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  • Maria Elena Cristiano

E ora che faccio? Ovvero cosa accade quando si finisce di scrivere un romanzo...


Verso l'una e trenta della scorsa notte ho apposto, con orgoglio, la parola FINE al seguito del romanzo "L'isola delle bambole", primo capitolo della saga horror-fantasy che vede come protagonisti un paragnosta più gigolo che medium, Fred Wallstone, una giornalista d'assalto, Sara Brannigham, il fantasma di un adolescente ucciso nella strage del liceo Columbine, Joseph Fuller e un vampiro diurno con l'anima che si nutre di sangue animale, Edward Howard IX duca di Norfolk. Per tutti quelli cha hanno letto il primo libro della saga e lo hanno, bontà loro e bravura mia, apprezzato, la notizia che il sequel è pronto giungerà gradita, per chi, invece, non ha avuto ancora modo di godere delle avventure dei miei anti-eroi, si sbrighi a farlo perché leggere i miei libri porta fortuna... Autopromozione a parte, concludere una storia, breve o lunga che sia, intrecciare tutti i fili che penzolano dall'ordito, sciogliere i nodi gordiani, sbrogliare la matassa intricata dei non detti e svelare ogni arcano della vicenda che abbiamo narrato pagina dopo pagina, ora dopo ora, dà la stessa compiaciuta soddisfazione di quando si mette a posto un vecchio baule: si tirano fuori tutte le cianfrusaglie che lo ingombrano, si gettano via quelle inutili, si riscoprono vecchi tesori dimenticati e ci si complimenta con se stessi per il perfetto ordine con cui si richiude il prezioso scatolone riportato a nuova vita. E poi? Si passa ad un altro scatolone... La prima stesura di un testo è il lavoro più scorrevole per uno scrittore: ci si si siede davanti allo schermo luminescente del computer portatile come se si prendesse posto nella plancia di comando dell'Enterpreise: "Signor Scott, piena potenza ai motori e alla via così", a capofitto nel labirinto dei nostri pensieri, fra dialoghi immaginati che diventano reali, scene sognate che prendono spessore e personaggi bidimensionali di cui, ad un tratto, riesci perfino a sentire l'odore. Guidi i tuoi protagonisti fra mille avventure, li fai gioire e disperarsi, giochi a fare dio nel tuo universo parallelo e personale e poi arrivi alla fine della storia. Certo, dopo aver digitato l'ultima riga del tuo manoscritto lo riprenderai in mano almeno un centinaio di volte per rileggerlo, correggerlo, limarlo, lucidarlo, spolverarlo, passargli l'appretto e inamidargli i polsini, ma starai correggendo e non creando. In seguito ti impegnerai per trovargli una giusta casa, un editore, e lasciarlo libero per il mondo. Sarai fiero di lui, ma ti apparterrà un po' meno, sarà più di chi lo leggerà che tuo. Nel momento in cui si digita la parola FINE nell'ultimo capoverso di una storia, una piccola parte di noi finisce con lei e con lei continua.

In realtà si è solo messo in ordine un altro baule e spontaneamente si passa a quello successivo che conterrà nuove sorprese e vecchi oggetti preziosi che credevamo di aver dimenticato.

Ma la malinconia della parola FINE è dolce e oggi la voglio cullare...


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