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  • Maria Elena Cristiano

A sua immagine - racconto





Nausea.

Sangue.

Un filo di muco gli colava dalla narice destra.

Lo strofinò via con noncuranza.

Una striscia di cocaina languiva sul comodino di fronte al letto.

Uno squillo.

Un altro…

Smetterà, pensò.

Il telefono tornò muto dopo una manciata di secondi e la segreteria recitò:

“Questa è la voce registrata di Finneghan Wake. Non ci sono, e se anche ci fossi, non ho voglia di rispondervi. Se proprio ne sentite la necessità, lasciate un messaggio”.

Beep.

“Finneghan, sono Todd, ti aspetto stasera a casa mia, porta la bozza. E…per favore, presentati sobrio dobbiamo parlare di affari”.

Finneghan si alzò dal letto, sbirciò la striscia bianca con lascivia, si diresse in cucina e tracannò una birra gelata. Si accese una sigaretta e prese in mano le cinque cartelle dattiloscritte che giacevano impilate di fianco al personal computer.

“Riflessi di sangue”.

Bel titolo.

Non aveva ancora idea di come concludere il romanzo. Non sapeva neppure se lo avrebbe mai terminato. A dire il vero non rammentava neanche quando avesse finito di scrivere il capitolo che stava osservando.

“Non male…”, bofonchiò con voce impastata.

La testa gli doleva. Troppa roba, troppo alcool, troppi psicofarmaci. Cominciava a risentire dei suoi biglietti stregati, così chiamava tutto quello di cui abusava per fuggire dal suo più grande incubo: scoprire di essere un mediocre scrittore incapace di visualizzare i propri incubi senza l’aiuto di uno sblocca coscienza.

Barcollò fino al bordo del letto.

La signora candida lo fissava, invitante.

Doveva consegnare a Todd, il suo agente letterario, almeno sette cartelle, un quarto dell’opera, per convincere la casa editrice a finanziare la sua ultima fatica letteraria.

Era il genio indiscusso della narrativa noir contemporanea. Otto ristampe dell’ultimo best seller “Orgia di dannati”, schiere di affezionati lettori che assediavano le librerie il giorno dell’uscita di ogni suo romanzo, tre film tratti da suoi scritti e una mole di denaro difficile da spendere. Ma obbligare una casa editrice a mantenere sotto stretto anonimato il suo più apprezzato scrittore, assecondandone le manie ed i vezzi, aveva come contropartita l’obbligo di rispettare ogni scadenza contrattuale senza creare disturbo. La pena non sarebbe stata la rescissione del contratto, nessun editore con del sale nella zucca avrebbe rinunciato ad una gallina dalle uova d’oro, ma la rottura di piccoli cavilli, quali l’anonimato e la sua impossibile reperibilità da parte dei fans e della stampa.

Nessuno, a parte il suo agente, lo aveva mai incontrato di persona. La Malcolm Editore conosceva, ovviamente, il suo indirizzo, ma nessuno dei distinti signori in giacca e cravatta che occupavano i suoi uffici lo avevano mai visto in faccia o, più semplicemente, gli aveva rivolto la parola. Todd si occupava di tutto: consegna dei manoscritti, percentuali di guadagno, copyright, marketing. Finneghan si limitava ad incassare gli introiti, rispettare le scadenze, sniffare coca e perdersi nel suo universo alla deriva.

“Mondo di merda”, sibilò sniffando la striscia con il tubicino che le giaceva accanto.

Un brivido gli corse lungo la schiena.

Osservò con aria assente il filo di sangue che fluttuava sospeso fra il cilindro di plastica cavo e la sua narice.

Sorrise.

“Ed ora al lavoro”, sbuffò sedendosi alla scrivania.

Il monitor del computer si accese. Dopo qualche secondo la pagina bianca di Word si stagliò dinnanzi ai suoi occhi.

“Bene, bene, bene…adesso tuffiamoci nella fiera degli incubi”.

Chiuse gli occhi e lasciò che lo stordimento ipnotico che ben conosceva si impadronisse di lui.


“La luna lo guardava con odio.

Loui fissava il cadavere dilaniato con occhi di brace.

“Io sono immortale!” Gridò alla selva silenziosa.

Solo il vento e la solitudine della sua onnipotenza erano restati a fargli compagnia.

Un universo di morte lo attendeva.

Ma la morte è solo l’inizio.”

Martin rileggeva quell’ultima frase da quasi mezz’ora.

“La morte è solo l’inizio”, ripeté alla stanza vuota.

“Posso entrare?” chiese Bernie spiando dall’uscio socchiuso.

“Fatti avanti scemo”, lo incitò Martin ridendo.

“Che leggi?” .

“ “Orgia di dannati”” rispose il ragazzo con orgoglio.

“Ancora!”, quasi gridò l’altro, “ma è la ventesima volta che leggi quella roba”.

“Ah…non capisci proprio nulla tu”, replicò spazientito, “ Finneghan Wake è un genio ed il suo ultimo romanzo è semplicemente un capolavoro. La potenza, la forza, l’immortalità. E’ straordinario. Ti da la carica per affrontare la vita. Le sue parole mi danno la certezza che l’irreale è materiale, è intorno a noi…”.

Si era alzato in piedi sul letto, un diciannovenne ossuto con i lunghi capelli arruffati che gli lambivano le guance scarne, gli occhi scintillanti di forza e l’amore traboccante per il suo mito dipinto sul volto.

Bernie si aggiustò la montatura degli occhiali sul naso a patata.

“Sarà come dici tu, ma a me sembrano solo i romanzetti horror di un coglione” sentenziò serio.

Martin si sedette e sferrò uno spintone all’amico facendolo rotolare giù dal letto.

“Ahio! Ma sei scemo?”

“No”, serio, “ma non ti permettere mai più di insultare Finneghan”.

“Adesso lo chiami per nome anche! Ma ti rendi conto di essere patetico? Piuttosto”, disse rimettendosi seduto di fianco all’amico, “sabato c’è la festa di Dorothy, ti ha invitato, vero?”

“Sì, ha consegnato l’invito a mia madre stamattina. Perché, ci vuoi andare?”

“Io no, non me lo ha chiesto, ma tu…” disse strizzando l’occhio.

“Io cosa?”

“Amico quella ha una cotta stratosferica per te, non vorrai mica lasciartela scappare?”

Martin arrossì vistosamente.

“E’ una sciocca ragazzina, non mi interessa, e poi…non saprei nemmeno che dirle. Non credo che ci andrò”.

“Ma se Finneghan Wake ti avesse invitato a casa sua ci saresti andato di corsa” aggiunse sghignazzando.

“Nessuno sa dove abiti Finneghan, non esistono sue foto, nulla …la sua esistenza è totalmente avvolta nel mistero”.

“Magari è un vecchio barboso con la prostata, o forse neppure esiste” disse Bernie ridendo.

“No, sono certo che è un uomo eccezionale. A volte lo immagino seduto davanti ad una scrivania d’ebano intento a creare i suoi mostri. Credo viva in una splendida villa circondato da belle donne e sontuosi mobili. Scuro, forte, affascinante come i suoi personaggi…”

“Hey non vuoi andare alla festa di Dorothy, immagini un uomo…ma non sarai mica gay, amico?”

“Adesso ti massacro” ringhiò Martin e si gettò addosso all’amico colpendolo con piccoli pugni ovunque.

I due rotolarono sul pavimento ridendo come pazzi.

“Ragazzi smettetela”, urlò la madre di Martin dalla stanza attigua.

Si fermarono quasi all’unisono.

“Giornata anti-contatto”, sussurrò Martin, “è sbronza, come al solito. Dai usciamo”.

Sgattaiolarono giù dalla finestra in giardino e si diressero verso il più vicino negozio di videocassette.

“Non immagino Finneghan perché sono gay”, cominciò d’improvviso Martin, “ma perché rappresenta esattamente l’uomo che voglio diventare. Voglio essere a sua immagine. Ho scritto dei racconti, sai?”

“Ah sì? E che ne intendi fare?”

“Voglio portarglieli”.

“A Finneghan? Ma se nessuno sa dove abita”.

“Lo so, ma forse qualcuno potrebbe scoprirlo”.


“Finito”, disse rivolto al monitor.

Il sibilo della stampante entrò immediatamente in funzione. Guardava i fogli dattiloscritti uscire dalla bocca di plastica come da una fornace infernale.

Le bottiglie di birra erano sparse sul pavimento.

Si issò a fatica, compose il numero di Todd.

“Pronto?”

“Todd, bello, come butta?” biascicò.

“Finneghan, sei strafatto”, disse la voce sbuffando.

“Appena un po’”, rise, “avevo bisogno, sai…di sbloccarmi la coscienza”.

“Hai terminato le cartelle?”.

“Sì, ogni demone è a lavoro…ho avuto delle idee geniali, o meglio credo di averle avute io…non ne sono proprio sicuro…”, altre risa ,“ però è tutto qui nero su bianco. Vieni a prenderlo, io non sono in condizione di guidare”.

“Arrivo,” riagganciò.

Una mezz’ora dopo Todd era seduto fra le cartacce sul divano di Finneghan. Scorreva in fretta la bozza cartacea che stringeva fra le mani con occhio vivido ed interessato.

“Straordinario” ,sussurrava ogni tanto.

Finneghan era sdraiato sul pavimento, un paio di occhiali scuri calcati sul naso ed una sigaretta pendula fra le labbra.

“Stavolta ci facciamo aumentare il copyright, questa roba è una bomba”, gridò ilare.

“Non mi frega nulla se è una bomba, fatti pagare e bene, i miei sfizi costano e non voglio correre il rischio di doverne fare a meno”.

“Non ti preoccupare, potrai sniffarti la Bolivia intera con quello che ricaveremo dalla vendita di questo libro. Quando conti di finirlo?”

“Fra una mese, forse due. Ho quasi tutto in mente, ma sai la mia memoria è labile…va e viene…va e viene…eheheh”.

“Finneghan sei ridotto da schifo. Non so quanto sia giusto accontentarti in tutto. Ci creperai prima o poi, lo sai, vero?”

“E che importa? Sono nato morto, mi piace farmi del male”.

“Ma perché santo Dio! Hai tutto quello che vuoi… Se ti disintossicassi potresti rendere pubblica la tua immagine, potresti…”.

“…farti fare ancora più soldi, vecchio bastardo sanguisuga, è questo a cui stavi pensando, vero?”, gridò, “non ti basta quello che ti ho fatto guadagnare, imbrattacarte da quattro soldi, eri niente senza di me…”.

“Lo so Finneghan, hai ragione, il mio era solo un consiglio”, si affrettò ad aggiungere Todd.

“La verità vecchio mio”, disse fissando l’amico negli occhi, “è che io sono una nullità. Se non mi faccio non scrivo, se non scrivo non mi faccio, fine della storia. Non mi frega niente dei fans, della gloria, dei miei libri, voglio solo essere lasciato libero di crepare come mi pare. Non amo nessuno e non odio nessuno, solo me stesso”.

“O.K., la vita è tua, crepa come ti pare. Però metti a posto questo porcile, c’è un puzzo insopportabile”, disse abbandonando la stanza con il manoscritto sotto il braccio.

Finneghan si sedette sul divano, prese il telefono e compose in fretta un numero.

“Sono io”, disse con voce flebile, “hai la roba? Bene, sì mandamela subito…va bene manda anche la ragazza, te la pago a parte…ehehehe…grazie per l’ omaggio, gentile non c’è che dire. Non più tardi di un’ora però, comincio a tornare con i piedi per terra e non mi piace”.

Riagganciò.


Martin aveva gli occhi incollati al monitor del computer.

Sua madre era collassata sul divano del soggiorno, poteva sentirne il russare fin dalla sua camera.

La rete era particolarmente affollata a quell’ora della notte, il browser navigava con una lentezza snervante. Finalmente il sito che cercava decise di aprirsi.

Finneghan Wake unofficial site.

Bingo!

Dunque, niente note biografiche, niente foto. Come si aspettava c’era solo una sfilza di commenti lasciati dai suoi affezionati lettori, come li aveva definiti lo stesso Finneghan nella solo lettera pubblicata da un giornale ed indirizzata al suo pubblico. Un articolo a fondo pagina riportava un’indiscrezione trapelata dalla sua casa editrice, la Malcom Editore, e non confermata dal suo agente letterario Todd Wiatt: Finneghan era immerso nella stesura di un nuovo romanzo noir dal titolo “Riflessi di sangue”, la cui prossima uscita era prevista per l’autunno venturo.

Motore di ricerca: Finneghan Wake.

Solite notizie inerenti le pubblicazioni, i fans club e la classifica dei best sellers più venduti.

Motore di ricerca: indirizzo di Finneghan Wake.

File not found.

Motore di ricerca: note biografiche di Finneghan Wake.

File not found.

Motore di ricerca: casa editrice Malcom.

Est Street 123, Bangor (Virginia).

Prese un foglietto di carta e si annotò l’indirizzo.

Si sdraiò sul letto senza spegnere il pc.

Che fare ora? Spedire i suoi manoscritti alla casa editrice sarebbe equivalso a farli cestinare all’istante, tutt’ al più avrebbe ricevuto una composta missiva che gli comunicava il rifiuto della pubblicazione del suo manoscritto, ma, soprattutto, Finneghan non avrebbe mai letto i racconti e non avrebbe mai saputo della sua esistenza. No, non era quella l’idea.

Recarsi di persona negli uffici della Malcolm e chiedere notizie di Finneghan. Lo avrebbero messo alla porta in pochi istanti, neppure il tempo di lasciare le sue opere.

Si rigirava nel letto senza sosta. Che fare…come realizzare il suo sogno. Come incontrare il suo mito, l’uomo che inconsapevolmente gli aveva cambiato la vita convincendolo che l’irreale è plausibile. Come raggiungere l’uomo che gli aveva insegnato l’amore per la narrativa e l’arte. Come raggiungere l’uomo che avrebbe voluto come padre…

Come?


Todd era in piedi accanto al cadavere.

Era inorridito e stordito allo stesso tempo.

Finneghan era seduto sul divano, dondolava stringendosi nelle braccia, piangeva in silenzio, ogni tanto guardava la ragazza con gli occhi sbarrati e mugolava frasi incomprensibili.

“Che cazzo hai combinato Finn”, ripeteva Todd.

Finneghan non rispondeva, si limitava a piagnucolare sommessamente.

“Ridimmi come è successo”.

“Perché?” gridò Finneghan.

“Perché c’è una ragazza morta sul pavimento del tuo appartamento. Perché dobbiamo trovare un modo per uscirne puliti. Perché devo riuscire a risolvere questo casino ed ho bisogno della tua collaborazione, ecco perché!” gridò Todd.

“Non le ho fatto nulla… abbiamo sniffato un po’ di roba, poi lei ha cominciato a baciarmi, si è slacciata la camicetta e mi ha chiesto se avessi mai ucciso qualcuno in modo tanto spettacolare come scrivevo nei miei romanzi. Io le ho risposto di no; lei mi ha dato la sua calza ed ha detto:

“Stringimela attorno al collo e toglimi il respiro”,

io l’ho fatto…credevo fosse solo un giochetto da puttana, ma lei mi ha chiesto di stringere di più e non so com’ è successo…ho stretto…e lei ha cominciato a grugnire, credevo le piacesse, ho continuato…”.

“E l’hai strangolata! Cristo Santo l’hai ammazzata. Stavolta finisci a marcire in cella bello, questo è omicidio”.

“No!” Gridò. “E’ colpa della roba, io non capivo quello che stavo facendo…io non capivo. Todd aiutami, non mi abbandonare, non farlo ti prego. Io non posso andare in galera, non posso…io morirei…”.

“Va bene, calmati adesso, calmati per la miseria!”.

Finneghan smise di piangere.

“Chi era la ragazza?”.

“Non so nemmeno come si chiamasse, l’ha mandata da me quello che mi fornisce la roba, un omaggio per un vecchio cliente”.

Todd si chinò sulla salma, le frugò nelle tasche, trovò solo pochi dollari ed uno spinello.

“Niente documenti, credo fosse minorenne”, si voltò verso Finn, “la salma resta qui”.

“Cosa?” lo scrittore sgranò gli occhi fin quasi a farli uscire fuori dalle orbite.

“Resta qui finché io non riesco a saperne di più. Appena siamo certi che la tipa non ha parenti in zona tenteremo di disfarci del corpo, fino ad allora la signorina resta qui con te”.

“E dove la metto?” era disperato.

“Non mi interessa dove la nascondi, in bagno, dentro un armadio, in un soppalco, ma non spostare il cadavere da questa casa. Qualcuno l’ha vista entrare?”.

“No, non credo, nello stabile ci vivo solo io e a quell’ora non c’è molta gente in giro per strada”.

“Prega Iddio che sia così. Non uscire di casa per nessuna ragione ed aspetta mie notizie. Chiaro?”.

“S-sì”.

“E soprattutto Finneghan non ti fare, mi servi lucido. Se fai un’altra stronzata ti denuncio io”.

Solo nella casa silenziosa Finn fissava il corpo esanime senza il coraggio di toccarlo.

Prese una coperta dall’armadio in corridoio e l’ adagiò sul corpo della ragazza.

Si fece un caffè ed accese una sigaretta.

“Sobrio”, disse alla stanza vuota.

“Sobrio fino a quando Todd non ritornerà”.


La Virginia era lontana, ma non poi così tanto.

Sua madre era uscita presto per andare in ufficio, o meglio per infilarsi nel letto del suo capo. Le aveva detto che non sarebbe andato al liceo, non era preparato per il compito di matematica e quindi avrebbe trascorso la giornata a casa di Bernie che era malato. Mildred si limitò a sorridere:

“Detesti la matematica proprio come tua madre, allora vedi che in qualcosa mi assomigli…”.

Verso le nove e mezzo si trovava sul treno per Bangor. Aveva con sé tutti i soldi che aveva risparmiato potando i giardini dei suoi vicini, un panino con la marmellata, una cartellina trasparente con i suoi racconti ed un revolver incastrato nella cinta dei pantaloni. Lo aveva preso per precauzione sottraendolo dalla borsetta della madre, non si era mai allontanato dalla sua città natale, sui treni si potevano fare brutti incontri e poi se Mildred si fosse sbronzata anche quella sera era più prudente non lasciare in casa armi da fuoco.

Gli alberi si inseguivano uguali ai lati delle rotaie, e la sua mente tornava sempre alla stessa frase:

“Signor Finneghan mi chiamo Martin Slow e sono il suo più fedele lettore. E’ un onore per me conoscerla, questi sono i miei racconti vorrei solo che li leggesse”.

Si era ripetuto quella frase circa un milione di volte, ed ogni volta con un’intonazione differente, ma nessuna che lo convincesse.

Il piano per rintracciare il suo eroe era semplice: si sarebbe appostato fuori dalla Malcolm, vi si sarebbe intrufolato appena possibile ed avrebbe atteso che qualcuno pronunciasse una qualunque frase su Finneghan Wake.

Quindi avrebbe seguito quella pista fino alla tana del lupo e allora nulla lo avrebbe più potuto fermare.

E se nessuno avesse pronunciato quella frase? Sarebbe tornato a casa entro sera con i racconti sotto il braccio e la consapevolezza che perlomeno ci aveva provato.

Raggiunse Bangor dopo circa due ore di viaggio scomodo e soffocante.

East Street 123 si trovava esattamente nel centro cittadino. Vi giunse dopo un’oretta di camminata, coadiuvato dall’aiuto di qualche volenteroso passante che gli aveva fornito un paio di informazioni esatte, su trenta che ne aveva chieste.

La Malcolm Editore si trovava al secondo piano di un grattacielo che solleticava le nuvole con la sua punta di metallo.

Entrare nella casa editrice fu più facile del previsto. Nessuno gli chiese nulla. Le segretarie si limitavano a scrutare la cartellina che stringeva sotto il braccio senza rivolgergli la parola. Lo dovevano aver preso per un giovane scrittore esordiente che tentava di piazzare qualche sua insulsa opera. Andava bene così, meno gli prestavano attenzione e più sarebbe stato semplice reperire informazioni.

Attendeva già da un paio d’ore e cominciava a disperare della sua brillante idea. Vedeva solo una schiera di facce serie che entravano ed uscivano da piccole porte di legno, una selva di telefoni che non facevano altro che squillare ed il continuo ticchettio delle tastiere gli stava procurando un principio di emicrania.

Poi un viso attirò la sua attenzione: un uomo alto e corpulento sulla quarantina, in un compunto completo gessato che sedeva quasi di fianco a lui. Quel viso era familiare, ma dove poteva averlo mai veduto?

“Signor Wiatt, la caporedattrice la sta aspettando”.

Wiatt…Wiatt…Todd Wiatt, ma certo ! L’agente letterario di Finneghan. Aveva visto la sua foto sul sito internet che aveva visitato la sera precedente. Lui certamente sapeva dove abitasse lo scrittore.

Uscì frettolosamente dall’edificio e si sedette pazientemente sul marciapiede volgendo le spalle al portone del grattacielo per non attirare attenzione.

Dopo mezz’ora vide Wiatt attraversare la strada ed entrare in una grossa macchina blu.

Preso dal panico fermò con un fischio un taxi:

“Segua quella macchina”, gridò al conducente, che mise in moto ridendo.

“Hey siamo entrati in un film di gangster”, sghignazzò il tassista, “chi inseguiamo, Al Capone?”.

“No, mio padre. Non lo vedo da dieci anni, non mi vuol parlare il bastardo, ma stavolta mi dovrà stare a sentire”.

L’autista divenne serio ed accelerò, mentre il cuore di Martin riprese a battere ad una velocità normale.

Giunsero di fronte ad un vecchio stabile, una sorta di capannone industriale. Martin scese, pagò il taxi e fece finta di avvicinarsi all’uomo in giacca e cravatta che stava attivando l’antifurto dell’auto. Non appena la macchina dalla quale era sceso si dileguò, si nascose dietro un cassonetto ed attese.

Todd Wiatt entrò lasciando miracolosamente il portone spalancato.

Martin aspettò un paio di minuti, quindi si decise ad entrare.

Sentì delle voci concitate provenire dal terzo piano e si inerpicò su per le scale sulla punta dei piedi, quindi appoggiò l’orecchio sul legno della porta da dietro la quale provenivano le voci e sentì:

“Bravo Finneghan, stavolta almeno ne hai fatta una giusta”.

Lo aveva trovato!

La porta si spalancò e l’uomo in giacca lo fissò con occhi torvi.

“E tu chi diavolo sei?” abbaiò.

“I-io sono un fan del Signor Wake. S-sono qui per dargli alcuni miei racconti, signore”.

“Hai sentito Todd, è un mio fan, alla fine mi hanno trovato”, risa provenirono dall'interno dell'appartamento.

“Vattene stupido, il signor Wake non ha tempo da perdere”.

“No, mi ascolti per favore, il signor Wake è il mio idolo, non posso andarmene senza averlo visto. La prego… lei non capisce quanto sia importante per me”, aveva quasi gridato.

“Io sono improntate per lui Todd, fallo entrare…”, altre risa.

Todd prese Martin per le spalle e fece per allontanarlo, ma il ragazzo si divincolò con forza inaspettata ed entrò nell’appartamento.

L’odore di sudore e sporcizia gli fece quasi lacrimare gli occhi. Le bottiglie di birra vuote occupavano parte del pavimento, fogli accartocciati ingombravano ogni angolo della stanza, bustine di polvere bianca erano appoggiate sul piccolo tavolo di fianco alla scrivania dove il personal computer era spento.

“Ma chi è lei?” chiese rivolto all’uomo seduto sul pavimento con la camicia sporca e le occhiaie azzurre.

“Io? Come chi sono io. Ma sono Finneghan Wake, il tuo mito”, rise fin quasi alle lacrime.

“Lei?”.

“Per servirti”, disse alzandosi e profondendosi in un inchino, “in carne, ossa, birra e sudore, mio caro affezionato lettore. Vuoi un autografo vergato con il sangue o un bacio sulle labbra?”

“Smettila Finn, manda via il ragazzo, abbiamo altro a cui pensare”.

“Prima di tutto i miei fans, allora cosa vuoi?”

Martin restò in silenzio.

“No, no, no… adesso che rifletto tu hai detto al caro vecchio Todd che vorresti che leggessi i tuoi racconti”, strappò la cartella di mano al ragazzo che si ritrasse istintivamente, “ma io me ne frego dei tuoi racconti”, gridò lanciando i fogli in aria e accennando un passo di danza, “io me ne frego di tutto. Vuoi diventare uno scrittore ragazzo mio? Allora prendi il tuo cervello e fottilo come meglio credi”.

“Io non capisco”, quasi singhiozzò il ragazzo.

“Te lo spiego. Io Finneghan Wake maestro dell’horror e del noir sono uno stramaledetto cocainomane in piena crisi d’astinenza, e se adesso tu non alzi il tuo piccolo posteriore da casa mia credo che mi farò una dose davanti ai tuoi occhi innocenti”.

Martin si portò una mano alla bocca e corse nella stanza affianco alla disperata ricerca di un bagno. Dopo un paio di tentativi lo trovò, ma ciò che vide regalmente assiso sul water lo fece vomitare direttamente sulle sue scarpe.

Una ragazza morta, cerea, quasi svestita, sedeva ritta con la testa reclinata su una spalla, la bocca spalancata e la lingua violacea protrusa di fuori, gli occhi strabuzzati ed un segno vermiglio che le ornava il collo.

Todd accorse e trascinò il ragazzo nel salotto dove Finneghan stava sniffando una striscia di coca da sopra il tavolo di legno.

“Smettila imbecille”, lo apostrofò Todd, “il ragazzo ha visto tutto”.

“Ha visto Honey allora!” Gridò lo scrittore agitando in aria il tubicino di plastica “quella era la mia ultima fiamma ragazzo, le donne muoiono per me”.

“Voi siete pazzi, io vi denuncio alla polizia”, urlò Martin.

“Vedi Todd, adesso a marcire in cella ci andremo insieme”.

“Ragazzo, tu non sai quello che dici”.

“Sì che lo so, siete degli assassini!”

“Todd credo che ti converrà sparargli”.

Wiatt mise la mano nella tasca anteriore dei pantaloni e si arrestò.

Una macchia scarlatta cominciò ad allargarglisi in mezzo al petto. Si portò le mani sulla ferita, poi fissò attonito Martin che impugnava una pistola fumante e si accasciò al suolo.

Martin tremava. Un assordante ronzio alle orecchie, provocato dalla detonazione ravvicinata, gli confondeva i pensieri.

Finneghan schizzò in piedi.

“Hey, bello, non facciamo scherzi, io sono molto ricco sai?”

Il ragazzino fissava lo scrittore senza afferrare esattamente il senso delle sue parole. Vedeva solo una marionetta impazzita che gesticolava e si agitava, era ridicolo.

“Scherzavo quando ho detto a Todd di spararti. Guarda…e guarda…” ringhiò lo scrittore.

Martin si voltò verso il cadavere ancora caldo alla sua sinistra e notò che nelle mani stringeva solo un blocchetto per gli assegni.

“Te li do io i soldi se li vuoi, anzi ti faccio pubblicare i racconti, però tu mi devi aiutare. Ci inventeremo qualcosa, io sono bravo ad inventare”.

(Inventare), pensò, (anch’io sono bravo ad inventare).

Martin taceva. La pistola serrata nel pugno, gli occhi sgranati. Un sola immagine si faceva largo nel mare in tempesta dei suoi pensieri: la consapevolezza che l’oggetto delle sue fantasticherie non era mai esistito.

“Beh, figliolo, anche gli eroi a volte sbagliano, ma se metti giù quella pistola, sono sicuro che io e te ci intenderemo a meraviglia…”

Un colpo secco risuonò per il locale.

Finneghan indietreggiò come un pupazzo a molla, fece quasi una piroetta su se stesso e stramazzò al suolo. Un proiettile preciso e mortale gli aveva divelto la scatola cranica.

Martin si sedette sul divano lasciando cadere la pistola.

Pianse.

Confusione.

Smarrimento.

Omicidio.

D’un tratto la realtà si fece largo con prepotenza nel teatro buio della sua psiche, e comprese.

Finneghan Wake era un mito, l’ultimo eroe mascherato, e lui lo aveva ucciso.

Non importava che Wake fosse solo un tossicomane ed un violento, che il cavaliere nero della narrativa non fosse, in realtà, mai esistito. Nessuno avrebbe mai creduto alla sua versione dell’accaduto.

Nessuno.

Sarebbe stato dato in pasto ai media, all’opinione pubblica; il mostro sbattuto in prima pagina, due occhi sgranati che fissano un obbiettivo chiedendosi cosa sia successo.

Ma sopra ogni altra cosa capì di aver messo fine alle sue aspirazioni per sempre. Aveva distrutto il suo modello, aveva infranto il suo sogno, aveva decretato la fine della sua ambizione: essere come Finneghan. Ora non c’era più nessuno da emulare.

(Ma perché emulare), pensò, (meglio creare).

Dopo un tempo che gli parve infinito si alzò dal divano ingombro di cartacce e decise che era giunto il momento di mettere un po’ d’ordine e, quasi in estasi mistica, fece meccanicamente qualcosa che aveva preso corpo nella sua mente in modo autonomo e spontaneo.

Ripulì accuratamente la pistola dalle sue impronte e la mise nella mano del signor Wiatt. Si guardò intorno e si rese conto che non c’era alcuna necessità di mettere a soqquadro la stanza per simulare una lotta. Quindi lasciò l’appartamento e si diresse nuovamente verso la Malcolm Editore.

“Signorina”, disse rivolto alla ragazza dietro la scrivania marrone.

“Sì, dimmi pure”.

“Sono Finneghan Wake, vorrei parlare con la caporedattrice”.

“Tu sei…”

“Finneghan Wake, risiedo al 34 di Norton Street, il mio agente letterario è Todd Wiatt, questa è la mia firma ed ho urgente bisogno di vedere la caporedattrice”.

Imitare a perfezione la firma del suo mito, impressa sul retro di copertina di ogni suo romanzo, era alla fine servito a qualcosa.

La segretaria volò letteralmente in un ufficio alla sua destra e dopo qualche istante ne uscì accompagnata da una donna grassottella sulla sessantina in jeans e maglietta scollata.

“Signor Wake?” chiese la donna.

“In persona, posso accomodarmi nel suo ufficio?”


Una bella scrivania di ebano in una lussuosa villa alla periferia di Bangor. Un monitor acceso e lo spazio libero per i suoi mostri.

Far sparire il vero Finneghan Wake era stato semplice, quasi infantile.

Lo scrittore si era murato vivo in un anonimato claustrofobico. Non aveva amanti fisse, non aveva figli, non sembrava neppure aver mai avuto parenti. Una nullità originata dal nulla nel quale era ritornato. Finneghan Wake non era neppure il suo vero nome.

Una volta entrato nello studio della caporedattrice aveva raccontato una storia verosimile che sarebbe potuta essere smascherata in un qualunque momento. Ancora non capiva perché lo avesse fatto e ,soprattutto, come avesse potuto funzionare.

La storia che aveva esposto alla donna, suonava pressappoco così: si era recato a pranzo con il suo agente Todd Wiatt e si erano intrattenuti in qualche chiacchiera di poco conto seduti al tavolo del ristorante. Avevano in seguito raggiunto il suo appartamento al 34 di Norton Street.

Lì avevano trovato ad attenderli alcuni amici, uno spacciatore con la sua ragazza.

Aveva confessato alla redattrice che a volte faceva uso di stupefacenti per assecondare la sua vena artistica, pregandola di non giudicarlo troppo severamente per quella sua malsana attitudine.

Avevano sniffato un po’, poi Todd e la ragazza si erano appartati e dopo alcuni minuti lui e lo spacciatore avevano sentito delle grida provenire dal bagno. Quando vi erano giunti avevano trovato Wiatt intento a strangolare la ragazza.

Lo spacciatore aveva estratto la pistola ed aveva colpito Wiatt all’addome, quest’ultimo era riuscito a disarmarlo ed a colpirlo a sua volta alla testa. Il tutto era avvenuto nello spazio di pochi minuti e lui, Finneghan, era troppo spaventato e troppo stordito per tentare anche solo di impedire che la tragedia si compisse in tutta la sua efferatezza.

La caporedattrice lo aveva fissato intensamente:

“Io non l’ho mai vista Signor Wake, il suo anonimato è stato completo, come da contratto, ogni rapporto di lavoro è stato intrattenuto solo con il signor Wiatt che, a quanto mi sta raccontando, giace defunto nel suo appartamento. Come crede sia possibile che io possa prestar fede alla sua storia?”

“So che può sembrarle pazzesco, ma è andata esattamente così”.

“Se le cose si sono svolte come lei mi ha raccontato, perché non si rivolge alla polizia?”

“Perché sarebbe la mia fine. Che colpo sarebbe per la mia immagine? Lo scrittore fantasma ha finalmente un volto: quello di un cocainomane coinvolto in un triplice omicidio, sarei finito e con me anche la vostra casa editrice”.

La donna si assestò a disagio sulla sedia.

“Lei mi garantisce che i fatti si sono realmente svolti così?”

“Ha la mia parola d’onore”.

La donna si era consultata con alcuni uomini dell’ufficio affianco, quindi era rientrata scortata da quest’ultimi, aveva preso il telefono ed aveva composto il numero della polizia denunciando anonimamente una rissa al 34 di Norton Street.

I poliziotti trovarono i cadaveri di Todd Wiatt, Mary Stone e Robert Stamp.

Le indagini proseguirono per un po’ e Martin trascorse giornate terrificanti sdraiato sul letto della sua nuova casa con la certezza che un uomo in divisa blu si sarebbe un giorno presentato alla sua porta accusandolo dell’omicidio di Wiatt e Stamp e dell’usurpazione dello pseudonimo dello scrittore.

Ma ciò non avvenne.

L’appartamento di Finn era intestato a Wiatt ed il conto in banca dello scrittore era vincolato ad un fondo fiduciario dello stesso agente letterario. Finneghan Wake, o Robert Stamp, non compariva in nessun atto legale, semplicemente non esisteva, quindi poteva essere sostituito da chiunque.

Sua madre aveva riempito gli schermi televisivi di accorati appelli per ritrovare il diciannovenne Martin Slow scomparso misteriosamente. Le sue foto avevano tappezzato l’intero Stato, ma per fortuna la sua cara genitrice aveva usato una vecchia polaroid che lo ritraeva quindicenne con l’apparecchio ai denti ed i capelli cortissimi, praticamente irriconoscibile.

Seduto di fronte al monitor con la pagina di Word su cui spiccavano le parole:

“Capitolo 8”

si sentiva finalmente se stesso.

Finneghan Wake, il suo idolo.

Ora Martin era ciò che voleva essere, se stesso a immagine e somiglianza del suo eroe.



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