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  • Maria Elena Cristiano

Buio - racconto


Il muro di fronte al letto era attraversato da sottili ombre tremule.

La luce fioca di un lampione filtrava attraverso la finestra semi aperta.

Il silenzio era incrinato solo dal rumore del respiro pesante di suo padre che dormiva nella stanza affianco, e dallo scricchiolio soffocato delle molle del materasso, che accompagnava i movimenti leggeri della mamma.

Seduto, con la coperta stretta attorno alla spalle piccole e rotonde, fissava la porta della sua cameretta in attesa.

Sapeva che sarebbero arrivati.

Li poteva sentire nel borbottio dei mobili, nel frusciare del vento, in quell’impercettibile squittio che sottendeva alla calma della casa.

Un lampo.

Il lampione smise di brillare, e l’intera stanza fu avvolta dal buio.

Tremava.

Una sagoma bluastra si stagliava al centro dell’oscurità.

Alzava le braccia.

Muta.

Un guizzo animava il centro della parete di fianco alla porta. Il muro sembrava prendere corpo, la superficie liscia si contorceva assumendo la forma di un cratere dalla cui voragine spalancata scaturiva una fila ordinata di piccole creature saltellanti, storpie, buffe, goffe, con grandi occhi rossi roteanti e piccole corna nere adunche che si riversavano, viscide e verdastre, sul lindo pavimento di marmo e si catapultavano sul letto di Malcolm digrignando i denti ed emettendo urla senza suono.

Le creature si arrampicavano sulle sue gambe fissandolo maligne. Lui tentava di gridare, di scalciare, di rifugiarsi sotto le lenzuola, ma il terrore banchettava con le sue forze e con la sua determinazione, rendendogli impossibile qualunque reazione.

Quando il primo ominide raggiunse la sua guancia affondandovi i canini aguzzi, urlò con tutto il fiato che aveva in corpo e si gettò giù dal letto dimenandosi. Gli omuncoli verdi furono scagliati contro la parete di fronte, sulla piccola scrivania, sulla mensola dove era parcheggiata in bell’ordine la sua collezione completa di modellini di macchine.

I passi concitati che provenivano dal corridoio lo fecero smettere all’istante di urlare.

“Malcolm, che succede?”, la voce assonnata e preoccupata di sua madre, in ciabatte e camicia da notte, lo rassicurò.

Si alzò a fatica dal pavimento e corse a rifugiarsi fra le sue braccia, tremante e madido di sudore.

“Sono qui”, sbiascicò a fatica, fregandosi gli occhi bagnati di lacrime con il pugno destro.

“Ma chi, amore, chi è qui?”.

Malcom si voltò ed osservò perplesso la sua cameretta vuota, ordinata ed illuminata.

“I mostri”, sussurrò, “erano qui fino ad un attimo fa, sono usciti da quella crepa nel muro”, disse indicando la parete di fianco alla porta.

Laura scrutò perplessa prima il muro e poi il volto contrito del suo figlioletto di sette anni, quindi scosse la testa pensierosa.

“Tesoro, non c’è nulla qui. Quante volte ancora dovremo parlarne: i mostri, i demoni, i folletti, non esistono, sono solo il frutto della tua fantasia”.

Il bimbo si divincolò di scatto dalle braccia della madre, quindi si sedette imbronciato sulla sponda del letto sfatto e cominciò a piangere sommessamente.

“Che c’è stasera che non va? Gnomi, morti sgozzati o streghe deformi?”, chiese Brandon spazientito.

Laura gli strinse delicatamente il braccio facendogli cenno di ritornare a letto.

“Papà mi odia”, singhiozzò Malcolm.

“Ma non dire sciocchezze”, lo rimbrottò aspramente la madre, “è solo preoccupato per te. Sei un ometto ormai, possibile che tu non riesca a superare la paura del buio?”.

Malcolm tacque.

“Ne abbiamo parlato tante volte anche con il dottore della scuola…”.

“Non mi importa di quello che pensate tutti”, gridò il bimbo d’improvviso, “io so che le creature che vedo nel buio sono vere, e sono qui per farmi del male, e se nessuno le fermerà finiranno per uccidermi”, il suo pianto si fece dirotto e disperato.

Laura prese il figlio in braccio e lo cullò come faceva quando Malcolm era poco più che un frugolo di trenta centimetri, arrotolato nella copertina di lana.

“Facciamo così”, disse infine, “ti lascio la luce accesa, quella grande, però tu ti rimetti subito nel letto e mi prometti che almeno stanotte proverai a dormire. D’accordo?”.

“E il lampadario resterà acceso per tutta la notte?”.

“Promesso”, disse lei alzando la mano destra e portandosi la sinistra sul petto, “croce sul cuore che possa morire”, terminò seria.

Malcolm l’abbracciò forte, quindi afferrò il cuscino che era finito a terra durante la sua battaglia con i piccoli mostri del muro, e si infilò prontamente sotto le lenzuola.

Laura lo baciò sulla fronte, gli accarezzò le guance vellutate e paffute e fece ritorno nella stanza attigua.

“Sembra che tuo figlio non ne voglia sapere di farci dormire una sola notte in pace”, sentenziò Brandon.

“Certo, quando Malcom crea qualche problema diventa automaticamente “mio figlio”, ma quando vince a rugby o prende un bel voto a scuola, allora è tutto suo padre!”, lo rimbrottò lei.

“Prendertela con me non cambierà le cose”, continuò lui mettendosi a sedere nel mezzo del letto matrimoniale, “Malcom ha qualcosa che non va”.

“E’ solo un bambino con troppa fantasia, lo ha detto anche lo psicologo, molti ragazzi della sua età soffrono di attacchi di pavor nocturnus…passeranno, con pazienza ed affetto”.

“Non so… il terrore che vedo nei suoi occhi sembra così autentico. Mi atterrisce, mi disarma. E se fosse qualcosa di più grave di una semplice fobia del buio?”.

Laura si alzò nervosa, torcendosi le mani con fare ripetitivo e metodico.

“Non rimettere in mezzo la storia di mia madre”.

“Non ne voglio parlare per ferirti, ma sai anche tu che certe forme di pazzia possono anche essere ereditarie”.

“Tu ti diverti a tormentarmi, questa è la verità! Non c’è giorno che non mi rinfacci di essere la figlia di una povera pazza morta in manicomio, ed ora cominci anche a sospettare che tuo figlio sia folle. Sai che è convinto che tu lo odi? E comincio a pensare che in fondo in fondo sia vero, tu ci odi”.

“Laura non cominciare con queste stupidaggini, domani devo alzarmi presto, vado a lavorare io, non posso trastullarmi con le tue paranoie. La verità è che mi preoccupo di quello che sta accadendo a nostro figlio, mentre tu chiudi semplicemente gli occhi per paura di essere responsabile dei suoi problemi”.

“Ma come ti permetti! Io responsabile? Io che trascorro con lui l’intera giornata, mentre tu non ci sei mai! Lavorare, già, bella scusa! Tu lavori, torni a casa stanco, e non hai mai tempo per noi. Ma in fin dei conti io… Cosa sono io? Una stupida casalinga che ti affligge con i suoi guai giornalieri: i conti, la spesa, i vicini, le paure di Malcolm. Ma se mi avessi permesso di realizzarmi, se mi avessi lasciato diventare ciò che volevo, probabilmente ora non saremmo a questo punto!”.

“E a quale punto saremmo? Se ti avessi lasciato continuare a fare l’attrice, a che punto saremmo ora? Saremmo in crisi per colpa dei tuoi insuccessi. Ecco dove saremmo”.

“No”, replicò lei freddamente, “saremmo separati, perché mi sarei già liberata di una nullità come te”.

Brandon la fissò con astio.

Si infilò i pantaloni ed uscì di casa sbattendo fragorosamente la porta.

Rintanato sotto la coperta di lana, Malcolm tremava, piangeva e si turava le orecchie con le manine pallide.

Non li voleva più sentir gridare.

Mai più.

La sveglia suonò puntuale alle sette e mezzo di una mattinata fresca.

Malcolm era riuscito a dormire sì e no un’ora, non aveva alcuna voglia di andare a scuola, ma restare in casa sarebbe equivalso a dover consolare la madre per l’ennesima sfuriata del marito e sopportare il suo sguardo misto di compassione e rimprovero.

Si era lavato con cura i denti ed aveva indossato correttamente la cravatta azzurra della sua divisa scolastica. Lo zaino era colmo di libri, per lo più romanzi trafugati di nascosto dagli scaffali del salotto. Forse non sarebbe andato a scuola, forse sarebbe andato a trovare il suo amico.

Sgattaiolò in cucina e si arrampicò su una sedia per raggiungere la credenza e prendere un pacco di biscotti.

“Non si saluta?”, lo apostrofò benevola Laura.

Scese goffamente e si issò fra le braccia della donna per stamparle un bacio sulla guancia.

“Sei già pronto”, disse lei sorridendo, “ma che bravo il mio ragazzo. Mi vesto e ti accompagno al bus”.

“No, non ti preoccupare, ci vado da solo. Hai ragione, sono quasi un uomo ormai, è meglio che cominci a comportarmi come tale”.

Laura lo accarezzò con gli occhi che brillavano, pericolosamente colmi di lacrime.

“Papà non è tornato, vero?”

Sua madre scosse la testa con rammarico.

“Tornerà. Non dovete litigare per colpa mia”.

“Non litighiamo per colpa tua, tesoro, è solo che a volte gli adulti si comportano in maniera più infantile dei bambini, tutto qui. Va a scuola adesso o rischierai di fare tardi”.

Lo accompagnò con lo sguardo finché non ebbe varcato la porta d’ingresso.

Malcolm aveva osservato il bus della scuola elementare fermarsi davanti al marciapiede di fronte al portone di casa. Aveva atteso accovacciato dietro un cespuglio che lo sferragliante mastodonte di metallo grigio si allontanasse, ed era saltato fuori dalle foglie agile come una gazzella. Di buon passo si era diretto verso la cittadina immersa fra i monti, alla periferia della quale era nato ed alla quale ritornava spesso nelle ultime settimane.

Camminava svelto al margine della carreggiata, lo zaino in spalla, gli occhiali sulla punta del nasino a patata ed una sola idea ben stampata nella mente: sconfiggere il buio.

La casa del suo amico si trovava sul limitare dell’accesso cittadino, vicino all’edificio della posta comunale. Percorse lesto la rampa di scalini malandati e bussò energicamente alla porta di legno scuro.

“Vieni Malcolm, ho appena fatto il the”, rispose una voce roca dall’altra parte.

Il bambino entrò sorridendo, lasciò cadere la sacca con i libri accanto alla porta, e si diresse correndo alla volta dell’anziano signore che sedeva su un vetusto dondolo malconcio con una tazza fumante stretta nella mano. Il signor Billinger era una specie di istituzione cittadina. Cieco dal giorno della nascita era stato il primo “diversamente abile” della Contea a laurearsi a pieni voti in matematica e fisica sperimentale alla Columbia University, a ricoprire per ben tre anni la carica di sindaco, a sposare la più bella donna della città, che lo aveva lasciato dopo quasi cinquant’anni di matrimonio l’inverno precedente per le complicazioni di una brutta polmonite. Non aveva figli, aveva insegnato per lungo tempo nel Campus vicino e da quasi vent’anni si godeva una meritata e rilassante pensione fatta di libri, musica e buio.

“Salve signor Billinger”.

“Ciao giovanotto, niente scuola oggi?”.

“No”, rispose Malcom titubante, “ non ne avevo voglia”.

Billinger gli porse la tazza, gli sfiorò il volto con la mano grinzosa e si accigliò.

“Che espressione seria figliolo”.

“Ho un problema”.

Il vecchio si voltò nella direzione del bambino e gli sorrise amabilmente. Malcolm provava un leggero senso di imbarazzo ogni qual volta l’anziano signore non indossava i suoi occhiali scuri da non vedente. Il bianco omogeneo delle sue pupille gli faceva sempre venire alla mente il disegno di un mago cattivo che aveva visto da piccolo su un libro di fiabe che gli aveva regalato suo padre.

“E quale sarebbe questo problema?”.

“Ho paura del buio”.

Billinger rise.

“Ma il buio non è cattivo, non ti deve mettere paura. Il buio è un amico, un compagno che insegna a pensare, a riflettere, a sentire le cose senza vederle”.

“No, forse il tuo buio è così, ma il mio è pieno di creature orrende che vogliono solo farmi del male”.

“E chi sono queste creature?”.

“Mostri”, quasi gridò il bambino cominciando a gemere.

“No, piccolo, non fare così, raccontami. Cosa vedi nel buio?”.

Malcolm tirò su col nasino ed iniziò a descrivere al vecchio cieco scenari apocalittici animati da spiriti inquieti, da donne senza testa, da esseri che si trascinavano sul pavimento raschiando con lunghe unghie vermiglie e da spiritelli verdi che venivano vomitati dalla bocca di un cratere che si apriva, come per un incanto maligno, nel centro di un muro.

Il vecchio ascoltava calmo, annuendo ogni tanto con aria seria e compassata.

“Ora anche tu dirai che sono pazzo come mia nonna”, sospirò alla fine il bambino.

“Non lo penso affatto. Anche il mio buio è stato popolato da figure inquiete quando avevo la tua età”, disse, “ma non devi temerle, devi ascoltarle”.

“Cosa?”, chiese Malcolm sgranando gli occhi azzurri e terrorizzati.

Billinger scosse la testa, cinse il ragazzo per la vita e lo avvicinò a sé.

“Facciamo un esperimento, vuoi?”.

“S-sì”.

“Chiudi gli occhi”.

Malcolm li chiuse serrando le palpebre con tutta la forza che aveva.

“Ora immagina la tua stanza. E’ notte, la luce è spenta, sei nel tuo letto. Cosa vedi?”.

“No, ti prego. Non voglio. Ho paura”.

“Cosa vedi, dimmelo ora”.

“E’ lì… si avvicina… sta per salire sul letto!”.

Gridò e andò a rintanarsi nel lato opposto della stanza, rincantucciato fra una poltrona ed il camino spento.

“Una donna, bruna, senza gambe, sorrideva e voleva prenderti le mani”, disse il vecchio con aria assorta.

“E tu come fai a saperlo?”.

“Il buio è mio amico, te l’ho detto”. Prese il bastone che teneva appoggiato alla spalliera del dondolo, quindi si diresse verso il bambino e si sedette pesantemente sulla poltrona.

“Credevo che le tue fossero solo paure infantili, credevo che il tuo buio non fosse come il mio, ma mi sbagliavo”, trovò a tentoni la testolina del ragazzo e gli arruffò i capelli cercando di calmare il suo pianto, “mi dispiace, figliolo. Davvero. Credevo che solo gli handicappati come me potessero avere il dubbio privilegio di vedere il popolo delle tenebre, ma, a quanto pare, le cose non stanno così. Capisco la tua paura, il tuo orrore. Quella sensazione di opprimente impotenza. Le loro forme grottesche ed incomprensibili mi hanno fatto compagnia per tanto tempo…troppo. Non devi parlare mai con queste “cose”, mai. Hai capito?”.

“Ma tu avevi detto…”.

“Non importa cosa avevo detto. Ascoltami bene ora: crescerai e dimenticherai le creature che popolano l’oscurità. Ti è capitato di vederle, ma puoi cancellarle. Scacciarle. Se le ignori non ti potranno fare nulla, svaniranno semplicemente. Fa come ti ho detto e, mi raccomando, non parlarne con nessuno”.

“Ma mamma e papà già lo sanno”.

“Fa in modo che non lo sappia nessun altro”.

“Ma se ne andranno?”.

“Sì, ma solo se riuscirai a non averne più paura. Intesi?”.

“Intesi”, replicò il ragazzo con piglio deciso e sicuro.

Lasciò la casa del vecchio Billinger poco dopo e trotterellò in giro per i boschi fino all’ora di pranzo.

Giunto a casa chiamò a gran voce i suoi genitori

“Mamma, papà…sono tornato”.

Nulla.

Preso da un sottile, ma fastidioso, senso di panico si diresse in salotto.

“Sorpresa!”, gridarono Brendon e Laura all’unisono.

Malcolm restò dapprincipio disorientato, poi vide la bicicletta rossa che troneggiava nel centro della sala, lucida nella sua smagliante carrozzeria nuova di zecca.

Il bambino si avvicinò alla due ruote con aria preoccupata, ne accarezzò il manubrio e disse con fare mesto:

“Ma io non ci so andare…”.

Brandon si sedette sul divano sconsolato.

“Ma tesoro”, si affrettò a dire Laura, “te lo insegnerà papà. Pensa quanto sarà bello andare per i boschi in sella alla tua nuova bici, quante avventure potrai vivere, quanti giochi…”, l’entusiasmo nella sua voce andava lentamente scemando, e l’ilarità si stava per rompere in una sorta di rimbrotto.

“O.k., se lo dici tu che sarà bello… ci proverò”.

“Dio mio, Malcolm”, quasi imprecò suo padre, “ma non potresti essere per una sola volta un bambino normale? Mostrare un po’ di allegria, di entusiasmo, Cristo! Tuo figlio è impossibile”. Terminò la frase uscendo di fretta dalla stanza e assestando al piccolo un sonoro spintone sulla spalla.

Malcolm rotolò a terra, si sedette massaggiandosi il braccio e trattenendo le lacrime che prepotenti gli avevano affogato gli occhi.

Laura inseguì il marito a passo di carica.

“Non ti permettere di trattare così mio figlio!”, gridò.

“Difendilo certo…difendilo sempre. Io non ne posso più, quel ragazzino è strano…è assurdo, io non lo capisco. Ma cosa devo fare per vederlo sorridere…”.

“Per esempio non picchiarlo, già sarebbe un ottimo modo per vederlo sorridere…”.

“E lo chiami picchiare? Una piccola spinta tu hai il coraggio di chiamarlo picchiare? So io cosa gli farebbe passare le stramberie a quel moccioso. Se tu mi permettessi di fare davvero il padre e non lo coccolassi come una femminuccia, ti farei vedere come lo raddrizzerei…”.

“E come lo faresti?”.

“A suon di cinghiate! Ecco come lo farei…quattro scudisciate sul deretano e vedresti come sparirebbero gli incubi, i mostri, i pianti e tutto il resto”.

Laura piangeva.

“La verità è quel ragazzino ci sta rovinando la vita e tu lo sai meglio di me, solo che non hai il coraggio di ammetterlo”.

Malcolm corse su per le scale.

La voce di suo padre gli rimbombava nelle orecchie come colpi di mortaio.

Si chiuse a chiave nella sua camera.

Ritto nel centro della stanza, fissava serio e preoccupato le pareti chiare.

(La verità è che quel ragazzino ci sta rovinando la vita)

Serrò i pugni contro le gambe magre.

(La verità…).

Chiuse le serrande della finestra.

(E’ che ci sta rovinando la vita).

Spense la luce.

Solo.

Non si era mai sentito tanto solo, incompreso, abbandonato, infuriato.

Si sedette sul letto ed attese.

Il buio si animò.

Una strana forma prese corpo nel centro della stanza, una specie di cane enorme con le zanne aguzze, la mascella asimmetrica, gli occhi neri e lontani, la bava liquida che gli colava fra le fauci aperte, la coda senza peli che saettava come un rettile sul pavimento.

Lo fissava.

Malcolm non si coprì gli occhi, non gridò.

Una figura più esile si concretizzò di fianco alla precedente: un bambino.

Era piccolo, molto piccolo, sembrava un neonato ma camminava eretto, nudo, con la pelle bluastra che pulsava come un liquido rovente. Il volto alieno, inespressivo da furetto lo scrutava con curiosità.

Malcolm allungò una mano per toccarlo, ma la voce della madre che lo chiamava lo fece saettare giù dal letto ed accendere la luce.

“Perché ti sei chiuso a chiave?”, gli chiese quando riuscì ad entrare nella stanza.

Il bimbo non rispose.

“Eri al buio?”, gli chiese ancora lei con voce seria.

“Sì”.

“E non hai gridato?”.

“No, il buio non mi fa più paura”.

Laura lo accarezzò teneramente, ma la luce sinistra che notò negli occhi del suo cucciolo la disorientò. Per un attimo ritrasse la mano dalla sua testolina, impaurita. Si guardò attorno con circospezione e poi uscì.

Malcolm spense di nuovo la luce.

Erano ancora lì, solo che vicino al neonato blu c’era anche un omuncolo verde con gli occhi rossi e le corna (uno di quelli che aveva preso a calci la notte precedente) che gli sorrideva beffardo.

Ricambiò il sorriso, si avvicinò e li sfiorò.

Erano eterei, privi di una vera consistenza fisica, sembravano fatti di fumo.

Fece scivolare le sue dita attraverso le fauci bagnate del grosso cane, fra le costole dell’infante deforme e divise in due il corpo del folletto, che, dopo essersi dissolto al contatto, riprese immediatamente forma.

Rise.

“Chi siete?”, domandò.

“L’anima del buio”, rispose il neonato.

Malcolm dormiva bene, non aveva incubi da quasi due settimane.

Brandon sembrava d’un tratto aver riscoperto la sua missione di padre, premuroso, gioioso, allegro.

Laura era semplicemente in estasi: vedere suo figlio e suo marito scorazzare per i boschi, rotolare giù dalla bici, ridere, giocare a freesbee, era quanto di più soave le fosse accaduto negli ultimi tempi.

Ma c’era qualcosa che non andava.

Non sapeva proprio dire cosa, ma c’era.

Aveva paura di dirlo a Brendon proprio ora che ogni incomprensione con il suo unico figlio si era dissipata.

Eppure…

La notte precedente si era alzata per andare in bagno, ed aveva sentito provenire dalla stanza di Malcolm delle voci, o meglio una voce, quella di suo figlio.

Era come se il piccolo stesse chiacchierando con qualcuno.

Si era avvicinata ed aveva appoggiato l’orecchio alla porta; non riusciva a capire le parole, ma il tono della conversazione le aveva fatto venire i brividi.

Aveva spalancato di colpo l’uscio ed aveva visto, o forse le era solo sembrato di vedere, una figura alta e chiara scivolare lungo la parete.

Malcolm era addormentato. Sdraiato su di un fianco con la coperta tirata fin sopra le orecchie.

Era uscita sorridendo, ma come aveva chiuso la porta aveva udito un’altra volta quel sottile squittio e la voce di suo figlio dire: “Sì”.

Aveva fatto ritorno a letto con il cuore in tumulto, incapace di riaddormentarsi per il resto della nottata.

Ma suo figlio rideva.

Non poteva accadere nulla di male.

Non più.

Non ora.

“Signor Billinger…”.

“Entra ragazzo”.

Malcolm era giunto nella casa del vecchio con un enorme cesto di castagne arrosto stretto contro il petto.

“Te le manda mia madre, dice che sono buone, e ti ringrazia per avermi dato ripetizioni di matematica”.

Il vecchio si alzò, prese il cesto con le castagne e lo poggiò vicino al lavello.

“Dì a tua madre che adoro le castagne e salutala da parte mia”, si rimise a sedere ed ammutolì.

“Signor Billinger”, disse Malcolm facendosi più dappresso, “ non hai voglia di parlare oggi?”.

“No, non con i bambini bugiardi”.

“Io non ho mentito a nessuno”, si difese.

“Gli hai parlato, ti avevo detto di non farlo”.

“Chi te lo ha detto?”, la voce del bambino era d’un tratto divenuta seria.

“Loro. Li conosco da molto prima di te. Non sai cosa hai scatenato”.

“Se anche tu ci parli, perché non avrei dovuto farlo io?”.

“Non sono io che parlo con Loro, sono Loro che parlano con me. Io li odio, ma devo conviverci perché il buio è la mia vita ed il loro regno. Adesso vattene, non venire più, o racconterò tutto ai tuoi genitori”.

Notte.

Buio.

Malcolm era seduto sul pavimento e rideva insieme ad un uomo senza occhi che con le mani adunche fingeva di sfidarlo a braccio di ferro.

“Non puoi battermi, sei fatto di fumo”.

“Ma posso anche essere fatto di carne, se tu lo vuoi”.

L’essere aveva dei folti capelli bianchi, un foro al posto del naso e parlava attraverso una membrana che sembrava esser fatta di gelatina, che si gonfiava e si contorceva ogni qual volta emetteva un suono.

“E come faresti?”.

“E’ un segreto, ma se vuoi posso confidartelo, però mi devi aiutare”.

“Dimmi”.

“C’è qualcuno che vorresti non vedere mai più?”.

“Il vecchio Billinger”.

“Conosciamo quel povero cieco”, disse l’essere sorridendo. La membrana che aveva al posto delle labbra si allargò a dismisura e Malcolm poté vedere che al di là di quelle strane fauci c’era solo il nulla.

“Ci detesta. Lo vorresti vedere morto?”.

“Potete farlo?”.

“Solo se il tuo odio è abbastanza forte. Noi non possiamo interferire con il mondo della luce, a meno che un umano non ci fornisca il suo potere”.

“E l’odio sarebbe il mio potere?”.

“Sì”.

“Allora fatelo. Non voglio che dica nulla ai miei genitori. Non voglio perdervi”, disse rivolto al cane infernale che giaceva mesto accasciato ai suoi piedi.

Billinger era sdraiato sul vecchio dondolo, la radio trasmetteva il suo programma sinfonico preferito.

Si lasciava cullare dolcemente dalle note armoniose e con una mano tracciava strani geroglifici nell’aria al ritmo del pianoforte.

Sorrideva.

Un rumore sordo attirò la sua attenzione.

“Chi c’è?”.

Nessuno rispose.

Nel buio che lo accompagnava dal giorno della sua nascita si profilò la sagoma di un vecchio dalla carnagione chiara, con lunghi capelli bianchi, un foro al posto del naso ed una membrana gelatinosa in luogo delle lebbra.

“So che non mi parlerai James, non lo hai mai fatto. Ci vedi dal tuo primo vagito e ci ignori dal momento stesso in cui hai compreso la nostra essenza”.

Billinger si irrigidì sulla sedia serrando le mani attorno ai braccioli fino a farsi sbiancare le nocche.

“Ma ora è venuto il momento di porre fine a questa convivenza, ma non saremo noi ad abbandonare te. Sei tu che abbandonerai noi”.

Il vecchio Billinger si portò le mani alla gola dove squarci profondi si aprirono inferti da mandibole invisibili.

Si alzò barcollando e colpì involontariamente con il bastone la scure della finestra chiudendola.

Nel buio che si impadronì della stanza, un cane senza pelo, con le mascelle asimmetriche e gli occhi neri come la notte, lo azzannò ancora ed ancora, strappandogli brandelli di carne, dilaniando il suo petto scarno e banchettando con il suo volto urlante.

Quando anche l’ultimo alito di vita ebbe abbandonato la sua vittima, la belva si dileguò, repentina come era apparsa.

Malcolm sedeva compunto a tavola per il pranzo della domenica.

Suo padre rideva di gusto alle battute di una sciocca sit-com che veniva trasmessa dal canale nazionale.

Sua madre era indaffarata con l’arrosto.

Dopo la preghiera di ringraziamento cominciarono a mangiare.

“E’ terribile quello che è successo al vecchio Billinger”, disse d’un tratto Laura.

“Già”, replicò pensieroso Brandon, “chissà che razza di animale era?”.

“Dicono che potrebbe essere stato un orso”.

“Mah…non lo so, è da molti anni che non ci sono orsi nei nostri boschi. Poveretto, che brutta fine. Credo che dovremo stare più attenti da oggi in poi, sarà meglio chiudere bene tutte le porte prima di andare a letto e serrare anche il cancello sul retro”.

“Non è una gran perdita”, disse a sorpresa Malcolm.

“Che significa?”, chiese suo padre interdetto.

“Era un vecchio cieco, solo e un po’ rimbambito, non ne sentiremo la mancanza, ecco tutto”.

“Malcolm, ma che dici? Come fai a parlare così di quel caro signore che ti ha dato ripetizioni per tanto tempo? Dio mio, ma chi ti insegna certe cose?”, aggiunse Laura contrariata.

“Nessuno, non ce ne è bisogno, ho detto solo la verità. E poi quel caro signore mi ha dato ripetizioni solo perché papà non aveva voglia di perdere tempo dietro ai miei compiti. Lui non ha mai davvero voglia di stare con me, io gli ho rovinato la vita!”, gridò alla volta della faccia allibita di Brandon.

“Piccolo bastardo!”, imprecò suo padre, “chi ti autorizza a rivolgerti a me in questo modo? Se avessi risposto così al mio vecchio mi avrebbe gonfiato il sedere di calci”.

“E perché non lo fai anche tu?”, lo sfidò il bambino, “è quello che vuoi fare da sempre, non è vero? E’ solo per via di mamma che non lo fai. Tu mi detesti perché non sono il figlio che avresti voluto, perché sono strano come mia nonna. E tu”, disse rivolto alla madre, “fingi di volergli bene solo perché senza di lui non sapresti dove andare, ma in realtà lo odi perché ti ha impedito di realizzare tutti i tuoi sogni, perché è un fallito e ha fatto diventare una nullità anche te”.

“Gliele hai dette tu queste cose a nostro figlio?”, chiese Brandon paonazzo dall’ira.

“N-no, io non gli ho mai detto…”.

Brandon inferse un possente mal rovescio sul volto del bimbo, facendogli sanguinare copiosamente il labbro.

“Non mi fai paura”, quasi gli ringhiò il ragazzino.

Il padre si sfilò la cinghia e lo raggiunse in salotto dove si era rifugiato, quindi lo scudisciò sulle gambe, sulle braccia, sulla schiena e si fermò solo quando vide il figlio a terra.

Laura accorse per difendere il bambino facendogli scudo con il proprio corpo.

“Lascialo stare… lascialo stare!”.

Brandon lasciò cadere la cinta sul tappeto.

“Lo hai rovinato quel ragazzo… lo hai rovinato…”.

“Tu ci hai rovinato la vita, con la tua rabbia, con la tua incapacità di amare. Vattene, lasciaci in pace. Vattene…”. Laura singhiozzava riversa sul corpo di Malcolm.

Brandon prese le chiavi della macchina e se ne andò.

“Non piangere mamma”, la pregò il bambino.

“Perché hai detto quelle cose a tavola?”.

“Perché sono vere. Perché ho sentito papà che te le diceva. Perché non siamo felici”.

Solo nel buio della sua stanza sentiva la madre singhiozzare rumorosamente.

“Lo voglio morto”, disse alla ragazza senza gambe dai lunghi capelli scuri che lo fissava dal pavimento.

“E così sia”, sospirò lei sorridendo.

Guidava da quasi tre ore.

Aveva percorso in lungo ed in largo la piccola cittadina prima di inoltrarsi per le stradine non asfaltate del bosco.

“Puttana”, bisbigliava alla macchina vuota, “l’attrice! Dovevo lasciarla a fare la barista in quel posto di merda dove l’ho trovata. Sposarmi con la figlia di una pazza. Che idiota! Cosa potevo aspettarmi da lei se non un figlio bastardo e mentecatto e la totale mancanza di gratitudine per tutto ciò che ho fatto. Io mi rompo la schiena per portare i soldi a casa. Io devo sopportare le lagne di quello stronzetto. Io devo sentirmi insultato da un’isterica che mi accusa di non aver concluso mai niente nella vita. Però con quel niente ci campano, maledetti. Ma li mollo, stavolta me ne vado. Poi voglio proprio vedere cosa faranno senza questo fallito. Ma che diavolo è quello?”.

Un banco di nebbia fitto come zucchero filato calò d’improvviso.

Brandon perse il controllo del veicolo e andò a sbattere contro qualcosa di imprecisato. Non riusciva a vedere più nulla, era come se la macchina ed un pezzo del bosco fossero stati inghiottiti dalla notte.

Disorientato tentava di scorgere qualcosa in mezzo al buio che lo attanagliava.

E poi la vide.

A cavalcioni su di lui.

Una donna dai lunghi capelli neri, con la bocca spalancata e le mani artigliate sui lati dell’abitacolo. Non aveva le gambe.

Gridò.

Lei si avventò sulla sua faccia e la divorò.

Malcolm entrò nella stanza di Laura.

“Che fai piccolo, non riesci a dormire?”.

Silenzioso si intrufolò sotto le coperte del grande letto matrimoniale.

“Spegni la luce”.

“Perché?”.

“Voglio farti vedere una cosa”.

Laura spense la luce ed urlò.

“Non avere paura, sono nostri amici”.

Il cane, la donna, il vecchio, il neonato, il folletto e qualche altra piccola deliziosa oscenità si accalcarono attorno alla spalliera del letto.

“Chi sono?”.

“Siamo le anime del buio”.

“Hanno ucciso papà stanotte”.

Laura taceva.

“Lo hanno ucciso per mio ordine. Il mio odio li tiene in vita. Sono al mio servizio, finché li sfamerò sarò il loro padrone”.

Silenzio.

“Ora se vuoi puoi accendere la luce, mamma”.

Click.

Spariti.

“Era con loro che parlavi durante la notte?”.

“Sì”.

“E obbediscono a te?”.

Malcolm fece cenno di sì con la testa.

Laura lo abbracciò.

Trasferirsi in un’altra città era stato salutare per entrambi.

Dopo l’orrenda morte di Brandon l’assicurazione aveva versato una discreta somma che gli aveva consentito di trasferirsi.

Malcolm era come rinato, sempre affaccendato in nuovi giochi con amici diversi. Gli altri bambini lo veneravano, lo rispettavano, lo temevano, e lui si beava di questa nuova condizione di leader incontrastato del quartiere.

Laura aveva cominciato a lavorare come segretaria in un piccolo studio medico ed aveva ottenuto un particina in una soap opera di un’emittente locale. Non era Hollywood, ma era pur sempre un nuovo inizio.

Trascorreva ogni sera accanto a suo figlio, lo accarezzava, lo coccolava e lo vezzeggiava come ogni madre fa con il proprio bambino.

Poi, quando veniva l’ora di andare a letto, gli rimboccava le coperte e gli chiudeva la porta inviandogli un tenero bacio dal limitar dell’uscio.

Fatto questo si precipitava nella sua camera, si assicurava più volte di aver chiuso correttamente la porta a chiave, e accendeva tutte le luci.

Dormiva sempre con un coltello sotto il letto ed un enorme dubbio che le pesava sul cuore: quando il suo unico e adorato figlio avrebbe deciso che una sgridata di troppo, una cena mal cucinata o una sua semplice disattenzione, sarebbe stata sufficiente per liberarsi di una madre ormai inutile?



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"Belial. Le radici del Male"

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