dal quale colava una sostanza gelatinosa.

“Papà”, urlò disperato verso James, che lo osservava attonito con la bocca spalancata in un grido muto. Svenne.

La mattina dopo si svegliò con un tremendo sapore amaro in bocca. Ricordava tutto. L’orrore. Le grida. Quel pianto affannato. E quella parola: papà. Si alzò dal pavimento e una fitta di dolore lo colse alla sprovvista costringendolo a fermarsi. Stava impazzendo. Ormai era chiaro. Era spacciato. L’immagine di sé stesso steso su un letto con una camicia di forza gli si palesò chiara e reale quanto le sue allucinazioni. Si vestì e fece ritorno alla farmacia. Rincasò qualche ora dopo, stanco ed affamato. Dopo aver sbrigato quell’importante commissione aveva peregrinato senza meta fra le strade della sua città. Aveva tentato di confondersi con la gente comune, curiosando nelle vetrine dei negozi, sbirciando per un’ultima volta la vita che anche lui aveva un tempo vissuto. Si sedette sul divano e si addormentò. Alle 4:30 si svegliò, pronto per affrontare il suo destino. Si affacciò alla finestra. Attese. Nulla.

“E allora!”, gridò. “Dove siete questa sera! Che aspettate?”

“Che tu stia zitto, imbecille!”, fu la risposta di un vicino spazientito.

James andò in cucina, prese una decina di pillole rosa dalla boccetta. Le mise in bocca e si voltò verso il salotto dove, nel frattempo, si era accesa la luce. Si diresse verso la stanza con le pasticche che gli premevano contro l’interno della guancia. Voleva inghiottirle, voleva farla finita al più presto, ma doveva vedere, doveva sapere. Erano tutti lì. L’uomo con le zanne e gli occhi di brace era seduto sul divano accanto al ragazzo con la gola squarciata. La donna in camicia da notte, con la pistola ancora in mano, e l’uomo senza testa erano ritti accanto alla finestra. In mezzo, piccolo e sorridente, il mostro che lo aveva chiamato papà.

“Non lo fare James. Non ci uccidere”, disse il piccolo mostro muovendo la bocca senza labbra.

James sputò le pasticche sul tappeto: “Voi non esistete!”

“Non ancora”, replicò il piccolo mostro.

James fuggì nella stanza da letto chiudendosi la porta alle spalle. Lo raggiunsero attraversando il legno dell’uscio chiuso.

“Cosa volete?”.

“Non lo hai ancora capito, James Edgar Mallow?”, stavolta a parlare fu l’uomo dai canini insanguinati.

“Chi sei?”, chiese.

“Non ho ancora un nome, non me lo hai dato”.

Si fece avanti la donna con la pistola: “Non sai proprio chi siamo?”

“No!”, urlò James.

“Siamo i personaggi che non hai ancora inventato”, proseguì il ragazzo con la gola recisa.

“Sì, papà, siamo le creature che popolano i tuoi incubi”.

“Siamo la tua arte”, continuò la donna.

James si sedette sulla sponda del letto accanto al piccolo mostro.

“Siamo irreali”, disse l’uomo con i lunghi canini, “ma siamo vivi. Viviamo nei tuoi pensieri, nasciamo nel momento in cui ci dai forma su un foglio. E’ una vita fittizia, ma è l’unica che ci sia concesso di vivere, e se tu smetti di scrivere ci sarà negata anche quella”.

“Hai mai avuto la sensazione che le parole che tracci su di un foglio nascano da una volontà che non tua?”, chiese la donna.

“Sì”, ammise James.

“E’ la nostra anima che parla attraverso di te”.

“Abbiamo bisogno di te, papà”, disse il piccolo mostro.

“Siamo parte di te. Quella parte di te che non vuole morire”, aggiunse il ragazzo sgozzato.

“Ma io non so più come fare... Le idee mi sfuggono, io...”

“Dormi, James”, disse la donna. “Sognaci, cercaci. Noi saremo sempre in un angolo della tua mente pronti a soccorrerti. Fidati di noi. Fidati della parte oscura che è in te”.

James prese il piccolo mostro fra le braccia e lo strinse forte. Sentì i denti aguzzi graffiargli il petto. Sentì il bimbo ridere e rise a sua volta. Strinse la mano dell’uomo dai lunghi canini e la donna con la pistola gli accarezzò il viso mostrando un sorriso triste. Poi si allontanarono verso la porta della stanza da letto e, uno a uno, scomparvero. Solo, James prese un blocco dal cassetto del comodino:

“La vita di un lupo è solitaria. La vita di un lupo è violenta. La vita di un lupo è selvaggia, ma fedele...”.

Continuò a scrivere tutta la notte e la mattina seguente. Erano tutti lì: su un foglio di carta solcato da regolari righe di grafia. Inviò via fax alla sua segretaria tre racconti da trascrivere. Ne seguiron altri. Il mese successivo fu una cavalcata attraverso l’impossibile e l’ignoto. Dormì dieci ore a notte. Sognò i suoi demoni. Al trentesimo giorno aveva redatto più di venti racconti. Il suo agente lo chiamò entusiasta: “Credimi, vecchio bastardo, sono le migliori storie che tu abbia mai scritto! Faremo i soldi stavolta, ma quelli veri”.

La raccolta di racconti fu pubblicata con il titolo: Tabby e altri incubi. In copertina l’immagine di un bimbo deforme che sorrideva. Il successo giunse, liberatorio e magnanimo.

James andò a far visita al suo analista qualche giorno dopo la pubblicazione, con una copia del libro autografata.

“Signor Mallow, sono lieto di vederla. So che ha scritto un nuovo libro”.

“Ecco per lei una copia”.

“La ringrazio. Non si accomoda per scambiare quattro chiacchiere?”

“Vado di fretta, volevo solo salutarla”.

“Lascia la città?”

“No, solo il suo studio”.

“Risolta l’insonnia?”

“Sì”.

“E le allucinazioni?”

James rise, si avvicinò alla scrivania e sussurrò: “Quelle me le tengo”.

“Il problema delle sue visioni va risolto. Parliamone”.

“Se crede sia il caso di parlarne, lo faccia direttamente con loro”.

La stanza si popolò di figure fiabesche: demoni tricorni, vampiri, uomini lupo, spettri, folletti, donne sanguinanti, mariti senza testa, zombie, mani disarticolate e un sorridente bambino deforme.

L’orda infernale ululò all’unisono.

Lo psicanalista farfugliò qualcosa di incomprensibile, si portò una mano al petto ed emise un respiro sibilante prima di chiudere gli occhi. Si alzò un brusìo di approvazione. James fece cenno all’allegra brigata di tacere, sorrise e uscì. Le creature si trattennero ancora qualche secondo nella stanza, poi sparirono.

“Signorina”, disse rivolto alla segretaria.

“Mi dica”.

“Il dottor Malden ha avuto un malore”.

Uscì ridendo.



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"Belial. Le radici del Male"

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