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  • Maria Elena Cristiano

Il non ritorno - racconto premiato al concorso nazionale "Lo scheletro nell'armadio".

Gli scrittori sono egocentrici, egolalilici, egotisti, egoisti, autoreferenziali, un po' spocchiosi e vanesi. Facciamo schifo, sì… e io, ovviamente, non faccio assolutamente eccezione. Se aggiungete alle patologie sovra elencate il dettaglio, non trascurabile né indifferente, che sono indubbiamente e indiscutibilmente Donna, la faccenda si complica.

Ho vinto un premio, evviva!

Il mio racconto "Il non ritorno", storia a cui sono molto affezionata, è finalista al concorso nazionale "Lo scheletro nell'armadio", indetto da Monte Grappa Edizioni.

Perché ne sono particolarmente orgogliosa? Perché il concorso, e l'antologia che ne è seguita, non era dedicato esclusivamente a opere horror. Esatto, avete letto bene, zombetti miei (ogni tanto affiora lo Zio Tibia che è in me). Una storia breve dell'orrore è stata premiata da una giuria di "non addetti ai lavori" ed inserita in un libro insieme a poesie e scritti non di genere. Una vittoria. La riprova che la narrativa gotica non deve essere relegata in una sala barocca e visitata solo dai suoi cultori, ma letta ed apprezzata anche da chi non è aduso a frequentar la cripta di Dracula.

Detto questo… beccatevi il mio racconto e che l'orrore sia sempre con Voi.



Il non ritorno

Che giornata…

Era iniziata come al solito, male, ed era proseguita decisamente peggio.

Uno stupido alterco con uno studente gli era valso la sospensione.

Incredibile!

Lui, stimato professore di filosofia, sospeso per aver impartito una meritata punizione ad uno scolaretto imberbe di quattordici anni.

Stupefacente. La sua vita andava a rotoli sempre più velocemente, giù per una scarpata senza appiglio, e lui restava inebetito a guardare gli altri farsi beffe della sua intelligenza, denigrare la sua integrità, prendere a calci il suo orgoglio.

Ritto davanti al preside come uno studentello impaurito a giustificarsi di un ceffone.

“La sua condotta è stata a dir poco disdicevole”, aveva sentenziato l’anziano George Hewitt, “un uomo che ricopre il ruolo di tutore ed istruttore, di guida per le giovani menti che gli sono affidate, non può e non deve cedere all’ira!”

Un colpo di tosse roco gli aveva squassato il petto.

“Signor preside, mi permetta di aggiungere che il ragazzo mi ha mancato diverse volte di rispetto, che il suo atteggiamento insolente nei miei riguardi era stato fatto presente alla sua famiglia ed al consiglio di istituto…”

“Non voglio sentire alcuna giustificazione!”, aveva tuonato il distinto signore barbuto aggiustandosi gli occhiali con un gesto stizzito della mano.

“Lei è sospeso”.

Silenzio.

“Lasci la scuola subito. Riparleremo dell’accaduto con calma nei prossimi giorni”.

Aveva tentato di replicare, ma l’uomo gli aveva definitivamente voltato le spalle senza badare minimamente alle sue parole.

Era uscito dalla presidenza, muto, con le spalle abbassate. Giunto nel corridoio scuro che dava sulle scale, aveva incrociato per un interminabile attimo lo sguardo soddisfatto ed ironico di Albert, la povera vittima delle sue percosse.

“Povera vittima!”, imprecò.

Una signora seduta di fianco a lui lo fissò insospettita.

Non ci badò.

Si guardò attorno per sincerarsi che nessun altro lo avesse sentito parlare da solo.

Le panchine della stazione erano gremite di gente. Signore anziane che aspettavano il treno per far ritorno alle loro case di periferia dopo aver fatto spese nel centro cittadino. Uomini in giacca e cravatta reduci da una noiosa giornata di lavoro spesa in qualche anonimo ufficio. Ragazzi appena usciti dalle scuole. Innamorati che si sussurravano parole dolci all’orecchio. Chissà perché (pensò) le stazioni dei treni sono sempre piene di coppie?

La sua dolce metà lo aveva lasciato due anni e mezzo prima dopo quasi undici anni di matrimonio.

“Siamo diventati incompatibili”, gli aveva detto una fredda serata d’autunno mentre la città era straziata da un lugubre temporale, “siamo cresciuti in modo diverso, caro, le nostre aspirazioni non si incontrano più. I nostri sogni non si assomigliano ed i nostri corpi non si sfiorano da troppo tempo”.

Aveva tentato di spiegarle che il suo amore per lei non si era mai neppure affievolito nei lunghi anni che avevano trascorso insieme, aveva tentato di riconquistarla, ma nessuno dei suoi sforzi era valso a qualcosa. Pochi mesi dopo si era visto recapitare nel suo studio presso il liceo dove insegnava, una bella ingiunzione di divorzio, dove ogni dettaglio economico era stato perfettamente stabilito: a lui restava la casa. A lei tutto il resto. Non era trascorso molto tempo prima di scoprire che la ragione dei malumori della sua ex moglie si chiamava Edward, aveva dieci anni meno di lui ed indossava gli abiti rampanti di un broker di successo.

Amara la vita. Eppure era riuscito a superare quel brutto momento, o almeno ci aveva provato.

L’insegnamento aveva assorbito tutto il suo tempo, le sue energie ed il suo interesse.

Amava dissertare di filosofia di fronte agli sguardi rapiti dei suoi studenti. Quei ragazzi che pendevano dalle sue labbra, che lo ammiravano, che lo stimavano…che lo deridevano ininterrottamente da circa vent’anni. Gli era costato ammetterlo, specialmente con sé stesso, ma alla fine la verità era venuta a galla, come un vecchio cadavere gonfio e putrefatto riemerge dai gorghi di un fiume, così la disillusione era affiorata alla sua coscienza. I suoi studenti non lo amavano, lo evitavano, e nel caso peggiore lo schernivano. Come quel piccolo bastardo di Albert, sempre pronto a sbeffeggiarlo. Lo aveva sorpreso durante l’intervallo ad esibirsi in una sua caricatura. Il ragazzo camminava impettito avanti e indietro per il piazzale interno della scuola, ammiccando, arricciando il naso, impostando la voce, scimmiottando quel “vecchio rompi palle” del suo professore, anzi “quel vecchio e rimbecillito rompi palle”.

Lo aveva picchiato.

Un mal rovescio.

Secco.

Forte.

Che aveva fatto volare a gambe all’aria quel piccolo teppista.

Come si era sentito bene.

Come si era sentito felice.

Come si era sentito realizzato.

Ma per aver fatto l’unica cosa sensata, era stato ingiustamente punito.

Il capostazione annunciava quasi senza sosta l’arrivo dei treni: Portland, Bangor, Little Rock. Ad uno ad uno gli altri pendolari lasciavano le loro panchine per raggiungere il binario indicato, solo la sua destinazione non era stata ancora chiamata.

Rimasto solo nella stazione, si diresse verso un tizio in divisa che stava consultando un taccuino di pelle scura.

“Mi scusi?”, chiese.

“Sì?”, rispose gentilmente l’uomo. Era molto giovane, con dei folti capelli corvini che scendevano in riccioli scomposti sulle spalle larghe, un sorriso tagliente e dei lucenti occhi azzurri. Aveva la strana sensazione di conoscerlo.

“E’ più di un’ora che aspetto il mio treno, ci sono per caso dei ritardi?”.

“Qual è il suo treno, Sir?”.

“Sir?”, chiese sbigottito.

Il ragazzo lo osservò perplesso non capendo la ragione del suo stupore.

“Il treno per Lostown”, rispose.

“E’ appena arrivato. Binario tredici”.

Prendeva quel treno da molti anni ormai, ma non ricordava che fosse mai esistito un binario tredici. S’incamminò pensieroso, giunse davanti al treno e notò immediatamente l’anomalia di quella vettura: era piccola e nera, con dei minuti comignoli di ferro che facevano capolino qui e la sopra il tetto in lamiera, i finestrini, di un singolare color rubino, erano tutti alzati, due linee di vernice rossa contornavano con ricche volute la parola Express stampata in lettere dorate sulla fiancata.

Entrò. Vuoto. Il vagone era deserto.

Si sedette in un comodo scompartimento con i sedili di pelle rossa ed una eterea tendina di pizzo bianco a coprire il finestrino. Chiuse la porta scorrevole alle sue spalle e si sdraiò sul lungo sedile. Accavallò le gambe sul bracciolo di legno scuro ed osservò pigramente il soffitto per alcuni secondi.

La porta si aprì.

Sobbalzò imbarazzato alla vista del controllore, si sedette e sorrise impacciato.

“Il suo biglietto per favore, Sir”.

“Subito…”.

Pescò dalla tasca della giacca un pezzetto di carta spiegazzato, ma mentre lo stava porgendo all’uomo, si arrestò con la mano protesa a mezz’aria.

“Ma lei?”, chiese.

“Sì, Sir?”.

“Lei è il ragazzo al quale ho chiesto informazioni meno di cinque minuti fa…”.

“E’ sicuro, Sir? Sinceramente non rammento. Vuole favorirmi il suo biglietto?”.

“Certo”, rispose frastornato.

L’uomo osservò per qualche secondo il pezzo di carta, lo strappò lungo l’angolo laterale, e lo restituì al proprietario.

“Buon viaggio, Sir”, disse uscendo dallo scompartimento.

“Buon Dio!”, esclamò il professore, “roba da pazzi…ma dove sono capitato?”, si chiese concitato. Forse era il caso di fare un giro di perlustrazione per la vettura. Uscì con circospezione e si diresse verso il fondo del vagone. Aprì con delicatezza tutte le porte scorrevoli, ma senza incontrare nessun altro passeggero. Arrivò di fronte ad una porta chiusa con un piccolo catenaccio. Forzò il lucchetto arrugginito che, senza opporre resistenza, si spezzò fra le sue mani.

Uscì e si ritrovò all’aria aperta. Poteva vedere gli alberi sfrecciare ai lati della strada, poteva scorgere la luna in cielo sfavillante come non rammentava di aver mai visto, ma quando guardò in basso si rese conto di non riuscire a vedere le rotaie. Strinse gli occhi in due fessure e si rese conto del perché non riusciva a vederle: non c’erano. Il treno era semplicemente sospeso sul nulla. Galleggiava su un immenso baratro nero che si estendeva a perdita d’occhio. Gridò. Rientrò nel vagone ed arrancò su gambe mal ferme fino al suo scompartimento. Era terrorizzato, ma doveva vedere chi stesse al comando della motrice. La cabina del conducente si trovava poco più avanti, una volta giuntovi, spalancò la porta di ferro con ferocia e si trovò davanti esattamente lo spettacolo che si era immaginato: il locale era vuoto, una luce rossa lampeggiava nei pressi di una sorta di cloche simile a quella di un aereo a reazione. I due bracci metallici si muovevano appena, animati da una forza invisibile, seguendo le rotaie immaginarie che sostenevano il treno fantasma.

Fece retromarcia e si sedette nuovamente nel suo scompartimento.

Che diavolo stava succedendo?

Non aveva assunto psicofarmaci. Non prendeva neppure più il sonnifero che gli era stato indispensabile nel periodo successivo al suo divorzio. Era astemio. Non aveva mangiato funghi negli ultimi sei mesi…quindi non poteva essere in balia di alcuna singolare alchimia chimica.

Allucinazioni?

Chiuse gli occhi.

Inspirò profondamente.

Quando li riaprì si trovò a fissare il sedile vuoto di fronte a lui.

Abbassò il finestrino ed appoggiò la testa dolente contro lo schienale di pelle. D’un tratto il suo sguardo si perse nel rincorrersi monotono degli alberi. Il suo cuore rallentò di qualche battito ed un senso di rilassatezza si fece strada fra i fasci tesi dei suoi nervi. Stava viaggiando su un treno sospeso a mezz’aria. Solo. Sorrise. D’improvviso si rese conto che non gli interessava poi tanto quello che stava accadendo, che fosse il preludio di un esaurimento nervoso o la maledizione di un faraone egizio poco importava. Era stanco e voleva solo staccare la spina e dimenticarsi anche di sé stesso. Dimenticarsi di quel piccolo uomo in grigio che lo fissava ogni mattino dallo specchio del bagno e che gli rammentava la fine maldestra di tutti i suoi sogni di ragazzo.

Si addormentò.

Dopo un lasso di tempo indefinibile, una mano lo scosse con delicatezza.

“S-sì?”.

“Siamo arrivati, Sir”.

Lo stesso giovane che gli aveva fornito le indicazioni, il medesimo che aveva visto vestito da controllore, lo stava fissando con occhi benevoli, solo che ora indossava un compunto completo blu, con panciotto ed un foulard del medesimo colore stretto attorno al collo.

“Dove?”, chiese titubante.

“A Lostown. Mi vuole seguire, Sir?”.

Si alzò a fatica e si tenne a poca distanza dall’uomo che lo precedeva con fare spedito.

Scesi dal treno si ritrovarono in una piazza solitaria, sperduta e spoglia. Non riusciva a distinguere la sagoma di nessun edificio. L’aria era pesante e statica e la visuale offuscata da una coltre di nebbia quasi solida che pareva ghermirlo con dita gelide.

“Non è la mia città”, sussurrò atterrito.

“Sì che lo è, Sir. E’ la sua città, così come Lei la vede, Sir”.

L’uomo si allontanò senza voltarsi e senza fornirgli spiegazioni ulteriori.

“Un attimo”, gridò alla figura che si allontanava, “torni qui! Hey, mi sente?”, non ottenne risposta.

L’uomo scomparve all’orizzonte lasciandolo solo in mezzo alla foschia.

Si guardò attorno nella disperata ricerca di qualcosa di familiare. Se quella macabra visione era veramente lo spettro della sua città natale, era certo che se avesse proseguito per almeno mezzo miglio verso nord sarebbe arrivato in prossimità della sua casa.

Camminò.

Il nulla lo avvolgeva come un sudario umido.

Un muro di mattoni apparve improvvisamente davanti ai suoi occhi, alto e impervio.

Ne seguì a tentoni la facciata ruvida e fredda, finché le sue dita incontrarono una superficie liscia e levigata. Ne tastò il perimetro fino a che riuscì ad afferrare un qualcosa di metallico. Lo girò in senso orario e una porta si aprì. La luce abbagliante che invadeva la stanza lo accecò. Si parò gli occhi con un gesto istintivo della mano, poi le sue pupille si abituarono al bagliore permettendogli di distinguere una specie di salone riccamente arredato. Due grandi finestre ornate di broccati dorati, una libreria in legno che saliva spavalda fino al soffitto ingombra di centinaia di volumi dall’apparenza antica, un divano tappezzato di velluto blu fra le due finestre frontalmente all’entrata, una poltrona rivolta verso il camino acceso, e in mezzo a tanto splendore lui.

“Chiuda la porta, Sir, e si accomodi, la prego”.

Il professore accostò meccanicamente l’uscio e avanzò verso il centro della sala. Si fermò a pochi passi dall’uomo che gli aveva fatto da nocchiero durante quel viaggio da incubo e che per l’occasione indossava una giacca da camera rossa. Nella mano sinistra stringeva un volumetto e nella destra teneva una lunga pipa nera spenta.

“Chi è lei?”, gli chiese.

L’uomo sorrise:

“E scommetto che la prossima domanda sarà: dove mi trovo?”.

“Esattamente, forse non le parrà originale, ma è ciò che avevo intenzione di chiederle”.

“Mi perdoni, Sir, non volevo alludere alla banalità delle sue domande, è solo che sono secoli che ascolto sempre le stesse cose”.

“Secoli?”.

“Forse qualcosa di più, ma che importa”.

Il padrone di casa si diresse verso un mobile bar, prese due bicchieri, vi versò del liquore e tornò indietro porgendogliene uno ed invitandolo ad accomodarsi sul divano di velluto.

“Dunque…chi sono io. E’ difficile definirmi. Qualcuno mi ha dato un appellativo curioso diversi anni or sono, un nomignolo a cui mi sono molto affezionato: il signore del tempo perduto”.

“Prego?”, chiese il professore sbattendo le palpebre.

L’uomo rise di gusto. Una risata sana e squillante, una risata che sapeva di eterno.

“Questo è il mio regno”, disse accompagnando la frase con un ampio gesto delle mani, “ non intendo la dimora dove ci troviamo ora”, si affrettò a precisare, “ mi riferisco a tutto il resto. L’immobilità della nebbia che pervade la mia terra, l’odore del passato, il frastuono del presente che si ode appena dietro la collina, la luce del futuro che filtra fra le montagne. Questo è il mio regno”.

“Non credo di capire…ma c’è una cosa che mi interessa molto di più in questo momento: che ci faccio io qui?”.

“Semplice, Sir, il mio compito è custodire la memoria di ciò che è stato, è, e sarà. Sono molti anni che ascolto le sue lamentele Sir, ed ho alfine deciso di darle la possibilità di cambiare”.

“Cosa? Cosa posso cambiare?”.

“Tutta la sua esistenza Sir, tutta la sua esistenza”.

“Non capisco”.

“La sua monotona, insoddisfacente vita. Le sto offrendo la possibilità di azzerare tutto il suo tempo perduto, di ricominciare da dove vuole”.

“Sta scherzando”.

“Mai”.

“Posso riavere il mio tempo perduto? E perché, di grazia, mi farebbe questo regalo?”.

“Acuta osservazione, non molti ai quali ho fatto in passato questa proposta hanno avuto l’ardire di chiederne il perché, ma le risponderò, Sir: per divertimento. La mia esistenza, perché di certo non si può chiamare vita, non mi offre molte opportunità di incontrare gente, di sperimentare sentimenti che non siano i miei. Ascolto gli stati d’animo degli esseri umani da tempo immemore, ma non è la stessa cosa che gestire le proprie emozioni, e poi l’uomo mi incuriosisce e mi incuriosiscono le sue scelte. Soddisfatto della risposta, Sir?”.

“No, ma temo che non ne riceverò delle altre, giusto?”.

L’uomo annuì soddisfatto.

“E come funziona, si…insomma, cosa debbo fare”.

“Scegliere”, silenzio, “scegliere fra tre diverse opportunità che le prospetterò, Sir”, l’uomo lo prese sotto braccio e lo indirizzò verso il caminetto, “può decidere di tornare alla sua infanzia, Sir, e ripercorrere la sua vita da capo, evitando, ovviamente le scelte che l’hanno fatta soffrire, ed intraprendendone delle nuove, che però non è detto la rendano felice”.

Fra lo sfavillio delle fiamme apparve l’immagine di un timido ed occhialuto bimbetto di quattro anni, con un pallone stretto fra le mani ed un’aria mesta dipinta sul volto coperto di efelidi. Il professore fissava l’apparizione onirica con sguardo distaccato, quasi infastidito.

“Oppure può decidere di rinascere, anima vecchia in un corpo nuovo”.

Il miraggio infuocato mutò di colpo assumendo le sembianze di una giovane donna in stato interessante, il volto pallido, gli abiti troppo stretti, un cappotto striminzito su un pancione enorme, occhi sgranati ed impauriti.

“No, non mi interessa”, sentenziò quasi spazientito.

“Allora resta l’ultima ipotesi, Sir, ma non credo che le aggraderà: può decidere di prendere il posto di qualcuno che odia”.

Fra le fiamme del camino apparve il volto abbronzato di Edward, il broker che gli aveva rubato la moglie qualche anno prima.

“Vada avanti”.

“Può prendere il suo posto”, disse l’uomo additando il volto che si contorceva fra i bagliori aranciati, “nessuno si accorgerà dell’avvenuta sostituzione. Assumerà l’identità, la vita, ma non l’anima o i ricordi della vittima”.

“Vittima?”.

“Il dettaglio che non le ho ancora svelato è che dovrà uccidere lo sfortunato”.

“Ucciderlo?”.

“Esattamente, non ripeta tutto ciò che le dico, Sir, è imbarazzante…dicevo, dovrà eliminarlo. Un piccolo pegno che chiedo a chi ha il coraggio di scegliere l’ultima opzione”.

“Dovrei uccidere Edward e prenderne il posto… Mi piace. In fin dei conti se lo merita, non si ruba la vita altrui impunemente”, il professore sorrideva beato nel pronunciare quelle parole.

Il signore del tempo perduto lo osservava con palese divertimento. Sembrava assaporare le sue parole, gioire della scelta che era appena stata fatta.

“Bene, abbiamo raggiunto un accordo”, disse l’uomo, ed una nuvola di fumo denso avvolse entrambi.

Quando la coltre scura si dissipò il professore si trovò nuovamente seduto sul treno fantasma, diretto verso l’abitazione della sua vittima.

Il viaggio di ritorno fu più breve e meno ammantato di mistero del precedente. Gli scossoni delle rotaie si fecero più pesanti mano a mano che il vagone toccò terra.

Il signore del tempo perduto non apparve ad intrattenerlo, lo lasciò solo con i suoi pensieri di morte e di vendetta, solo a progettare la sua rinascita. Doveva essere cruenta, violenta, implacabile, ma anche artistica, creativa. Nessuno ne sarebbe mai venuto a conoscenza, ma lui avrebbe serbato e custodito gelosamente il ricordo epico delle sue gesta per sempre.

Il treno si arrestò.

Scese in una grande piazza affollata di passanti nei pressi di un mercato.

Si voltò a rimirare la locomotiva che si librò nell’aria attraversando i corpi che animavano la folla, senza che nessuno di loro si accorgesse di nulla.

La sagoma nera dell’”Express” si stagliò alta contro il sole per poi svanire, evanescente, come un miraggio nel deserto.

Si diresse verso Union Street. Non ricordava il nome della città nella quale Beth, la sua adorata ex consorte, si fosse trasferita insieme al suo giovane arrampicatore sociale. In realtà, notò per la prima volta, di non rammentare neppure il suo nome. Si ricordava di essere stato un professore, o qualcosa di simile, ma non riusciva proprio a visualizzare nient’altro del suo passato, solo il volto del Signore del tempo perduto e la missione che doveva compiere erano ben chiari nella sua mente. Era come programmato verso un unico scopo: uccidere Edward.

Giunse nei pressi della villetta della fedifraga coppia in breve tempo. Nessuno lo notò, nessuno lo fermò, nessuno poteva immaginare ciò che aveva intenzione di compiere.

Scavalcò il basso muro di recinzione con agilità e sgattaiolò nella cucina. Non aveva mai visto quella casa, ma sapeva esattamente come muoversi.

A quell’ora Beth doveva ancora essere immersa nel mondo dei sogni. Era sempre stata una donna molto pigra, e non credeva che avesse cambiatole sue abitudini. Salì al piano di sopra. Edward era in piedi sotto la doccia, la donna era, come previsto, arrotolata fra le coperte stretta fra le braccia di Morfeo.

Si avvicinò all’uomo nudo ed insaponato che canticchiava a bassa voce un motivetto commerciale con un sorriso beota stampato sul volto massiccio.

Quando gli fu di fronte lo chiamò.

“Edward…”, appena un sussurro.

Allora, solo allora, il giovane vide apparire davanti ai suoi occhi un distinto signore di mezza età in abito chiaro e scarpe da tennis che lo osservava con un sorrisetto beffardo.

Edward tentò di gridare, ma l’uomo lo afferrò per la gola, saldamente, affondando le dita nel suo osso ioide. Gli occhi del giovane si rivoltarono all’insù. Boccheggiava, tossiva, cercava di divincolarsi dalla presa, ma i piedi viscidi di sapone, scivolavano sulle piastrelle della doccia. Edward svenne.

“No, bello”, gli sussurrò, “non ora, non svenire, il meglio deve ancora arrivare”.

Lo trascinò lungo le scale fin nella cucina. Una scia di schiuma aveva imbrattato il parquet come la bava di una lumaca.

Lo lasciò cadere sul tavolo. Lo osservò, lo imbavagliò con uno straccio e lo percosse violentemente in volto fino a farlo rinvenire.

Edward lo fissava attonito. L’occhio sinistro pesto, lo zigomo sanguinante, un solco violaceo che gli contornava il collo come un collier scadente.

L’uomo di fronte a lui stava cercando qualcosa nel fondo di un cassetto. Quando il broker vide di cosa si trattava provò ad urlare, ma tutto ciò che fu in grado di emettere fu uno squittio strozzato che si infranse contro il bavaglio. Allora provò a sfilarsi lo straccio dalla bocca, ma il suo carnefice lo colpì con forza alla tempia con il manico di un coltello facendogli nuovamente perdere i sensi.

Gli legò le mani con un legaccio di fortuna ricavato da una corda per stendere il bucato. Fece altrettanto con le gambe dopo aver legato il tronco del broker al tavolo. Incredibile il numero di strumenti di tortura che si possono reperire in una semplice cucina, pensò.

Un intenso bruciore al volto risvegliò Edward. Il folle che lo teneva prigioniero gli stava cospargendo le ferite con sale ed aceto. Rideva e mugolava di gioia ad ogni grugnito di dolore emesso dal giovane.

“Godi ora bastardo?”, gli ripeteva con fare maniacale.

L’uomo in completo chiaro, ormai macchiato di sangue in più punti, impugnò un paio di forbici da cucito e con mano ferma gli recise entrambi i lobi delle orecchie, quindi gli inferse un profondo taglio nel labbro inferiore dividendoglielo a metà. Continuò a tagliuzzargli la faccia, mentre il povero malcapitato non riusciva a far altro che uggiolare come un cane ferito, contorcendosi spasmodicamente sul tavolo operatorio di fortuna.

L’uomo indietreggiò per osservare bene la sua opera.

“Ci siamo, ora sei veramente ripugnante”, gli disse ghignando, “non credo che Beth ti troverebbe ancora tanto attraente se ti vedesse così. Peccato che non potrà farlo”.

Pescò dal fondo del cassetto delle meraviglie una mannaia per sezionare il pollo, e con tutta la rabbia che aveva in corpo vibrò un fulmineo fendente che recise di netto la mano destra del caro vecchio Eddy, che guardò l’arto rimbalzare sul pavimento e rotolare nell’angolo sotto l’asse da stiro, con sguardo più incredulo che sofferente.

Stessa sorte toccò all’altro braccio ed ad entrambi i suoi piedi.

Quando fu completamente in balia del più atroce e urente dolore che avesse mai provato nell’arco della sua vita, il pazzo, che lo aveva seviziato con tanta barbara foga, lo colpì al cuore con un ennesimo colpo di mannaia lasciandolo, finalmente, morire.

Il professore attese che la trasmigrazione avesse inizio. Non riusciva ad immaginare come sarebbe stata. Fissò per un’ultima volta il suo capolavoro e chiuse gli occhi nell’attesa della sua meritata ricompensa.

Quando li aprì si ritrovò nella grande sala dove aveva stipulato il patto con il Signore del tempo perduto.

Era solo. Indossava la lussuosa giacca da camera che aveva visto indosso al suo misterioso interlocutore, e stringeva nella mano la medesima pipa nera che l’uomo stava fumando quando lo aveva visto l’ultima volta.

La scaraventò al suolo.

“Ma che significa tutto questo?”, chiese rivolto alla stanza vuota.

Il caminetto si accese spontaneamente. Fra la luce tremula delle fiamme apparve un volto contornato da lunghi capelli neri e ricci, con un sorriso tagliente e degli sfolgoranti occhi azzurri che avevano attratto la sua attenzione alla stazione.

“Avvicinati Stephen” .

Ecco qual era il suo nome: Stephen Jason Taylor.

Stephen si avvicinò, si sedette sulla grande poltrona di velluto blu ed ascoltò.

“Mi complimento per l’ottimo lavoro che hai svolto. Come potrai notare ho perso l’abitudine di chiamarti Sir”, rise, “e come avrai certamente intuito le cose non stanno andando esattamente come ti avevo detto. Ecco, vedi Steve, posso chiamarti così, vero?”, rise ancora, “tu mi hai liberato. Io non sono il signore del tempo perduto. Sono solo un povero diavolo come te che molti anni fa è salito su quel medesimo treno, ed ha incontrato un bastardo che gli ha fatto le stesse proposte che io ho fatto a te. Non so cosa sia questo mondo, ci sono capitato nel tuo stesso modo: anch’io accettai di uccidere colui che odiavo per prenderne il posto, e feci la stessa fine che ora tocca a te. Dovrai restare sospeso nel nulla fino a quando non riuscirai a trovare un essere umano così pieno di astio e risentimento da far salire su quel maledetto treno, trasportare fin laggiù e fargli commettere un omicidio che ti permetterà di impossessarti della vita della vittima che lui avrà ucciso per te”.

Steve sorrise, cinico, al volto che gli parlava fra le fiamme:

“Toglimi solo una curiosità prima di tornare fra gli esseri umani, sposare mia moglie, e prenderti l’esistenza che ti ho regalato: è l’inferno questo?”.

“Non lo so, Steve bello, proprio non lo so. E non so neppure chi abbia iniziato questa sorta di maledizione e perché. So solo che sono felice di essere di nuovo libero, e che se potessi tornare indietro rivorrei la mia squallida esistenza che tanto denigravo prima di arrivare nel nulla dove ora ti lascio”.

“Un’ultima cosa: come faccio ad attirare qui qualcuno come me?”.

“Osserva le fiamme. Ti mostreranno i pensieri più turpi degli uomini che popolano la terra, e per ingannare l’attesa leggi qualcuno dei libri che la direzione ti ha messo gentilmente a disposizione”.

Scomparve.

Stephen si alzò dalla poltrona, prese la pipa dal pavimento, la accese con pazienza, si avvicinò alla libreria e prese il primo volume su cui gli capitò lo sguardo: “Tedium Vitae” di Herman Hesse.

Si sdraiò sul divano, si voltò verso il camino e disse:

“Spegniti”.

Il fuoco cessò di ardere all’istante.

Accavallò le lunghe gambe ed iniziò la lettura dalla prima poesia.

Non aveva fretta.

La sua vendetta era stata quanto di più stimolante avesse mai provato.

Lo aveva appagato, riscattato.

Pur non volendolo quel mentitore che lo aveva incastrato nell’irrealtà di quel luogo, gli aveva reso un servigio encomiabile. Gli aveva restituito la dignità. Quella dignità che solo la vendetta per il male subito può donare.

Aveva ancora tante cose da apprendere dai fidati amici di carta. Poteva aspettare a far ritorno a quel punto nero sperso nell’Universo che chiamano Terra.

Oh sì, poteva decisamente aspettare.

Anche tutta l’eternità.

Se ti è piaciuto il racconto, amerai il mio nuovo romanzo: "Me and the Devil".

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